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Politica
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


3 maggio 2010

Inizia la resa dei conti dentro il Pdl (ovvero: I dolori del giovane Bocchino).

 

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20605-inizia-la-resa-dei-contri-dentro-il-pdl-ovvero-i-dolori-del-giovane-bocchino.html

La figura di Italo Bocchino è senza dubbio una figura che suscita una profonda simpatia. Non solo per gli studi partenopei e per i trascorsi presso quella scuola che ebbe in Pinuccio Tatarella principale esponente, dalla quale trapelava una sincera passione politica se non, come direbbe Gennaro Malgieri riferito ad Almirante, “un’etica del parlamentarismo”.

Ma suscita simpatia specialmente per una questione (no, non mi riferisco al fatto che fosse candidato contro Bassolino alle regionali del 2005, con gli esiti prevedibili che tutti voi sapete e con quella rara perla che fu la sua lettera a “Il Mattino” in cui si denunciavano i rapporti tra Bassolino e gli Khmer Rossi): è un ragazzo che si da da fare.

Da vice-capogruppo del Pdl alla Camera non esita a differenziarsi (non nel senso “rotondiano” del termine, per il quale si rimanda ad una sterminata esegesi e storiografia) e non esita a promuovere numerose iniziative interne al suo partito.

Passata agli onori della cronaca l’esperienza fondativa di “Generazione Italia”, fantomatico gruppo interno, che nella tempistica già anticipava tempi bui e nefasti per Sua Emittenza e archiviati nel solco dell’abitudine i plausi alle iniziative di Campi e Sofia Ventura su Fare Futuro, il buon Bocchino prima della sua barbara epurazione aveva avuto modo di far nascere un bimestrale dall’impegnato nome “Conservatori contemporanei” che, sede in via Giosuè Carducci a parte, è passata nel silenzio più assoluto.

Il giovane Bocchino dunque è stato al centro in questi giorni di un qualcosa che rischia di divenire abitudine, se non prassi, all’interno del partito di maggioranza: dopo aver scritto una lettera di dimissioni chiedendo analogo gesto al suo capogruppo Cicchitto, ha annunciato di volersi candidare lui stesso alla carica di Presidente dei deputati del Pdl.

Perché mai questo gesto? La risposta è abbastanza semplice e anche comprensibile.

Essendo Bocchino “il più finiano dei finiani” (Copyright di Danienal Santanchè, neo-sottosegretaria del potentissimo ministero per l’attuazione del programma) egli si è sempre sforzato di sancire definitivamente la nascita di una vera e propria corrente di minoranza all’interno del Pdl.

Un progetto che sul piano sostanziale è stato pienamente realizzato da Gianfranco Fini che alla direzione del Pdl ha avuto uno scontro politico e dialettico notevole col Presidente del Consiglio. Sul piano formale però l’idea finiana è da considerarsi fallita. O almeno parzialmente fallita.

Questo perché la stessa direzione del Pdl ha approvato un documento in cui si ricordava che se i cittadini avevano deciso denominare quel soggetto politico “Popolo della Libertà” e non “Partito della Libertà” non era per l’inquietante omonimia con la forza politica che fu di Joerg Haider, ma perché chiedeva un superamento stesso delle vecchie concezioni partitiche. Insomma, come direbbe Maurizio Lupi: una nuova politica.

Da qui l’assoluta impossibilità di costituire minoranze o correnti interne al Pdl. Il parziale fallimento è dovuto sostanzialmente al fatto che si è avuto modo di registrare una forma di dissenso col voto contrario di 11 (o 13, non entro nella bega) membri della direzione che, facendo tutti parte della mitica categoria dei “finiani”, hanno avuto modo di esporre la fine dell’unanimismo pidiellino.

Resta il fatto che per la direzione nazionale del Pdl non esiste alcun gruppo o minoranze interna.

Ed ecco qui che spunta il coniglio dal cilindro di Bocchino, capace di immolarsi pur di far trionfare gli ideali di quella “destra moderna, repubblicana, capace di tutelare la coesione nazionale”: si voti il capogruppo dei deputati, io mi candidato così se perdo si sancisce il fatto che alcuni deputati stanno con me, nella mia stessa area.

Il disegno appariva lodevole, soprattutto ai piani alti di Montecitorio. Ma le cose non sono andate bene per il “Conservatore contemporaneo”: in primo luogo infatti il Pdl ha subito fatto capire che le dimissioni del vice non portano necessariamente al decadimento del capogruppo dei deputati. Insomma, il “simul, simul” in questo caso non vale (vale per il sistema elettorale regionale però…detto “Tatarellum”!). In secondo luogo il sottosegretario al ministero dell’Ambiente Roberto Menia (triestino coraggioso, ex missino capace di criticare la fusione a freddo con cui nacque il Pdl) ha avuto uno screzio con Bocchino ed ha annunciato la sua candidatura per la medesima carica.

In terzo luogo, dopo che il gruppo del Pdl si era espresso contro la rielezione dei capogruppo, lo stesso Bocchino è stato praticamente rimosso dall’incarico per ordini dall’alto.

E’ stato lo stesso ex vice-capogruppo ad aver dichiarato che, a seguito della sfuriata presso il programma di Paragone, Berlusconi ha sostanzialmente chiesto la sua testa minacciandolo addirittura, udite udite, d’infilzarlo.

Da qui poi le dichiarazioni di Fini che, coerente con la parte, ha difeso Bocchino “cacciato via senza ragione”.

Tra la Lega che spinge per i decreti attuativi sul federalismo fiscale (11 da concludere entro il 21 maggio 2011) e una minoranza che lotta per essere tale, Berlusconi si trova sempre più costretto a prendere decisioni da Politburo e già ha minacciato di non rivotare presidenti di commissioni di stretto rito finiano (la Bongiorno, Silvano Moffa e Mario Baldassarri).

Che poi sono le decisioni che più gli aggradano e che più gli si confanno. Considerando che ha invitato l’amico Vladimir Putin all’università del pensiero liberale.

Purtroppo nel ruolo di docente.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 3/5/2010 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


20 aprile 2010

La fiaccola dell'autonomia si sta spegnendo.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20587-la-fiaccola-della-autonomia-si-sta-spegnendo.html

Sono passati due anni esatti dalla nettissima vittoria di Raffaele Lombardo alla guida della Regione a statuto speciale siciliana. Una vittoria all’insegna del forte “vento di centrodestra” che colpiva il paese in quei mesi (ingiustificabile altrimenti la differenza dei consensi tra Lombardo nel 2008 e i voti ottenuti da Totò Cuffaro nelle precedenti elezioni, nel 2006) e all’insegna del nuovo patto Pdl-Lega-Mpa che, dopo la fine del “bi-coalizionismo all’italiana”, vedeva schierare alle elezioni politiche un grande partito nazionale di centrodestra e due partiti autonomi rispettivamente nel Nord e nel Sud d’Italia. Una vecchia modalità che Berlusconi conosce bene avendola utilizzata nella sua prima vittoria elettorale nel 1994 con il Polo della Libertà al Nord e il Polo del Buongoverno al Sud (alleato con il Movimento Sociale Italiano ancor prima della sua trasformazione in Alleanza Nazionale).


