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Cinema
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


26 aprile 2010

Visioni: L'uomo nell'ombra (2010).

 


Regia: Roman Polànski.
Interpreti: Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Olivia Williams, Kim Catrall, Tom Wilkinson

Al cinema questa sera non potevo perdermi il nuovo film di Roman Polànski. Cioè: Roman Polànski! Appunto per questo ho optato per la seguente visione pur consapevole di trovarmi davanti a un film che, a parte la possibilità di risvegliare la mia incomprensibile emozione cinefila, avrebbe potuto deludermi per il “blockbuster aggio” con cui è stato confezionato (vedi il cast).
Un noto ghost writer inglese (Ewan McGregor), ovvero uno scrittore che scrive libri o discorsi a nome di altri che non hanno il tempo e la capacità di farlo, viene contattato da una nota casa editrice per scrivere la biografia dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (Pierce Brosnan). Lo scrittore “ombra” è inizialmente un po’ scettico: non è molto esperto di politica e il suo sesto senso gli dice che non si tratta del lavoro giusto per lui. A maggior ragione ha dubbi dopo aver saputo che il ghost writer che lavorava precedentemente al libro di Lang era morto affogato in circostanze misteriose
Nonostante tutto grazie alle trattative condotte dal suo manager accetta per la lauta somma promessa dalla casa editrice. Lo scrittore allora si reca da Londra all’isola Martha's Vineyard, sulla costa orientale degli Stati Uniti dove l’ex primo ministro risiede per un ciclo di conferenze da tenere in America. Qui lo scrittore entra in contatto con lo staff di Lang e con la moglie Ruth (Olivia Williams) e si mette al lavoro con il politico per “mettere in prosa” la sua vita.
Ma dopo pochi giorni un fatto inatteso modifica le cose: l’ex ministro degli affari esteri di Lang denuncia l’ex premier per crimini di guerra, a proposito della morte e della tortura di alcuni cittadini iraqeni rapiti e torturati perché sospetti terroristi di Al-Qaeda.
La cosa turba non poco Lang e tutto il suo staff perché inizia l’iter processuale presso la corte de l’Aja e l’ex premier si reca a Washington, pur di non recarsi a Londra, per cercare sponde e appoggi politici. Lo scrittore-ombra si trova quindi solo nell’inverno dell’isola di Martha’s Vineyrad e scopre cose molto interessanti visitando l’isola (mentre già si è creato un capannello di pacifisti che contestato Lang sotto la sua abitazione accusandolo di crimini contro l’umanità).
Lo scrittore incomincia ad avere dei dubbi sul decesso del suo predecessore come scrittore. Decide che bisogna cambiare passo. Dalla fase della scrittura bisogna passare alla fase dell’indagine. Tutto questo mentre la moglie di Lang, anche lei rimasta sola a casa con la security, sfoga sul suo ospite tutta la sua frustrazione per il momento e per la velata relazione sentimentale che il marito intrattiene con la segretaria.
Lo scrittore non si capacità del guaio in cui si è cacciato. Ecco perché gli conviene indagare. Scoprirà che in palio ci sono cose molte importanti. E molti misteri di carattere politico e personale devono ancora essere pericolosamente svelati.
Il genere di questo film è quello dello spionaggio. Tratto da un best-seller di Robert Harris “The Ghost Writer” Polànski ha scritto la sceneggiatura assieme all’autore del libro, ex laburista deluso dal governo Blair a seguito del conflitto in Iraq nel 2003. Effettivamente il libro e la fedele trasposizione cinematografica hanno un bersaglio ben preciso: Adam Lang si atteggia come Tony Blair e la durata del suo governo coincide pienamente, così come sono evidenti i forti legami coi settori peggiori della politica e dell’intelligence americana. Quegli stessi settori che, da umili studenti delle medie, credevamo che effettivamente fossero gli unici mandatari per una “presunta corruzione” nei confronti dell’incomprensibile leader laburista capace di dichiarare il suo tifo per il repubblicano Bush alle elezioni presidenziale del 2004. Anche il tema del terrorismo islamico, del conflitto iraqeno e di quello afghano rimandano ad una storia realmente avvenuta che l’autore del libro volontariamente voleva denunciare. Denunciare in un thriller fantastico senza alcun riscontro con la realtà dei fatti per quanto riguarda il plot.
