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Visioni: La conquista del West (1962).

 


Regia: John Ford, Henry Hathaway e George Marshall.
Interpreti: George Peppard, Debbie Reynolds, James Stewart, Carroll Baker, Gregory Peck.

Dopo molto dedicato alla politica e alla campagna elettorale riesco a distrarmi e a ridedicarmi alle mie amate visioni. Questa volta ho scelto “La conquista del West”, perché è un grande affresco storico su come è nato un grande paese. Vi assicuro che non ho scelto questo film a causa del “vento di destra” che soffia nelle nostre lande.
Il film narra la storia e le vicende della famiglia Prescott attraverso le varie vicende della storia degli Stati Uniti d’America. E per far ciò il film è diviso in cinque parti.
Parte prima: “I laghi”. La famiglia Prescott è composta da padre, madre, due figlie e un figlio dodicenne che partono alla volta dell’Ohio per cercare fortuna. Per spostarsi utilizzano un battello ma poi, per questioni economiche, si costruiscono una zattera che utilizzeranno per la navigazione. Qui la famiglia conosce Linus Rawlings (James Stewart), cacciatore di castori diretto verso Pittsburgh. Linus socializza con la più grande (Eve) delle sorelle Prescott e tra i due nasce un reciproco interessamento. Dopo essersi congedato dalla famiglia Prescott, Linus è tratto in inganno da dei predoni del fiume, che trarranno in inganno pure la famiglia Prescott. Grazie alla sua forza Linus riuscirà a sconfiggere i briganti e le successive sfortune avvenute alla famiglia Prescott lo spingeranno ad accettare il matrimonio con Eve.
Parte seconda: Le Grandi Pianure. Dopo circa diciotto anni l’attenzione si sposta sulla minore delle sorelle Prescott, Lilith (Debbie Reynolds), che fa la ballerina in Louisiana.
Lilith, che probabilmente oltre a fare la ballerina ha praticato quella professione che qualcuno definisce come “la più antica del mondo”, viene a sapere di essere ereditiera di una miniera d’oro in California, posseduta da un suo ex. La ragazza si ingegna per mettersi subito in marcia ed è adocchiata dal giocatore d’azzardo Cleve Van Valen (Gregory Peck), desideroso di essere comproprietario della miniera d’oro e lontano dai suoi creditori. Dopo lunghe avventure e assalti indiani nelle pianure, la miniera si rivelerà un bluff. Ma le strade di Lilith e Cleve saranno unite per sempre.
Parte terza: La Guerra Civile: la guerra civile americana è ormai è alle porte. Linus Rawlings è costretto dunque a lasciare la moglie Eve e i suoi due figli. Nonostante tutto anche il figlio maggiore di Eve, Zeb (George Peppard), è desideroso di arruolarsi nell’esercito dei nordisti. La madre soffre questa situazione ma concede al figlio di partire per la guerra che Zeb capirà essere cosa triste e non avventurosa.
Dopo aver salvato la vita al generale Grant, Zeb viene promosso e torna a casa. Qui viene a sapere che, oltre al padre morto in guerra, la madre stessa affranta dal dolore è morta. Zeb però non intende vivere, come il fratello, pascolando e coltivando: lascia la sua metà del ranch al fratello e parte alla volta dell’Ovest.
Parte quarta: La ferrovia. Zeb si è arruolato in pianta stabile nell’esercito americano e si occupa di gestire le controversie che nascono tra le due compagnie ferroviarie che si contendono il monopolio del trasporto su ferro del paese. Soprattutto Zeb tratta con gli indiani, poco contenti di veder costruiti sui propri terreni ferrovie e villaggi. Per tutto questo Zeb è aiutato da un vecchio amico di suo padre, Jethro Stuart (Henry Fonda), che però ha veramente poca fiducia nel comportamento dei faccendieri della ferrovia.
Le continue violazioni, da parte dei bianchi, degli accordi stipulati con gli indiani spingono Zeb a lasciare l’occupazione per la compagnia ferroviaria. Zeb capisce di avere una vocazione dentro di se: la legalità.
