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  lAsino Blog ufficiale di un 21enne e di ciò che resta di una gloriosa rivista
 
Diario
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


26 aprile 2010

Visioni: L'uomo nell'ombra (2010).

 


Regia: Roman Polànski.
Interpreti: Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Olivia Williams, Kim Catrall, Tom Wilkinson

Al cinema questa sera non potevo perdermi il nuovo film di Roman Polànski. Cioè: Roman Polànski! Appunto per questo ho optato per la seguente visione pur consapevole di trovarmi davanti a un film che, a parte la possibilità di risvegliare la mia incomprensibile emozione cinefila, avrebbe potuto deludermi per il “blockbuster aggio” con cui è stato confezionato (vedi il cast).
Un noto ghost writer inglese (Ewan McGregor), ovvero uno scrittore che scrive libri o discorsi a nome di altri che non hanno il tempo e la capacità di farlo, viene contattato da una nota casa editrice per scrivere la biografia dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (Pierce Brosnan). Lo scrittore “ombra” è inizialmente un po’ scettico: non è molto esperto di politica e il suo sesto senso gli dice che non si tratta del lavoro giusto per lui. A maggior ragione ha dubbi dopo aver saputo che il ghost writer che lavorava precedentemente al libro di Lang era morto affogato in circostanze misteriose
Nonostante tutto grazie alle trattative condotte dal suo manager accetta per la lauta somma promessa dalla casa editrice. Lo scrittore allora si reca da Londra all’isola Martha's Vineyard, sulla costa orientale degli Stati Uniti dove l’ex primo ministro risiede per un ciclo di conferenze da tenere in America. Qui lo scrittore entra in contatto con lo staff di Lang e con la moglie Ruth (Olivia Williams) e si mette al lavoro con il politico per “mettere in prosa” la sua vita.
Ma dopo pochi giorni un fatto inatteso modifica le cose: l’ex ministro degli affari esteri di Lang denuncia l’ex premier per crimini di guerra, a proposito della morte e della tortura di alcuni cittadini iraqeni rapiti e torturati perché sospetti terroristi di Al-Qaeda.
La cosa turba non poco Lang e tutto il suo staff perché inizia l’iter processuale presso la corte de l’Aja e l’ex premier si reca a Washington, pur di non recarsi a Londra, per cercare sponde e appoggi politici. Lo scrittore-ombra si trova quindi solo nell’inverno dell’isola di Martha’s Vineyrad e scopre cose molto interessanti visitando l’isola (mentre già si è creato un capannello di pacifisti che contestato Lang sotto la sua abitazione accusandolo di crimini contro l’umanità).
Lo scrittore incomincia ad avere dei dubbi sul decesso del suo predecessore come scrittore. Decide che bisogna cambiare passo. Dalla fase della scrittura bisogna passare alla fase dell’indagine. Tutto questo mentre la moglie di Lang, anche lei rimasta sola a casa con la security, sfoga sul suo ospite tutta la sua frustrazione per il momento e per la velata relazione sentimentale che il marito intrattiene con la segretaria.
Lo scrittore non si capacità del guaio in cui si è cacciato. Ecco perché gli conviene indagare. Scoprirà che in palio ci sono cose molte importanti. E molti misteri di carattere politico e personale devono ancora essere pericolosamente svelati.
Il genere di questo film è quello dello spionaggio. Tratto da un best-seller di Robert Harris “The Ghost Writer” Polànski ha scritto la sceneggiatura assieme all’autore del libro, ex laburista deluso dal governo Blair a seguito del conflitto in Iraq nel 2003. Effettivamente il libro e la fedele trasposizione cinematografica hanno un bersaglio ben preciso: Adam Lang si atteggia come Tony Blair e la durata del suo governo coincide pienamente, così come sono evidenti i forti legami coi settori peggiori della politica e dell’intelligence americana. Quegli stessi settori che, da umili studenti delle medie, credevamo che effettivamente fossero gli unici mandatari per una “presunta corruzione” nei confronti dell’incomprensibile leader laburista capace di dichiarare il suo tifo per il repubblicano Bush alle elezioni presidenziale del 2004. Anche il tema del terrorismo islamico, del conflitto iraqeno e di quello afghano rimandano ad una storia realmente avvenuta che l’autore del libro volontariamente voleva denunciare. Denunciare in un thriller fantastico senza alcun riscontro con la realtà dei fatti per quanto riguarda il plot.