La grande vittoria del centrodestra nella varie elezioni del 2008 consacrò dunque uno scenario realisticamente spietato per il centrosinistra: a Berlusconi l’Italia, alla Lega il Nord, ad Alleanza Nazionale il comune di Roma e a Lombardo la Sicilia.
Ma da quei giorni dell’aprile del 2008 qualcosa è cambiato a Palermo: la giunta Lombardo, per quanto si sia sbizzarrita nel conferire nuovi incarichi a ras locali o a”dirigenti” disoccupati, ha già visto numerosi ribaltoni all’Ars siciliana.
Ben tre sono state le giunte di Raffaele Lombardo a livello regionale e, considerando che tutto ciò è avvenuto in meno di due anni, si potrebbe legittimamente sostenere che l’ex Presidente della Provincia di Catania ha preso gusto nel cambio delle guardie e nelle differenti varianti applicative del caro vecchio Cencelli.
Resta il fatto che tutti questi cambi non sono solo conseguenza di dissidi politici che si stanno registrando nell’isola tra le varie forze politiche. Ma qualcuno sostiene che gli stessi dissidi siano conseguenza dei mutamenti nella giunta (e qui ritorniamo alla figura di un Governatore fortemente desideroso di “cambiare tutto per non cambiare niente”, concetto a quanto pare intrinseco in gran parte della classe dirigente isolana).
Una motivazione ad un atteggiamento di questo tipo possiamo trovarlo nella particolarità, vera o presunta, dell’azione politica di Lombardo rispetto ai suoi predecessori di scuola Dc: anche Lombardo è un ex democristiano, allievo di Calogero Mannino, come Cuffaro e come altri governatori siciliani. E’ anche vero però che, a differenza di molti altri suoi ex colleghi, Lombardo è stato l’unico ad aver rotto col suo ex partito, l’Udc, ponendosi come leader di un nuovo raggruppamento politico. Unito dal collante dell’autonomia. A dir la verità un’operazione di questo tipo vide protagonista, nei primi anni ’90, l’ex sindaco di Palermo Ciancimino. Ma in questo caso Lombardo si è spinto così in avanti tanto da essere arrivato ai ferri corti con grande parte della coalizione di centrodestra
Dopo aver lasciato il partito di Casini la prima cosa da fare per Lombardo non era tanto quella di fondare un nuovo partito: semplicemente doveva dimostrare di essere bravo. Ecco dunque un’operazione politica complessa, degna di copiose tesi di laurea, nel corso delle elezioni comunali di Catania che riportarono il medico di fiducia di Berlusconi Umberto Scapagnini alla guida della città dell’elefantino contro l’ex sindaco Enzo Bianco sostenuto dal centrosinistra.. Lombardo infatti presenta svariate liste piene zeppe di suoi “amici” con simboli strani, mai visti e senza dubbio non conosciuti. Il risultato è un’alta percentuale per la somma di tutte queste liste che, all’insegna del pensiero e dell’azione politica di Lombardo, portano Scapagnini alla riconferma in comune.
L’ex medico Lombardo ha dimostrato dunque, nel corso delle comunali del 2005, di sapere attrarre un numero esagerato di voti. Indipendentemente dal simbolo, indipendentemente dalle proposte, indipendentemente dalle idee.
Indipendentemente, appunto. Da qui dunque parte il nuovo passo: non certo l’indipendenza della Sicilia, ma per l’autonomia. Lombardo fonda nel 2005 il Movimento per l’Autonomia, partito che non ha solo l’aspirazione di rappresentare una notevole realtà politica della Sicilia, ma di tutto il Mezzogiorno.
Un primo stop Lombardo lo subisce nel 2006 con risultati deludenti della lista unica Lega Nord-Mpa che si presenta nel 2006 con magri risultati alle elezioni politiche. Ma i magri risultati sono più per il Carroccio a dire il vero: Lombardo in Sicilia, anche questa volta, ottiene un altro grandissimo exploit!
E qui sarebbe necessaria una lunga digressione sulla perversità e sull’abuso che talune forze politiche hanno fatto del termine “autonomia” (in tal senso basta citare la nota Dc di Rotondi) alla stregua della storia di Frà Cristoforo nei “Promessi sposi” del Manzoni o della storia della rete fognaria parigina de “I Miserabili”. Discussione che forse si potrà intavolare in un’altra occasione.
Lombardo dunque prende voti, si distacca leggermente dai suoi eredi democristiani-doc (Cuffaro in primis), rivendica l’autonomia ma, come altri suoi predecessori, pare sia indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Alcune tradizioni sembrano permanere.
Lombardo si distacca ancor di più dai suoi eredi per l’alto tasso di litigiosità che riesce a causare all’interno del centrodestra: di fatto il Pdl è diviso in due parti, una sostenitrice del governatore e guidata dal sottosegretario Miccichè, l’altro che fa le pulci a Lombardo capitanata da Renato Schifani e Angelino Alfano (quest’ultimo ultimamente ha dichiarato: “non commento le dichiarazioni di Lombardo. Si tratta chiaramente di un uomo in difficoltà”).
Come collocare allora l’aitante medico catanese che minaccia di fare i nomi dei politici collusi con la mafia davanti tutta l’Ars, che dispensa favori a più non posso, cariche pubbliche e incarichi vari a presunti attivisti dell’Antimafia?
Le elezioni regionali e il risultato nel Sud d’Italia ci insegnano una cosa molto chiara: è finita, ed è stato bocciato dai cittadini, quella forma di politica meridionale che credeva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire solo con una forte partecipazione dell’amministrazione pubblica (i dati di Calabria e Campania ci insegnano questo). Ma la Sicilia pare non seguire questa strada, e non solo perché Regione a statuto speciale. La più grande connotazione della politica lombardiana nell’isola ci mostra una Sicilia dove non si dispensano cariche pubbliche o favori solo per allagare e mantenere un copioso sistema clientelare indispensabile per essere rieletti. Ma ci mostra un’isola dove il clientelismo e la “logica del favore” tende a divenire un vero e proprio sistema con tutti i suoi meccanismi. Tende a diventare quasi una teoria scientifica. Non tralasciando tra l’altro nulla delle cattive abitudini di certi politici siculi.
La questione meridionale tende sempre di più, ma lo era già dai tempi dei Risorgimento, ad essere una questione nazionale. Forse “la questione nazionale”.
In questi tempi, nonostante una parvenza di novità data dalla nuova ideologia autonomista, il divario tra Palermo e il resto d’Italia sembra allargarsi sempre più.
E anche la fiammella dell’autonomia rischia di spegnersi.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 20/4/2010 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


4 marzo 2010

Il mio programma elettorale per le elezioni regionali.

La Regione Lazio è un ente molto importante per l’amministrazione territoriale. Col passare del tempo le regioni hanno assunto un ruolo sempre più fondamentale e le loro competenze si sono sempre di più arricchite e articolate. A maggior ragione questo si sente in una regione fondamentale come il Lazio, che riveste con la sua posizione un ruolo molto importante, da crocevia tra il centro-nord e il sud d’Italia, e che con la presenza di una vastissima area urbana rappresentata dalla città di Roma risulta essere una delle regioni più importanti del nostro paese.

Gran parte del bilancio regionale spetta alla sanità(circa il 70%) e la seconda grande competenza della Regione è rappresentata dalle politiche dello sviluppo e delle attività produttive.

I miei impegni prioritari per questa campagna elettorale saranno diretti a favorire una maggiore partecipazione e comprensione delle giovani generazioni delle vicende che riguardano la nostra comunità regionale. Per un serio cambio di rotta è necessario un nuovo spirito civico, di partecipazione e di interesse verso quello che è il nostro presente e sarà il nostro futuro.

E’ per questo che ho deciso di concentrare il mio programma elettorale, che mi impegnerò ad attuare in caso d’elezione, su tre temi che ritengo fondamentali e di interesse strategico per le giovani generazioni: le politiche giovanili, lo sport, l’ambiente e l’università.