Parte quinta: I fuorilegge: Lilith Prescott è ormai anziana, siamo all’incirca nel 1890, ed è costretto a vendere all’asta gran parte dei beni accumulati negli anni col marito Cleve a San Francisco. Per trascorrere bene la vecchiaia allora decide di andarsene in un piccolo ranch in Arizona decidendo di portare con se il nipote Zeb (che adesso è sceriffo, sposato, con tre figli) per farsi dare una mano.
Zeb, e tutta la famiglia, sono contenti di questo ricongiungimento della famiglia Prescott. Ma la storia rischia di essere guastata per l’arrivo di un vecchio bandito a cui Zeb ha sempre dato la caccia. Il finale vede la vittoria della legalità e della civiltà americana. Un cerchio si chiude, il fuorilegge è sconfitto. Può finalmente nascere un nuovo paese.
Il film è un western propriamente “epico”. E non solo per gli elementi, tipici del western, che sono presenti in questa pellicola (gli indiani, la ferrovia, il bestiame, gli inseguimenti, gli sceriffi ecc…) ma anche perché è un elogio di un’epoca storica che ha visto delineare le basi per un paese destinato ad essere una grande potenza.
Questo non solo lo rende un film, come molti western fordiani, a tratti “di destra”, ma addirittura “documentaristico” se non “propagandistico”: è la vittoria dei buoni sentimenti, sintomatico il finale, e del mito della nuova frontiera americana. Il trionfo dei coloni e dei buoni costumi. Anche se non si inferisce sugli indiani.
Per tutto ciò è stato quindi imbastito un film diretto da ben tre registi: Hathaway dirige la prima, la seconda e la quinta parte dove si apre e si chiude quel percorso circolare rappresentato dalle vicende della famiglia Prescott: iniziato in un’atmosfera primitiva presso un fiume, e finita con un felice ricongiungimento su una carrozza tra le pianure dell’Arizona. In mezzo: la storia di una nazione.
Il terzo capitolo, il più breve, sulla guerra civile è diretto da John Ford ed è considerato dai critici il migliore. Effettivamente è forse l’unico dei cinque dove emerge una determinata scuola registica. Questo non perché non ci siano scene spettacolari negli altri quattro episodi, ma perché in quei pochi minuti diretti da Ford emergono tutti i temi classici, dal punto di vista registico, di John Ford: Zeb che si allontana dal ranch in lontananza, mentre intima al cagnolina di restare a casa, con il sottofondo di “ When Johnny Comes Marching Home Again” ci ricorda John Wayne (presente in una piccolissimo cameo in questa terza parte) nel finale di “Sentieri selvaggi”.
La quarta parte invece è diretta da Marshall e, pur avendo la scena dei bisonti che reputo una delle scene più spettacolari, è forse quella meno entusiasmante.
Oltre a tre registi coi fiocchi il film, per evidenziare l’epicità della pellicola, ha un super cast: oltre a Stewart, Wayne e Peck, spiccano il George Peppard già reso celebre un anno prima da “Colazione da Tiffany” di Edwards, l’Eli Wallach già Calvera nei “Magnifici Sette” di Sturges e Henry Fonda a cui non servono presentazioni. Ho notato nel primo episodio Lee Van Cleef, scoprendo poi che è stato attore non accreditato nel film…c’è veramente tutto il cast leoniano!
Grande Debbie Reynolds, che sarà sempre nei nostri cuori per "Cantando sotto la pioggia".
Il film fu girato, uno dei pochi, in Cinerama e vinse tre oscar (montaggio, sceneggiatura e suono). Da sottolineare la bella colonna sonora che comprende canzoni celebri della tradizione americana e brani struggenti accompagnati a inquadrature sui Canyon.
Un film importante, celebre e forse troppo poco considerato. Nonostante tutto questo. Dà un senso di pienezza. E ci interroga su un tema onnipresente: come avviene e che effetti ha su di noi la “Nascita di una nazione”.

Pubblicato il 2/4/2010 alle 17.27 nella rubrica Cinema.

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