Già il fatto che il film sia tratto da un libro può essere un malus per la pellicola stessa. E con questo non intendo dire che da libri non si siano fatti veri e propri capolavori della cinematografica, ma che questo non rende il film pienamente del regista.
La mano di Polànski c’è tutta: molti hanno colto nell’isolamento e nei rapporti del protagonista con i suoi vicini, la stessa relazione che c’era tra l’inquilino polacco e il condominio de “L’inquilino del terzo piano” del 1976. Non avendo mai avuto il coraggio di visionare questa pellicola, nonostante la superba Adjani mi richiami spesso ai miei doveri, posso dire con tono semplicistico che “L’uomo nell’ombra” ricorda più l’ovattato “Frantic” con Harrison Ford e la colonna sonora di Morricone.
Ovattato appunto. Perché tra la bravura tecnica e la forte innovazione del regista ho colto un aspetto parallelo che rendeva il film più a-personale, più legato ad uno schema hollywoodiano. Insomma: il classico film con Ewan McGregor (per carità, anche bravo nella sua parte) e Pierce Brosnan. Roba da “Mamma mia!” ed “Angeli e demoni”.
Insomma, la percezione è che Polànski, nonostante sia regista di fama che può permettersi ogni intreccio possibile, rende meglio nei suoi film pienamente personali e in questo caso, pur realizzando un buon thriller, ha forse risentito il peso dei piani superiori di produzione e della presenza di un libro da cui non potevi permetterti di variare troppo (Harris a tratti nei suoi successi non è molto dissimile da Dan Brown…c’è ne passa da libri “sfigati” come quelli che hanno ispirato “Arancia meccanica” o “Il Dottor Stranamore”). Si sente dunque l’odore del film su commissione.
Ma il regista comunque permane sempre lui e non si può che rimanere estasiati dalla scena finale del film dove suspense, tecnica di ripresa e musica creano un mix perfetto che, questo sì, ci ricorda il terribile John Huston che in “Chinatown” realizzava in formato celluloide quell’orribile rapporto familiare pari forse solo all’inquietante “papi” di Noemi Letizia riferito al suo protettore Berlusconi. Giusto segnalare la musica non trascendentale ma azzeccata nell’accompagnare il film di Alexandre Desplat (qui forse possiamo trovare un paragone tra Hitchcock e Hermann, unico paragone possibile che si può fare col “maestro del brivido” e con questo film insieme a quello che il primo ministro ha un nome immaginario così come i paesi e i vari presidenti sono immaginari nell’universo e nelle necessità hitchockiane) e l’interpretazione di Olivia Williams che forse è l’unica che si sforza di fare qualcosa in più dell’ordinaria amministrazione. Ad un certo punto spunta Eli Wallach in una piccola e simbolica parte in un gesto che ci ricorda il cinema d’altri tempi e le pellicole con Giuliano Gemma e Terence Hill.
Il manager dello scrittore-ombra si chiama Rick Ricardelli. E ho detto tutto.
Anche se il thriller è interessante e passabile, non emoziona fin troppo gli spettatori. Il finale da solo vale il prezzo del biglietto ma sinceramente dispiace non aver visto quelle crude scene d’autore che hanno reso Polànski un grande e uno dei pochi che hanno fatto la storia ancora in circolazione.
Belle le scene, interessante la storia. Ma, se escludiamo il finale, dov’è il solito alone di mistero, il solito senso d’orrore che portò a gridare al “Polànski teutonico” Herzog la frase che non smetterò mai di ricordare secondo cui “il lieto fine è un imbroglio”?
So io dove sono: sono finiti sacrificati sull’altare di una trasposizione cinematografica di un film. Che tra l’altro rischiava di essere uno dei soliti film con Pierce Brosnan e Ewan McGregor.
Speriamo di vedere in futuro film del regista leggermente diversi. Anche se dallo chalet svizzero la vedo dura.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 26/4/2010 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 aprile 2010