Politiche giovanili: i giovani spesso appaiono, in ogni contesto, come coloro che subiscono scelte -prese dall’alto, da altre persone capaci di determinare il loro futuro nella società. Questo non va bene, è occorre cambiare passo. I giovani devono essere spinti alla partecipazione sociale, che si può esprimere in molteplici modi: dal volontariato, all’impegno sociale sia laico sia cattolico.
La politica è sapere programmare e sviluppare un progetto per il futuro, e in quest’ottica la base di ogni proposta politica non può che essere quella che riguarda i giovani.
Da questo punto di vista il mio impegno consisterà nel:

-creare una forma di bilancio partecipato per quanto riguarda i fondi europei destinati ai giovani della nostra regione. Questi fondi potrebbero essere utilizzati in numerose attività di sostegno alla partecipazione giovanile solo se le dinamiche di bilancio fossero più trasparenti e chiare. Sono una grandissima possibilità, ma spesso se ne ignora l’esistenza.
-Sostenere la proposta, già avanzata da una rete di giovani dirigenti e amministratori locali del Pd, di un contributo economico ai giovani che intendono affittare una casa. Questi fondi potrebbero essere presi dalle spese dell’amministrazione regionale, che spesso utilizza troppi soldi dei contribuenti in stipendi per i consiglieri regionali e in vitalizi. Togliamo da questo capitolo di spesa per finanziare il punto di partenza verso una piena indipendenza dei giovani.


Sport: Il Lazio è uno dei principali esempi di come in uno stesso territorio posso coesistere importanti realtà urbane e estesi territori sia costieri che interni. E’ allora alquanto importante, in un territorio così bello quanto così particolare, favorire la partecipazione sociale delle nuove generazioni. Uno strumento di grande partecipazione giovanile è da sempre lo sport.

-In questi cinque anni sono già stati investiti 44 milioni d’euro, bisogna continuare su questa strada istituendo un vero fondo e con campagna che incoraggino giovani e non a praticare sport. In particolare proporrò di favorire la partecipazione delle giovani generazioni che potranno monitorare e scegliere come utilizzare questi fondi.
-per favorire tutto questo occorre una presenza di giovani rappresentanti del terzo settore all’interno dell’Agenzia regionale per lo sport regionale (Agensport).


Ambiente: Se c’è un tema che riguarda il futuro, e quindi le nuove generazioni, questo tema è l’ambiente: è ormai evidente che oggi come oggi il modello di sviluppo dominante nella nostra società è oramai insostenibile. Per invertire però questa rotta è importante muoversi in qualsiasi ambito, in qualsiasi contesto e in ogni realtà territoriale.
Il Lazio dal punto di vista territoriale rappresenta un grandissimo esempio di “bene ambientale” che va tutelato e difeso. Deve finire la logica secondo cui, una seria politica ambientale, è qualcosa che comporta solo maggiori costi di dubbia efficacia. Una seria politica ambientale anzi può essere l’occasione per una rinascita del nostro territorio che si potrà sentire anche a livello regionale.
Dal punto di vista turistico, grazie al suo paesaggio, il Lazio è la massima prova di come una seria politica ambientale può essere solo un’opportunità per tutti noi. Gran parte dell’arretratezza urbanistica e territoriale di parte della nostra Regione consiste proprio nel fatto che è adeguata e in norma con standard ecologicamente più compatibili e più sostenibili. Non degni della bellezza e della storia che rappresenta.
E’ per questo che mi impegnerò per:

-non lasciare sole le realtà periferiche della città di Roma e della provincia impegnandomi per garantire standard ambientali in grado di ridurre l’inquinamento causato il più delle volte da un’imperfetta politica della mobilità riguardante le periferie.
-tutelare dal punto di vista ambientale le realtà dei nostri splendidi centri storici, a partire da quello della Capitale. La tutela e il decoro ambientale di un centro storico non è solo un’occasione economica di crescita sociale tramite il volano del turismo. Ma anche una responsabilità che i cittadini hanno nei confronti della loro città, della loro storia e della loro tradizione.
-favorire una cultura ambientale e dell’ecologia dinamica che parta proprio dalla freschezza di noi giovani. Da questo punto di vista mi impegnerò, in collaborazione con gli atenei di Roma, a favorire corsi di diritto ambientale (o comunque corsi legati ai temi ambientali nella varie facoltà) in collaborazione con la Regione. Gran parte del lavoro e dell’elaborazione di questo corsi potrebbero essere molto d’aiuto per una politica regionale dell’ambiente. Perché investire sull’ambiente è investire sul futuro. Un investimento che senza dubbio darà i suoi frutti.


Università e formazione: dal punto di vista della formazione l’Università è la più importante competenza della Regione. Viviamo in una realtà che rappresenta un polo universitario di assoluta importanza: la città di Roma, con i suoi tre atenei pubblici, è polo d’attrazione per molto studenti da ogni parte d’Italia. La precedente giunta ha stanziato e utilizzato in parte il fondo da 60 milioni di euro per le borse di studio, e sono stati resi disponibili oltre 650 posti alloggio ed è stata vara l’agenzia degli affitti. A seguito di questa scelta strategia, di puntare sui saperi, dobbiamo impegnarci per:

-aumentare i fondi regionali destinati a università e ricerca. Molti dei fondi tuttora utilizzati non sono fondi regionali e per migliorare i servizi è quanto mai necessario uno sforza maggiore della Regione nel campo dei saperi.
-garantire maggiore trasparenza, con partecipazione diretta degli studenti, all’Agenzia universitaria per gli affitti. Con questa maggiore trasparenza è possibile individuare le falle nel sistema dell’agenzia e rendere più chiaro e alla luce del sole il suo lavoro.
-fare definitiva chiarezza sulle competenze di Laziodisu che ha l’importante compito di attribuire fondi e alloggi. Pur essendo un organismo elettivo spesso non è considerato dagli studenti. E’ invece importante utilizzare questi strumenti elettivi, perché dovrebbero essere al servizio degli studenti come loro mezzo per esprimere partecipazione alla vita accademica.

Questo programma potrà essere ampliato con documenti o proposte da parte degli elettori e di chi vorrà sostenermi."


Livio Ricciardelli


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28 febbraio 2010

Elezioni regionali 2010.

Cinque anni fa, con le regionali 2005, facevo la mia prima campagna elettorale da iscritto agli allora Democratici di Sinistra.
Da ieri è pubblico: sono candidato alle elezioni regionali 2010 nella lista del Partito Democratico nel collegio di Roma e provincia.


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23 febbraio 2010

Protezione civile e "birbantelli".

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20387-protezione-civile-e-birbantelli.html

Tutti i giornali nazionali, e anche la stampa internazionale, riempiono le primissime pagine con fiumi di articoli (ed intercettazioni) sul caso del momento: lo scandalo legato agli appalti e alla Protezione Civile. Un intreccio degno di un romanzo romantico francese dell’800 che vede intrecciarsi Protezione Civile, sottosegretari, coordinatori di partito, provveditori e imprenditori in un vortice che giustamente è stato definito “gelatinoso”.

Quasi in contemporanea, il consigliere comunale di Milano Mirko Pennisi, presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino, viene colto in flagrante mentre intasca una tangente. Una storiaccia di tangenti sembra riguardare pure il presidente della Provincia di Vercelli, arrestato proprio in questi giorni.

Alla luce di questi inquietante eventi sorgono nell’opinione pubblica le due seguenti domande: siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli? E se sì, sarà la fine di quella che viene definita come “Seconda repubblica”?

Tangentopoli o no (e ha bene illustrato il presidente della Camera Fini la differenza tra un certo tipo di finanziamento nella Prima repubblica e quello attuale, che esiste a fini solo privati) il presidente del Consiglio Berlusconi ha deciso di agire. O almeno, di provarci.

Dopo aver definito le elezioni regionali un test amministrativo, e poi aver cambiato idea definendolo “test nazionale” avendo visto sondaggi non molto favorevoli al centrodestra, ha annunciato di predisporre delle norme anti-corruzione: espediente mediatico per riacquisire consensi e per riappropriarsi di una forma di legalità che a quanto pare s’era smarrita da un pezzo (“rivoglio la politica pulita del '94” pare abbia esclamato il premier, così come il sottoscritto ha esclamato “rivoglio Adone Zoli” a 50 anni dalla morte dell’eminente statista). Dunque il Consiglio dei ministri doveva approvare questo progetto berlusconiano anti-corrotti che si basava sia su pene più severe per i corrotti sia su una minore possibilità di candidare gente inquisita.

Per realizzare questo grandioso piano sono state fatte le cose in grande: il ministro Alfano, il ministro-ombra Ghedini e la presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno hanno lavorato su questo testo, per rappresentare tutte le anime del Pdl.

Me il Consiglio dei ministri non approva queste norme. “Io stesso ho proposto un rinvio per migliorarla” ha dichiarato il presidente del Consiglio in una delle sue classiche note scritte del sabato; note in cui tra l’altro definiva il problema riguardante lo scandalo appalti un caso che riguarda “solo dei singoli”, come qualche giorno prima aveva dichiarato, a proposito del caso Pennisi, che si trattava solo di “birbantelli” (parafrasando indirettamente Craxi e il “mariuolo” Mario Chiesa, mentre Fëdor Dostoevskij lo avrebbe definito semplicemente un “lestofante”).

Il disegno anti-corruzione probabilmente si arenerà e, anche se approvato dal Consiglio dei ministri, potrebbe finire nel dimenticatoio parlamentare insieme ad altre vittime del bicameralismo perfetto.

Ma dunque, siamo di nuovo di fronte ad una nuova Tangentopoli?

Il fatto che Berlusconi negli ultimi giorni si sia adoperato per combattere la corruzione, secondo me ben rappresenta lo stato delle cose. Sappiamo bene che si tratta di una manovra propagandistica più che realista ed è proprio per questo motivo che probabilmente l’immane lavoro del trio Alfano-Ghedini-Bongiorno sarà inutilizzato.

Nonostante tutto, colpisce la motivazione che il premier, anche per darla in pasto ai giornali, ha utilizzato: “rivoglio la politica pulita del '94”.

Il 19 gennaio scorso è stato commemorato Bettino Craxi, a dieci anni dalla sua morte. I plenipotenziari del Pdl, tra cui spiccavano ovviamente gli ex socialisti, hanno consacrato con convegni e celebrazioni l’ex presidente del Consiglio come uno dei massimi statisti italiani. Berlusconi, anche se si è rifiutato di intervenire al convegno della Fondazione Craxi in suo onore, oggi come oggi attacca la”magistratura politicizzata” e le terribili “toghe rosse”. Inutile dire che Tangentopoli quindi è stato il “male” e il tentativo da parte della magistratura di rovesciare le fondamenta dello Stato.

Ma com’era questa politica pulita nel 1994?

Il 24 gennaio del 1994 Berlusconi scende in campo e vince le elezioni politiche di marzo. La pensava in maniera differente su Tangentopoli, allora. Non solo per la nota vicenda dell’autorevole ministero dell’Interno che il Cavaliere voleva affidare ad Antonio Di Pietro. E nemmeno per i gridi di giubilo leghisti che, esibendo un cappio a Montecitorio, attaccavano la classe politica corrotta invocando una “piazza pulita”. Come del resto la pensava in maniera differente non solo per la presa di posizione dei suoi futuri alleati della destra, allora missina (“Per noi Di Pietro è meglio di Mussolini”, disse Maurizio Gasparri).

Berlusconi infatti può considerarsi da un certo punto di vista come il primo figlio di Tangentopoli: assodato il fatto che la magistratura è un organo indipendente dello Stato che ha il sacrosanto diritto di lavorare senza interferenze della politica, è ovvio che il forte malcontento popolare nei confronti della classe politica ha fortemente favorito l’uomo di Arcore che, presentandosi come l’uomo nuovo contro i politici di professione, ha avuto modo non solo di sfruttare un vuoto politico che si era delineato a seguito dello scioglimento dei grandi partiti della Prima repubblica, ma anche di acquisire un forte consenso elettorale in chiave anti-sistema. Quel sistema che aveva portato ad una politica corrotta, al finanziamenti illeciti ai partiti ed al tracollo generalizzato che si stava avvertendo già, anche in termini economici.

Oggi si scaglia contro Tangentopoli e contro i giudici considerati “comunisti”. Nel 1994 si scagliava contro quella classe politica che oggi difende e che allora considerava l’origine di ogni male. Insieme a quelli che oggi sono i suoi più stretti alleati di governo.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 23/2/2010 alle 16:20 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


17 febbraio 2010

L'UMP: partito rivoluzionario?

Da "Il Termometro Politico".

http://www.termometropolitico.it/index.php/20373-lump-partito-rivoluzionario.html

Qualche sera fa mi trovavo a fare una cosa molto diffusa e molto amata dai ragazzi di 20 anni come me: mi trovavo con un mio amico a discutere del gollismo.

È un tema che mi ha sempre appassionato per due ragioni: in primo luogo perché è un’ideologia, o comunque un’area politica, che si ispira ad un personaggio veramente carismatico (Charles De Gaulle) che ha fatto, nonostante le divergenze ideologiche, il bene del suo paese. In secondo luogo perché ho sempre considerato il fenomeno del gollismo come la chiave per la comprensione dello “stato d’eccezione ideologico e politico” che da parecchi secoli contraddistingue la Francia. Del resto negli ultimi mesi analizzato la vicenda con un piccolo saggio in cui giungevo in sostanza alla conclusione che la particolarità francese nascesse nel privilegio di aver ospitato all’interno della propria storia, e all’interno dei propri confini nazionali, un evento campale come la Rivoluzione francese.

Ultimamente ho notato, e ringrazio il mio amico per avermene segnalato la fonte, un aspetto riguardante l’Union pour un mouvement populaire (il partito di maggioranza in Francia e del presidente Sarkozy) e la sua accezione politica che, seppur ricollocabile nel centrodestra, assume caratteri alquanto particolari rispetto all’idea conservatrice e mostra una tendenza “all’egemonizzazione politica” racchiudendo al suo interno varie istanze e correnti di pensiero (provocatoriamente nel saggio avevo delineato una sinistra e una destra nel partito). Il mio caro amico infatti mi ha segnalato un video su Youtube dal titolo “Lipdub jeunes UMP 2010 version sous-titrée karaoke”. Si tratta in pratica di un video elettorale che si contraddistingue per la sua demenzialità (oggi diremmo che somiglia molto ad uno spot di una banca!): vi sono infatti molti giovani che canticchiano una canzone mostrando magliette dell’Ump ed altri desideratissimi gadget “made in De Gaulle”. Il tutto si svolge in un treno mentre alcune immagini intervallano la sequenza della ferrovia per mostrare altri ragazzi accompagnati da autorevoli esponenti del partito nel cantare la stupida canzoncina (ovviamente il tutto in karaoke: lo stato francese dovrebbe pagarci per ascoltare l’ex premier Raffarin che canta). Questo video è un classico spot elettorale, che senza dubbio farà discutere, in vista delle elezioni regionali di marzo (storicamente  i socialisti, anche perché spesso all’opposizione, vanno molto bene in questa competizione elettorale).

La cosa che più  mi ha stupito del video, oltre il fatto che tra i cantanti ci sia l’apparente “trombata” Rachida Dati, è il messaggio finale che del resto dovrebbe racchiudere la sintesi del senso politico dello spot: “Changeons le monde Ensemble”.

Del resto il ritornello della canzoncina è proprioTous ceux qui veulent changer le monde”.

Cosa ne possiamo ricavare?