La fiaccola dell'autonomia si sta spegnendo.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20587-la-fiaccola-della-autonomia-si-sta-spegnendo.html

Sono passati due anni esatti dalla nettissima vittoria di Raffaele Lombardo alla guida della Regione a statuto speciale siciliana. Una vittoria all’insegna del forte “vento di centrodestra” che colpiva il paese in quei mesi (ingiustificabile altrimenti la differenza dei consensi tra Lombardo nel 2008 e i voti ottenuti da Totò Cuffaro nelle precedenti elezioni, nel 2006) e all’insegna del nuovo patto Pdl-Lega-Mpa che, dopo la fine del “bi-coalizionismo all’italiana”, vedeva schierare alle elezioni politiche un grande partito nazionale di centrodestra e due partiti autonomi rispettivamente nel Nord e nel Sud d’Italia. Una vecchia modalità che Berlusconi conosce bene avendola utilizzata nella sua prima vittoria elettorale nel 1994 con il Polo della Libertà al Nord e il Polo del Buongoverno al Sud (alleato con il Movimento Sociale Italiano ancor prima della sua trasformazione in Alleanza Nazionale).


La grande vittoria del centrodestra nella varie elezioni del 2008 consacrò dunque uno scenario realisticamente spietato per il centrosinistra: a Berlusconi l’Italia, alla Lega il Nord, ad Alleanza Nazionale il comune di Roma e a Lombardo la Sicilia.
Ma da quei giorni dell’aprile del 2008 qualcosa è cambiato a Palermo: la giunta Lombardo, per quanto si sia sbizzarrita nel conferire nuovi incarichi a ras locali o a”dirigenti” disoccupati, ha già visto numerosi ribaltoni all’Ars siciliana.
Ben tre sono state le giunte di Raffaele Lombardo a livello regionale e, considerando che tutto ciò è avvenuto in meno di due anni, si potrebbe legittimamente sostenere che l’ex Presidente della Provincia di Catania ha preso gusto nel cambio delle guardie e nelle differenti varianti applicative del caro vecchio Cencelli.
Resta il fatto che tutti questi cambi non sono solo conseguenza di dissidi politici che si stanno registrando nell’isola tra le varie forze politiche. Ma qualcuno sostiene che gli stessi dissidi siano conseguenza dei mutamenti nella giunta (e qui ritorniamo alla figura di un Governatore fortemente desideroso di “cambiare tutto per non cambiare niente”, concetto a quanto pare intrinseco in gran parte della classe dirigente isolana).
Una motivazione ad un atteggiamento di questo tipo possiamo trovarlo nella particolarità, vera o presunta, dell’azione politica di Lombardo rispetto ai suoi predecessori di scuola Dc: anche Lombardo è un ex democristiano, allievo di Calogero Mannino, come Cuffaro e come altri governatori siciliani. E’ anche vero però che, a differenza di molti altri suoi ex colleghi, Lombardo è stato l’unico ad aver rotto col suo ex partito, l’Udc, ponendosi come leader di un nuovo raggruppamento politico. Unito dal collante dell’autonomia. A dir la verità un’operazione di questo tipo vide protagonista, nei primi anni ’90, l’ex sindaco di Palermo Ciancimino. Ma in questo caso Lombardo si è spinto così in avanti tanto da essere arrivato ai ferri corti con grande parte della coalizione di centrodestra
Dopo aver lasciato il partito di Casini la prima cosa da fare per Lombardo non era tanto quella di fondare un nuovo partito: semplicemente doveva dimostrare di essere bravo. Ecco dunque un’operazione politica complessa, degna di copiose tesi di laurea, nel corso delle elezioni comunali di Catania che riportarono il medico di fiducia di Berlusconi Umberto Scapagnini alla guida della città dell’elefantino contro l’ex sindaco Enzo Bianco sostenuto dal centrosinistra.. Lombardo infatti presenta svariate liste piene zeppe di suoi “amici” con simboli strani, mai visti e senza dubbio non conosciuti. Il risultato è un’alta percentuale per la somma di tutte queste liste che, all’insegna del pensiero e dell’azione politica di Lombardo, portano Scapagnini alla riconferma in comune.