Sinceramente la mia primissima, per quanto semplicistica considerazione, è stata quella di cogliere un profondo atto d’incoerenza. Per quanto possa apparire un ragionamento poco idealista, al limite del cinismo, ho sempre considerato alquanto remota la possibilità di cambiare il mondo da parte di un partito riformista. Figuriamoci per uno di centro-destra, che non a caso spesso è definito “partito conservatore”! Il concetto di cambiare  il mondo mi è sempre  parso un concetto radicale, di estrema sinistra e settario (se non improponibile a seguito della morte delle ideologie: forse sarebbe meglio migliorarlo gradualmente).

Qualche anno fa mi colpì, nel corso di un congresso di un’organizzazione giovanile dell’area progressista e riformista, un intervento che poneva come obbiettivo di massima dell’organizzazione “quello di cambiare un mondo ingiusto”. Di per sé trovavo l’affermazione abbastanza comprensibile, poiché era posta in modo tale da far capire che si doveva lottare per ottenere sempre e comunque il miglior risultato possibile.

Ma questa volta, leggendo una analogo concetto in un spot di un partito di centrodestra, la mia reazione è stata differente. Dopo il sentimento d’incoerenza mi sono chiesto: non è che la faccenda sia un tantino più complessa?

Nel mio saggio sul gollismo ricordavo che l’eccezionalità politica francese non risiede solo nel possedere un partito come quello gollista che ha aspirazioni egemoniche, ma anche in atti concreti della politica francese. In primis la politica estera e lo spirito di grandeur.

Non è erroneo definire, anche quando governa un esecutivo moderato come quello di adesso, la politica estera della Francia come politica “anti-americana”.

Questo sia perché nell’ottica europea il ruolo britannico in questo ambito è quasi subalterno alla politica statunitense, e ciò accentua per reazione il carattere francese, sia perché lo spirito idealista (che proprio in questi giorni vede Parigi in prima fila nel chiedere sanzioni all’Iran) appare a tratti agli antipodi rispetto alla scuola realista delle relazioni internazionali storicamente ereditata dal lavoro e dagli studi di Kissinger.

In conclusione grazie a questo video possiamo aggiungere una postilla al ragionamento teso a comprendere meglio la “diversità francese”: l’Ump, che governa il paese da anni, non solo tenta di creare un’ideologia nazionale francese (egemonica) che collochi al proprio interno i soggetti della classica dialettica politica (destra, sinistra, centro), ma è anche il partito che ha il compito di accentuare questo spirito particolarista non solo nella definizione politica in sé (“non sono un conservatore, sono un gollista”) nonché negli atti concreti che hanno fatto la storia della politica francese. Quindi: cambiamo il mondo, insieme. Forse rendendolo un po' più francofono e un po’ meno anglofono. Con questo programma anche quelli che forse dovrebbero essere un po più “rivoluzionari” di noi (i socialisti) appariranno come la forza della conservazione. E non è un caso che Giulio Tremonti negli ultimi tempi lodi il posto fisso lavorativo…

Una rivoluzione copernicana quindi. Un partito di destra moderata che vuole una rivoluzione.

Ciò che può apparire indecifrabile in realtà ci mostra una particolarità, una situazione, uno status che da soli possono realmente cambiare la visione le ideologie della politica mondiale.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 17/2/2010 alle 13:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


14 febbraio 2010

Recensione: «Meglio del sesso. Confessioni di un drogato della politica».

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/Comunicazione/recensione-lmeglio-del-sesso-confessioni-di-un-drogato-della-politicar.html

Nella più totale disperazione, i sondaggi lo danno perdente contro il candidato repubblicano per le elezioni del 1948, il deputato del Texas Lyndon B. Johnson ha un’idea geniale. Chiama il suo stratega della campagna elettorale e gli illustra il suo piano: annunciare alla stampa che l’avversario repubblicano è stato un violentatore di maiali. “Ma sei pazzo?!?” gli risponde lo stratega “è una follia assolutamente non vera!”. “Certo” risponde il candidato “ma mi spieghi come potrà dimostrare il contrario?”

Il deputato Johnson confermò il suo seggio a Washington. Nel 1963 divenne 36° presidente degli Stati Uniti d’America.

Realtà o finzione? Satira o cattiveria? Come definire questa come le altre “esclusive” informazioni sulla politica americana presenti in questo libro?

“Meglio del sesso. Confessioni di un malato della politica” di Hunter S. Thompson è la massima rappresentazione di quello che negli Stati Uniti definiscono “Gonzo Journalism”, ovvero uno stile di scrittura composto da vari elementi: giornalismo tradizionale, cronaca, ricordi, considerazioni personali, pezzi satirici, missive e fantasia. L’autore è il capostipite, se non forse l’unico autorevole esponente, di questa corrente letteraria divenuta famosa grazie al libro, da cui poi fu tratto anche un film, “Paura e disgusto a Las Vegas”.

Il fatto che si bolli il libro come testo del genere “Gonzo Journalism” non è solo un modo per esporre un’opera ai lettori di un genere di nicchia, ma anche una necessità.

Sarebbe infatti difficile trovare altri aggettivi o nomi di generi per descrivere il libro. Ma possiamo dire senza dubbio che si tratta di un testo che ha un grandissimo merito: offrici delle vere e proprie perle. Politiche e di saggezza.

Il libro infatti narra dell’autore, giornalista per la rivista “Rolling Stone”, e della sua grande passione: la politica e le campagne elettorali.

Un passione che più che “passionale” sarebbe corretto definire come “viscerale”, logorante e a tratti simile a qualcosa di cui risente anche lo stato fisico e psicologico del soggetto. E la cosa aumenta di intensità coi vari riferimenti ai vizi dell’autore nel consumo di droghe, pesanti o leggere che siano, che lo hanno reso celebre anche con altri suoi lavori.

Democratico da sempre, Thompson ha un odio viscerale verso il presidente George Bush (l’azione infatti si svolge tra il 1991 e il 1993) e continua a giudicare negativamente o positivamente le persone che incontra nella vita a seconda di chi hanno votato alle presidenziali del 1960 (Kennedy-Nixon).

Queste sue idee però non gli hanno fatto rinunciare a partecipare, nel corso delle elezioni di mid-term del1990, alla task force repubblicana per far vincere il partito dell’elefantino sia alla camera dei rappresentanti sia al senato. Ed anche a correre, contro democratici e repubblicani, alla carica di Sceriffo presso Aspen, sua città di residenza in Colorado.

Da qui inizia la prima parte del libro che ricorda come tra l’altro il buon Thompson abbia avuto modo di partecipare, come membro dello staff elettorale, ad un epico evento della storia del XX° secolo: la campagna elettorale di George McGovern.

Ne approfitta dunque per illustrare uno scenario cupo, crepuscolare in cui, presso un qualche stabile del Sud Dakota, McGovern and family assistono all’epica disfatta elettorale alle presidenziali del ‘72 mentre, compresa l’aria, Warren Beatty ne approfitta per darsela a gambe levate.

Mentre lo stesso Sud Dakota, “home state” di McGovern, cede alle grinfie della coppia Nixon-Agnew, Thompson, consultando quella perversa cosa che è il modulo coi responsabili territoriali della campagna elettorale, giura eterno rancore verso un ragazzo di 26 anni responsabile della perdita di centinaia di comuni in Texas: William Clinton.

Bill Clinton! Ed è da qui che si riparte con un’accurata descrizione (è presente un calendario con la scansione degli eventi) della campagna elettorale del 1992 che vede in pista, in quota democratica, proprio il giovane governatore dell’Arkansas. Dopo il ritiro e la fine delle sirene pro-Ross Perot, Thompson per forza di cose appoggia Clinton, odiando Bush, e si reca a Little Rock per intervistarlo.