L’ex medico Lombardo ha dimostrato dunque, nel corso delle comunali del 2005, di sapere attrarre un numero esagerato di voti. Indipendentemente dal simbolo, indipendentemente dalle proposte, indipendentemente dalle idee.
Indipendentemente, appunto. Da qui dunque parte il nuovo passo: non certo l’indipendenza della Sicilia, ma per l’autonomia. Lombardo fonda nel 2005 il Movimento per l’Autonomia, partito che non ha solo l’aspirazione di rappresentare una notevole realtà politica della Sicilia, ma di tutto il Mezzogiorno.
Un primo stop Lombardo lo subisce nel 2006 con risultati deludenti della lista unica Lega Nord-Mpa che si presenta nel 2006 con magri risultati alle elezioni politiche. Ma i magri risultati sono più per il Carroccio a dire il vero: Lombardo in Sicilia, anche questa volta, ottiene un altro grandissimo exploit!
E qui sarebbe necessaria una lunga digressione sulla perversità e sull’abuso che talune forze politiche hanno fatto del termine “autonomia” (in tal senso basta citare la nota Dc di Rotondi) alla stregua della storia di Frà Cristoforo nei “Promessi sposi” del Manzoni o della storia della rete fognaria parigina de “I Miserabili”. Discussione che forse si potrà intavolare in un’altra occasione.
Lombardo dunque prende voti, si distacca leggermente dai suoi eredi democristiani-doc (Cuffaro in primis), rivendica l’autonomia ma, come altri suoi predecessori, pare sia indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Alcune tradizioni sembrano permanere.
Lombardo si distacca ancor di più dai suoi eredi per l’alto tasso di litigiosità che riesce a causare all’interno del centrodestra: di fatto il Pdl è diviso in due parti, una sostenitrice del governatore e guidata dal sottosegretario Miccichè, l’altro che fa le pulci a Lombardo capitanata da Renato Schifani e Angelino Alfano (quest’ultimo ultimamente ha dichiarato: “non commento le dichiarazioni di Lombardo. Si tratta chiaramente di un uomo in difficoltà”).
Come collocare allora l’aitante medico catanese che minaccia di fare i nomi dei politici collusi con la mafia davanti tutta l’Ars, che dispensa favori a più non posso, cariche pubbliche e incarichi vari a presunti attivisti dell’Antimafia?
Le elezioni regionali e il risultato nel Sud d’Italia ci insegnano una cosa molto chiara: è finita, ed è stato bocciato dai cittadini, quella forma di politica meridionale che credeva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire solo con una forte partecipazione dell’amministrazione pubblica (i dati di Calabria e Campania ci insegnano questo). Ma la Sicilia pare non seguire questa strada, e non solo perché Regione a statuto speciale. La più grande connotazione della politica lombardiana nell’isola ci mostra una Sicilia dove non si dispensano cariche pubbliche o favori solo per allagare e mantenere un copioso sistema clientelare indispensabile per essere rieletti. Ma ci mostra un’isola dove il clientelismo e la “logica del favore” tende a divenire un vero e proprio sistema con tutti i suoi meccanismi. Tende a diventare quasi una teoria scientifica. Non tralasciando tra l’altro nulla delle cattive abitudini di certi politici siculi.
La questione meridionale tende sempre di più, ma lo era già dai tempi dei Risorgimento, ad essere una questione nazionale. Forse “la questione nazionale”.
In questi tempi, nonostante una parvenza di novità data dalla nuova ideologia autonomista, il divario tra Palermo e il resto d’Italia sembra allargarsi sempre più.
E anche la fiammella dell’autonomia rischia di spegnersi.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 20/4/2010 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 aprile 2010

Visioni: La conquista del West (1962).

 


Regia: John Ford, Henry Hathaway e George Marshall.
Interpreti: George Peppard, Debbie Reynolds, James Stewart, Carroll Baker, Gregory Peck.

Dopo molto dedicato alla politica e alla campagna elettorale riesco a distrarmi e a ridedicarmi alle mie amate visioni. Questa volta ho scelto “La conquista del West”, perché è un grande affresco storico su come è nato un grande paese. Vi assicuro che non ho scelto questo film a causa del “vento di destra” che soffia nelle nostre lande.
Il film narra la storia e le vicende della famiglia Prescott attraverso le varie vicende della storia degli Stati Uniti d’America. E per far ciò il film è diviso in cinque parti.
Parte prima: “I laghi”. La famiglia Prescott è composta da padre, madre, due figlie e un figlio dodicenne che partono alla volta dell’Ohio per cercare fortuna. Per spostarsi utilizzano un battello ma poi, per questioni economiche, si costruiscono una zattera che utilizzeranno per la navigazione. Qui la famiglia conosce Linus Rawlings (James Stewart), cacciatore di castori diretto verso Pittsburgh. Linus socializza con la più grande (Eve) delle sorelle Prescott e tra i due nasce un reciproco interessamento. Dopo essersi congedato dalla famiglia Prescott, Linus è tratto in inganno da dei predoni del fiume, che trarranno in inganno pure la famiglia Prescott. Grazie alla sua forza Linus riuscirà a sconfiggere i briganti e le successive sfortune avvenute alla famiglia Prescott lo spingeranno ad accettare il matrimonio con Eve.
Parte seconda: Le Grandi Pianure. Dopo circa diciotto anni l’attenzione si sposta sulla minore delle sorelle Prescott, Lilith (Debbie Reynolds), che fa la ballerina in Louisiana.
Lilith, che probabilmente oltre a fare la ballerina ha praticato quella professione che qualcuno definisce come “la più antica del mondo”, viene a sapere di essere ereditiera di una miniera d’oro in California, posseduta da un suo ex. La ragazza si ingegna per mettersi subito in marcia ed è adocchiata dal giocatore d’azzardo Cleve Van Valen (Gregory Peck), desideroso di essere comproprietario della miniera d’oro e lontano dai suoi creditori. Dopo lunghe avventure e assalti indiani nelle pianure, la miniera si rivelerà un bluff. Ma le strade di Lilith e Cleve saranno unite per sempre.
Parte terza: La Guerra Civile: la guerra civile americana è ormai è alle porte. Linus Rawlings è costretto dunque a lasciare la moglie Eve e i suoi due figli. Nonostante tutto anche il figlio maggiore di Eve, Zeb (George Peppard), è desideroso di arruolarsi nell’esercito dei nordisti. La madre soffre questa situazione ma concede al figlio di partire per la guerra che Zeb capirà essere cosa triste e non avventurosa.
Dopo aver salvato la vita al generale Grant, Zeb viene promosso e torna a casa. Qui viene a sapere che, oltre al padre morto in guerra, la madre stessa affranta dal dolore è morta. Zeb però non intende vivere, come il fratello, pascolando e coltivando: lascia la sua metà del ranch al fratello e parte alla volta dell’Ovest.
Parte quarta: La ferrovia. Zeb si è arruolato in pianta stabile nell’esercito americano e si occupa di gestire le controversie che nascono tra le due compagnie ferroviarie che si contendono il monopolio del trasporto su ferro del paese. Soprattutto Zeb tratta con gli indiani, poco contenti di veder costruiti sui propri terreni ferrovie e villaggi. Per tutto questo Zeb è aiutato da un vecchio amico di suo padre, Jethro Stuart (Henry Fonda), che però ha veramente poca fiducia nel comportamento dei faccendieri della ferrovia.
Le continue violazioni, da parte dei bianchi, degli accordi stipulati con gli indiani spingono Zeb a lasciare l’occupazione per la compagnia ferroviaria. Zeb capisce di avere una vocazione dentro di se: la legalità.