La reazione di Clinton è curiosa: oltre ad essere illustrato come un “maniaco del sesso” (presenti nel libro tutte le accuse e le ironie sulle “passioni” di Bill, compresa la “droga fumata ma non aspirata” che riveste un ruolo di primaria importanza simbolica in tutto il libro) il comportamento del futuro presidente è scettico e curioso nei confronti dell’interlocutore.

Da qui sono presenti nel libro lettere false di immaginari amici di Clinton che, cogliendo una certa somiglianza dell’autore con un cattivello della stessa classe elementare di Bill, temono per l’incolumità fisica dello stesso Thompson!.

Il libro continua con questo folle ritmo: sono riportate corrispondenze tra Thompson e il vicedirettore dei telegiornali della Cnn Ed Turner, con il collega Carville, il futuro membro del gabinetto presidenziale Stephanopoulos e finte minacce di James Baker ai network tv per falsare i risultati negativi nei confronti di Bush con tanto di presidente texano che osa proporre come data per il primo dibattito presidenziale la domenica delle finali del campionato di Football.

Il libro finisce nel 1994 con un “epitaffio” per la morte di Richard Nixon dipinto come un criminale, il Male, ma pur sempre la persona che forse aveva accesso, tramite l’obbrobrio alla sua politica, la scintilla della passione politica in Thompson. E da questo punto di vista mi è venuto in mente un caso analogo nostrano di “drogato della politica”.

Umorismo all’americana ed affermazioni pesanti sono presenti nel libro che però, anche se queste due caratteristiche possono apparire sgradevoli a molti lettori, ha un grande ed inestimabile merito: essere la fonte di una serie di perle di saggezza e di informazioni sugli States che nessun libro, anche il più completo, potrà mai fornire.


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10 febbraio 2010

Vincenzo De Luca: un caso politico.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20190-vincenzo-de-luca-un-caso-politico.html

Spesso si parla di Vincenzo De Luca, sindaco di Salerno e candidato per il Pd alla presidenza della Regione Campania, come un personaggio controverso: indiscusso “padrone politico” della città, nemico giurato di Bassolino, amministratore “law and order” e fonte d’imbarazzo per gran parte dei partiti in cui ha militato (anch’egli si è fatto la trafila Pci-Pds-Ds-Pd).

Alcuni ne parlano come se fosse il George Wallace italiano. Wallace fu governatore dell’Alabama negli anni ’60 e rappresentate di quella parte di Partito Democratico, molto forte al Sud del paese, che faceva della legge e dell’ordine i propri vessilli politici. Lasciò il partito per correre in solitaria alle presidenziali del 1968 dopo che il presidente Johnson aveva firmato la nuova legge sui diritti civili.

Effettivamente appare alquanto ingeneroso additare De Luca come fomentatore di rivendicazioni di tipo etnico o razzista. Ma senza dubbio può apparire, ed effettivamente è, un fenomeno complesso figlio della situazione politica che si è delineata in Campania.

Da parecchi anni Vincenzo De Luca è infatti sindaco di Salerno. Egli ha giustamente buona fama di amministratore: la sua città infatti risulta essere all’avanguardia in Italia, e specialmente in Campania, nelle gestione dei rifiuti ma anche in altri ambiti, in primis il turismo.

Questa grande popolarità ha spesso portato il sindaco a montarsi la testa: spesso ha fatto riferimento ad una sepoltura delle sue ceneri presso la piazza principale della città (più che Wallace in tal caso ricorda Kim Il-Sung…) e molte sue scelte, più politiche che amministrative, lo hanno portato spesso a contrarsi con un altro "boss" della politica campana: Antonio Bassolino.

Oltre ad aver creato problemi al governatore campano, De Luca è stato abile anche nel creare problemi…al suo stesso partito! Nel 2006 si ricandidò per l’ennesima volta a sindaco, mentre era anche deputato alla Camera, e Piero Fassino, allora segretario Ds e quindi titolare legale del glorioso simbolo della Quercia, si rifiutò di far comparire quel simbolo nella scheda elettorale in appoggio di colui che era insieme croce e delizia della politica campana.

Wallace, dunque. E sì, perché eliminati gli aspetti più inquietanti della sua politica possiamo trovare una cosa in comune tra l’ex governatore dell’Alabama e il sindaco di Salerno (oltre ad essere entrambi del “Sud”): la passione per la legge e l’ordine.

De Luca è noto per aver portato Salerno all’avanguardia sul tema della sicurezza e spesso lo abbiamo visto agli onori della cronaca per aver fornito la polizia municipale di una sorta di manganello che però legalmente non si poteva definire tale, con tutto ciò che ne consegue.

Giunge quindi il tempo per il centrosinistra di indicare un candidato alle regionali in Campania. La partita è difficile: la fama di Bassolino non è delle migliori nonostante il centro di potere che è stato abile a creare intorno a sé. Quindi, per evitare rischi di strappi dolorosi, si pensa alle primarie. Vari nomi girano e scompaiono come neve al sole. Lo stesso De Luca si propone come candidato e il suo nome incomincia a girare, ben prima del necessario. Dopo l’ipotesi Cozzolino, e i ritiri dell'assessore regionale Cascetta e di Marone, resta in campo solo De Luca.

Bersani dà il placet. Niente primarie se c'è un solo candidato (il buon Loiero sta cercando di apprendere dai maestri salernitani!) quindi tutti a sostenere il sindaco di Salerno con buona pace di Bassolino.

Concordano con la candidatura la Federazione dei Verdi (sui rifiuti effettivamente è stato fatto molto) e Alleanza per l’Italia. Una coalizione un po’ incompleta considerando che dall’altra parte Stefano Caldoro già è partito con la sua campagna elettorale.

I veti vengono dall’Italia dei Valori, da Sinistra Ecologia Libertà e dalla Federazione della Sinistra.

E qui sta il punto. Perché i veti di queste forze politiche non sono omogenei e ben testimoniano come il caso sia sotto sotto complesso e che non merita stucchevoli semplicismi: mentre infatti l’Idv non gradisce la candidatura di De Luca per i suoi problemi giudiziari (il sindaco è sotto processo ma non condannato) dovuti alla sua attività amministrativa, il movimento che fa capo a Vendola non vuole De Luca perché “sembra un sindaco leghista” a causa della sua politica sull'ordine pubblico.

La situazione si sblocca grazie ad un vero e proprio colpo di teatro.

Sabato 6 febbraio, nel corso del suo intervento al congresso dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro dichiara che la partita campana è quasi una partita nazionale. La nuova politica dell’alternativa porta quindi l’ex pm a scongiurare una corsa solitaria del suo partito.

Quindi che fare?

La cosa forse più semplice. Chiamare De Luca e dirgli “ti appoggiamo se mettiamo in chiaro dei paletti. Perché non vieni a illustrare le tue idee e il tuo programma oggi al nostro congresso”.

Alle 15,30 De Luca giunge all’Hotel Marriot di Roma. Si dice d’accordo con Di Pietro: in caso di condanna bisogna dimettersi e ok ad un assessorato alla trasparenza da affidare ad un soggetto terzo.

È standing ovation. Vincenzo De Luca pare un leader dell’Italia dei Valori.

La cosa ha ripercussioni su tutto lo scenario: la Sinistra Ecologia Libertà della Campania si riunisce e decide di appoggiare anch'essa il sindaco di Salerno. Resta il vuoto dell’alleanza con la Federazione della Sinistra, forse colmabile solo grazie ad un accordo tecnico di tipo elettorale.

L’apparente successo di un’operazione politica (apparente perché bisogna pur vincere le elezioni regionali a marzo) dimostrano a tratti una particolarità nella tradizione storica ed ideologica della sinistra.