Parte quinta: I fuorilegge: Lilith Prescott è ormai anziana, siamo all’incirca nel 1890, ed è costretto a vendere all’asta gran parte dei beni accumulati negli anni col marito Cleve a San Francisco. Per trascorrere bene la vecchiaia allora decide di andarsene in un piccolo ranch in Arizona decidendo di portare con se il nipote Zeb (che adesso è sceriffo, sposato, con tre figli) per farsi dare una mano.
Zeb, e tutta la famiglia, sono contenti di questo ricongiungimento della famiglia Prescott. Ma la storia rischia di essere guastata per l’arrivo di un vecchio bandito a cui Zeb ha sempre dato la caccia. Il finale vede la vittoria della legalità e della civiltà americana. Un cerchio si chiude, il fuorilegge è sconfitto. Può finalmente nascere un nuovo paese.
Il film è un western propriamente “epico”. E non solo per gli elementi, tipici del western, che sono presenti in questa pellicola (gli indiani, la ferrovia, il bestiame, gli inseguimenti, gli sceriffi ecc…) ma anche perché è un elogio di un’epoca storica che ha visto delineare le basi per un paese destinato ad essere una grande potenza.
Questo non solo lo rende un film, come molti western fordiani, a tratti “di destra”, ma addirittura “documentaristico” se non “propagandistico”: è la vittoria dei buoni sentimenti, sintomatico il finale, e del mito della nuova frontiera americana. Il trionfo dei coloni e dei buoni costumi. Anche se non si inferisce sugli indiani.
Per tutto ciò è stato quindi imbastito un film diretto da ben tre registi: Hathaway dirige la prima, la seconda e la quinta parte dove si apre e si chiude quel percorso circolare rappresentato dalle vicende della famiglia Prescott: iniziato in un’atmosfera primitiva presso un fiume, e finita con un felice ricongiungimento su una carrozza tra le pianure dell’Arizona. In mezzo: la storia di una nazione.
Il terzo capitolo, il più breve, sulla guerra civile è diretto da John Ford ed è considerato dai critici il migliore. Effettivamente è forse l’unico dei cinque dove emerge una determinata scuola registica. Questo non perché non ci siano scene spettacolari negli altri quattro episodi, ma perché in quei pochi minuti diretti da Ford emergono tutti i temi classici, dal punto di vista registico, di John Ford: Zeb che si allontana dal ranch in lontananza, mentre intima al cagnolina di restare a casa, con il sottofondo di “ When Johnny Comes Marching Home Again” ci ricorda John Wayne (presente in una piccolissimo cameo in questa terza parte) nel finale di “Sentieri selvaggi”.
La quarta parte invece è diretta da Marshall e, pur avendo la scena dei bisonti che reputo una delle scene più spettacolari, è forse quella meno entusiasmante.
Oltre a tre registi coi fiocchi il film, per evidenziare l’epicità della pellicola, ha un super cast: oltre a Stewart, Wayne e Peck, spiccano il George Peppard già reso celebre un anno prima da “Colazione da Tiffany” di Edwards, l’Eli Wallach già Calvera nei “Magnifici Sette” di Sturges e Henry Fonda a cui non servono presentazioni. Ho notato nel primo episodio Lee Van Cleef, scoprendo poi che è stato attore non accreditato nel film…c’è veramente tutto il cast leoniano!
Grande Debbie Reynolds, che sarà sempre nei nostri cuori per "Cantando sotto la pioggia".
Il film fu girato, uno dei pochi, in Cinerama e vinse tre oscar (montaggio, sceneggiatura e suono). Da sottolineare la bella colonna sonora che comprende canzoni celebri della tradizione americana e brani struggenti accompagnati a inquadrature sui Canyon.
Un film importante, celebre e forse troppo poco considerato. Nonostante tutto questo. Dà un senso di pienezza. E ci interroga su un tema onnipresente: come avviene e che effetti ha su di noi la “Nascita di una nazione”.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 2/4/2010 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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