Si può infatti appoggiare un uomo di sinistra, ex comunista, che fa della sicurezza e dell’ordine pubblico i suoi temi principali. Sempre se questi sono declinati per favorire la cittadinanza e i ceti più svantaggiati.

Illuminante da questo punto di vista lo sgombero che, qualche anno fa, colpì un rumoroso centro sociale di Salerno. Ai no-global che protestavano contro il sindaco dandogli del fascista, il primo cittadino rispose laconico “I veri proletari la mattina si svegliano per andare a lavorare. E voi fate troppo casino la notte”.

Ora che piace anche a Di Pietro possiamo dirlo: il buon De Luca un tantino c’azzecca col vecchio Wallace. Fu proprio l’uomo della “sweet home Alabama” a dire infatti, in maniera ugualmente laconica, ad un gruppo di hippie: “Voi hippie non sapete il significato di due parole: lavoro e lavarsi”.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 10/2/2010 alle 18:9 | Versione per la stampa


6 febbraio 2010

Troppi affari, Cavaliere.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/19727-troppi-affari-cavaliere.html

Archiviati sia il ddl sul processo breve, approvato al Senato, e quello sul legittimo impedimento, passato in un'infuocata seduta alla Camera, la maggioranza e il governo ora si trovano nella migliore situazione per fronteggiare meno di due mesi di campagna elettorale per le regionali.

Pur mancando ancora il voto di una camera, secondo i big del centrodestra in materia di giustizia (che come ben sappiamo è il tema “cardine” e fondativo di questo schieramento politico) l’iter sarà veloce e non subirà modifiche di particolare rilevanza in seconda lettura.

In attesa di un lodo Alfano-bis "costituzionale" ora Berlusconi ha la garanzia che nei prossimi mesi nessun giudice potrà disturbarlo, anche perché, utilizzando una tecnica ostruzionistica propria solitamente dell’opposizione, la stessa maggioranza ha presentato emendamenti che consentono a premier e ministri di non recarsi in tribunale perché impegnati in sagre di paese o in rodei campagnoli (sembra umorismo, ma è tutto vero). Lo stesso Alfano del resto ha ottenuto un mezzo via libera da parte del Quirinale sul legittimo impedimento: con la modifica del provvedimento avvenuta in aula nella giornata di mercoledì, ora l’impedimento a recarsi presso le aule di giustizia non sarà solo esclusiva del presidente del consiglio ma di tutti i ministri. In questo modo la maggioranza ha evitato un rischio di incostituzionalità che già si era delineato nella sentenza che in ottobre aveva portato la Corte Costituzionale a bocciare il “primo” lodo Alfano, quando ci fu una discussione sul fatto che il presidente del Consiglio fosse primus supra pares e quindi, a differenza degli altri ministri, necessitasse di uno scudo giuridico. In realtà questa argomentazione non teneva conto del fatto il governo è organo collegiale e complesso, e ben dovrebbe saperlo Berlusconi che spesso si lamenta dello scarso potere decisionale, a scapito di quello di coordinamento, che il suo incarico possiede rispetto agli omologhi europei!

Unica garanzia che ha voluto il capo dello Stato, dopo la modifica che appunto estendeva l’impedimento a tutti i membri del governo, è stata l’accantonamento della proposta del senatore Valentino, numero due in tema di giustizia nel Pdl, sulle modifiche al valore giuridico delle deposizioni dei pentiti. Ma a scaricare la proposta del senatore ex finiano era già stato del resto il ministro dell’Interno Maroni (“Questa proposta non uscirà dalla commissione e non sarà mai approvata. Almeno fino a quando sono ministro”) seguito a ruota, con un inquietante distacco di ben 4 ore, dal collega Guardasigilli.

Alcune voci però si levano verso una revisione della legge sui pentiti in seno alla maggioranza. In particolar modo è proprio l’area un tempo aennina ma ora solidale al cento per cento con Berlusconi che si dice possibilista sull’accoglimento e sull’avanzamento legislativo della proposta di Valentino: il capogruppo Gasparri e il vicepresidente del Senato Nania si sono detti in linea di massima d’accordo con la proposta Valentino paventando tra l’altro una certa similitudine con un provvedimento simile presentato nel passato dal centrosinistra (vecchia tattica pdiellina: sull’immunità parlamentare si tenta di salvare la faccia rispolverando la vecchia proposta della senatrice Pd Chiaromonte).

Dunque, a parte le divergenze sulla legge già ribattezzata “salva pentiti”, in materia di giustizia il Pdl “va avanti” (frase usata spesso dall’onnipresente amante del tubo catodico Gasparri, ignaro della fatto che la frase, nella sua vaghezza, nasconde elementi di nullità politica tesa a celare un potenziale quando realistico immobilismo da parte della compagine di centro-destra) e non resta che aspettare altri obbrobri come il nuovo lodo Alfano (che rischia, in quanto legge costituzionale, di non ottenere la maggioranza qualificata necessaria e quindi andare incontro ad un referendum confermativo).

Quindi Berlusconi può dormire a sonni tranquilli? A dir la verità, no.

E non tanto perché l’impegno politico è qualcosa di costante, di totalizzante che spesso può causare insonnia. Ma perché, archiviati all’apparenza i problemi giudiziari, possono sorgere i cari vecchi problemi politici.

In particolar modo il timore del Pdl, nonostante il capo del governo possa ora barcamenarsi da un comizio all’altro in ogni angolo nello stivale schivando le ligie aule di giustizia, ha un solo nome: il sorpasso.

E non si tratta del film di Dino Risi con Vittorio Gassmann e Jean-Louis Trintignant, ma quello che la Lega Nord rischia di realizzare a scapito del Pdl soprattutto in Veneto.

Se ciò avverrà e se la percentuale nazionale della Lega Nord aumenterà rispetto al 10,2% delle scorse europee, la golden share di via Bellerio rischia di squilibrare i vecchi equilibri del governo. E con ripercussioni non solo sul piano delle politiche del “law and order” ma anche sull’azione politica complessiva.

Potremmo quindi assistere, per concludere, ad una Lega che interviene ancor di più, che chiede di decidere ancor di più, e (volendo) che mette i bastoni tra le ruote a Berlusconi ancor di più.

Per quanto Bossi e Berlusconi siano amici, spesso la politica appare su un piano superiore che rischia di compromettere sodalizi storici e vecchie amicizie.

Anche se non dal punto di vista giudiziario i prossimi mesi per Berlusconi saranno complessi e faticosi. E tra l’altro non potrà presentarsi come vittima dell’accanimenti giudiziario visto che non metterà un piede in alcun tribunale per i prossimi mesi. Peccato: è una delle parti che gli riesce meglio.

Di questa situazione ne potrebbe risentire l’equilibrio politico del paese e del governo tutto. Un tema molto caro a Berlusconi che per evitare rischiose frizioni ha ampliato la compagine ministeriale di ben due elementi (con un Bertolaso in arrivo) senza nemmeno consultare il Presidente della Repubblica. Queste frizioni potrebbero riemergere se l’equilibrio cede: Luca Zaia quasi sicuramente sarà presidente del Veneto fra qualche mese e lascerà la poltrona di ministro dell’Agricoltura. C’è quindi un Galan da ricompensare per il passo indietro fatto, un Bondi da sistemare al partito e nel caso un Cota da mettere al posto di Zaia nella sciagurata ipotesi che la Bresso in Piemonte ripeta l’impresa di cinque anni fa.

Ma con una Lega troppo forte non si potrebbe chiedere una risistemazione totale e definitiva?

“Troppi affari, Cavaliere”.


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3 febbraio 2010

Le deposizioni di Blair sull'Iraq.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/Europa/le-deposizioni-di-blair-sulliraq.html

Qualche considerazione sulla deposizione di Tony Blair presso la commissione d’inchiesta sulla guerra in Iraq.

Nella giornata di venerdì 29 l’ex primo ministro britannico Tony Blair ha dovuto testimoniare a Londra, in quanto “persona informata dei fatti”, davanti ad un’apposita commissione istituita per far luce sulla seconda guerra del golfo, avvenuta in Iraq nel 2003. Si tratta di un evento politico molto complesso che suscitò, sin dai primi dibattiti nella seconda metà del 2002, aspre polemiche ed accuse reciproche.

Questa commissione, che non è un commissione giuridica ufficiale e che quindi non può emettere sentenze (se escludiamo quella dell’opinione pubblica), ha visto nell’arco della settimana un viavai di veri “big” della politica britannica che furono in un senso o nell’altro coinvolti nelle trattative per l’entrata in guerra. Uno dei primi a deporre è stato il segretario alla giustizia Jack Straw che al tempo dei fatti era segretario agli esteri ed è stata molto attesa anche la deposizione dell’ex portavoce di Downing Strett Alistair Campbell (che tra l’altro ne ha approfittato per fare della sua deposizione una vera e propria lezione di giornalismo).

Il Regno Unito effettivamente è stato, dopo ovviamente gli Stati Uniti, il più grande sponsor dell’operazione contro Saddam Hussein, reo di possedere armi di distruzione di massa illegali e di fiancheggiare il terrorismo di matrice islamica

Questo forte legame Usa-Uk è stato rappresentato per anni dal binomio B&B (Bush e Blair) che, pur essendo esponenti di forze politiche ben diverse, in quel periodo mostrarono un grado di compattezza ed una comunanza di veduta a dir poco sorprendente.

Dopo molti anni, con un Iraq formalmente democratico e con un difficile cammino di ricostruzione e di compromesso tra le varie etnie nazionali, e con Saddam Hussein fuori dalla scena, non si hanno ancora prove dell’esistenza di armi di distruzione di massa, mentre non si è certi del legame tra Al Qaeda e l’ex dittatore di Baghad.

Tony Blair dunque aveva molto a cui rispondere. Si è presentato davanti alla giuria alle ore 9 del mattino e “l’interrogatorio” si è concluso dopo ben sei ore.

Nel corso della seduta, numerose sono state le domande a Blair, e ad una di queste l’ex premier ha saputo rispondere con ben 60 minuti di “giustificazionismo” nei confronti del suo operato e con varie affermazioni della serie “non mi pento di nulla”.

Blair ha iniziato spiegando quale, secondo lui, è la genesi dell’interventismo britannico nel 2001 (Afghanistan) e nel 2003 (Iraq): a seguito dell’attacco dell’11 settembre del 2001 nulla è stato più come prima, e questo vile atto terroristico non è stato solo una sfida agli Stati Uniti d’America come nazione, ma all’Occidente tutto.

Già da questo primo tipo di risposta, tra l’altro molto condivisibile se non ovvia, emerge una visione a tratti manichea delle relazioni internazionali nello stile di Samuel Huntington, secondo cui, a seguito della fine delle ideologie, sono le “civiltà” con le loro profonde differenze a scontrarsi (ma Blair non era il fautore della “vittoria del pragmatismo” a seguito della fine delle ideologie?).

Assodato dunque quale fosse la radice del problema e le ragioni per cui era necessario rafforzare la “special relationship” USA-GB, Blair ha continuato la sua deposizione dichiarando di credere realmente all’esistenza di armi pericolose nelle mani di Saddam. Ha dichiarato che per quanto riguarda il legame col terrorismo islamico esso si sarebbe potuto sviluppare nel corso degli anni con Saddam sempre al potere e infine ha concluso dicendo che rifarebbe tutto come prima, che non c’è niente di cui scusarsi e che se fosse per lui “il prossimo sarebbe l’Iran”.

Effettivamente, se si vuole prendere alla lettera la dottrina blairiana qui esposta, bisognerebbe al più presto intervenire contro l’Iran in quanto paese che senza dubbio sta sviluppando forme di armi nucleari e che appare una minaccia nei confronti di alcuni paesi vicini (per non parlare poi della condotta iraniana sulla negoziazione nucleare e sul tentativo di tenere segreti alcuni impianti per l’arricchimento dell’uranio). Da questo punto di vista, valutando che l’Iran come Saddam reprime costantemente i propri oppositori politici, il regime di Teheran appare molto più pericoloso!

Ovvio che i molti familiari delle vittime del conflitto iraqeno, che aspettavano Blair fuori dal palazzo della commissione, si sarebbero aspettati delle scuse da parte di uno degli artefici principali di questo discusso conflitto. E avevano assolutamente ragione.

La deposizione dell’ex primo ministro britannico però, tralasciando le sue responsabilità sulla condotta delle guerra che sono senza dubbio opinabili, può insegnarci qualcosa di più sulla visione politica di Blair e sulle argomentazioni con cui ha cercato di difendersi: uno dei più grandi elementi che colpì l’opinione pubblica internazionale (personalmente ho un ricordo molto vivo dei mesi di preparazione al conflitto) fu il fatto che il laburista Blair, colui che aveva rappresentato un modello ed un esempio per tutta la sinistra internazionale, sembrava avere una visione uguale a quella di uno dei principali teorici della politica neo-conservatrice come George W. Bush, con cui aveva inoltre ottimi rapporti.

Inutile dire che a molti in quel periodo Blair è apparso un traditore (ricordo molto bene la reazione di un corteo contro la guerra in Iraq nell’aprile 2003 quando ebbe le sventurata idea di passare sotto l’Hotel Anglo-Americano di Roma) e quasi nessuno riuscì a trovare una forma di giustificazione o di motivazione al suo comportamento.

Col passare del tempo forse si è riusciti a configurare meglio il problema: fermo restando che ciò che avvenne in Iraq fu uno scandalo e che i principali interessi da parte delle potenze occidentali riguardavano e tuttora riguardano le risorse petrolifere, è anche giusto considerare l’operato di Blair in un'ottica quasi "non-europea". Non tanto perché egli si è avvicinato a Washington e allontanato dall’asse Parigi-Berlino, ma perché la tradizione politica britannica e la sua conseguente visione della politica estera porta ad un certo tipo di “interventismo”, questo sì “senza se e senza ma”, che non risparmia neppure quelle forze che invece dovrebbe essere fautori di un modo pacificato a basato sul multilateralismo (il Partito Laburista, per quanto partito di centro-sinistra, è assolutamente una forza politica ben diversa da quelle socialiste continentali, ed una macroscopia prova di ciò fu il periodo della guerra fredda che vide un Labour Party fortemente anticomunista tanto da non necessitare di alcuna forma di “Bad Godesberg”). Basti pensare che sul conflitto iracheno si registrò un consenso da parte sia dei Conservatori che dei Laburisti (anche se molti deputati e qualche ministrò si dimisero dal partito per l’iniziativa del loro primo ministro), con la sola significativa eccezione dei Liberaldemocratici.

Senza limitarci a dire che Blair ha sbagliato, e che continua a sbagliare quando non rinnega ciò che per lui appare evidentemente non rinnegabile, forse ora abbiamo compreso cosa lo ha spinto ad agire e ad agire in quel modo. O almeno, lo abbiamo compreso parzialmente (non possiamo entrare nelle menti ltrui).

Non sarà la risposta definitiva e non spiega molte altre controversie della politica di Blair, come quando dichiarò di sostenere, nel corso della campagna presidenziale del 2004, la rielezione del repubblicano Bush contro il progressista Kerry. Ma senza dubbio può essere utile per capire al meglio non solo il “Blair pensiero”, ma anche cosa ci rende così diversi, e per certi versi così simili, alle istituzioni e alla visione della “perfida Albione”.


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