Già il fatto che il film sia tratto da un libro può essere un malus per la pellicola stessa. E con questo non intendo dire che da libri non si siano fatti veri e propri capolavori della cinematografica, ma che questo non rende il film pienamente del regista.
La mano di Polànski c’è tutta: molti hanno colto nell’isolamento e nei rapporti del protagonista con i suoi vicini, la stessa relazione che c’era tra l’inquilino polacco e il condominio de “L’inquilino del terzo piano” del 1976. Non avendo mai avuto il coraggio di visionare questa pellicola, nonostante la superba Adjani mi richiami spesso ai miei doveri, posso dire con tono semplicistico che “L’uomo nell’ombra” ricorda più l’ovattato “Frantic” con Harrison Ford e la colonna sonora di Morricone.
Ovattato appunto. Perché tra la bravura tecnica e la forte innovazione del regista ho colto un aspetto parallelo che rendeva il film più a-personale, più legato ad uno schema hollywoodiano. Insomma: il classico film con Ewan McGregor (per carità, anche bravo nella sua parte) e Pierce Brosnan. Roba da “Mamma mia!” ed “Angeli e demoni”.
Insomma, la percezione è che Polànski, nonostante sia regista di fama che può permettersi ogni intreccio possibile, rende meglio nei suoi film pienamente personali e in questo caso, pur realizzando un buon thriller, ha forse risentito il peso dei piani superiori di produzione e della presenza di un libro da cui non potevi permetterti di variare troppo (Harris a tratti nei suoi successi non è molto dissimile da Dan Brown…c’è ne passa da libri “sfigati” come quelli che hanno ispirato “Arancia meccanica” o “Il Dottor Stranamore”). Si sente dunque l’odore del film su commissione.
Ma il regista comunque permane sempre lui e non si può che rimanere estasiati dalla scena finale del film dove suspense, tecnica di ripresa e musica creano un mix perfetto che, questo sì, ci ricorda il terribile John Huston che in “Chinatown” realizzava in formato celluloide quell’orribile rapporto familiare pari forse solo all’inquietante “papi” di Noemi Letizia riferito al suo protettore Berlusconi. Giusto segnalare la musica non trascendentale ma azzeccata nell’accompagnare il film di Alexandre Desplat (qui forse possiamo trovare un paragone tra Hitchcock e Hermann, unico paragone possibile che si può fare col “maestro del brivido” e con questo film insieme a quello che il primo ministro ha un nome immaginario così come i paesi e i vari presidenti sono immaginari nell’universo e nelle necessità hitchockiane) e l’interpretazione di Olivia Williams che forse è l’unica che si sforza di fare qualcosa in più dell’ordinaria amministrazione. Ad un certo punto spunta Eli Wallach in una piccola e simbolica parte in un gesto che ci ricorda il cinema d’altri tempi e le pellicole con Giuliano Gemma e Terence Hill.
Il manager dello scrittore-ombra si chiama Rick Ricardelli. E ho detto tutto.
Anche se il thriller è interessante e passabile, non emoziona fin troppo gli spettatori. Il finale da solo vale il prezzo del biglietto ma sinceramente dispiace non aver visto quelle crude scene d’autore che hanno reso Polànski un grande e uno dei pochi che hanno fatto la storia ancora in circolazione.
Belle le scene, interessante la storia. Ma, se escludiamo il finale, dov’è il solito alone di mistero, il solito senso d’orrore che portò a gridare al “Polànski teutonico” Herzog la frase che non smetterò mai di ricordare secondo cui “il lieto fine è un imbroglio”?
So io dove sono: sono finiti sacrificati sull’altare di una trasposizione cinematografica di un film. Che tra l’altro rischiava di essere uno dei soliti film con Pierce Brosnan e Ewan McGregor.
Speriamo di vedere in futuro film del regista leggermente diversi. Anche se dallo chalet svizzero la vedo dura.


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2 aprile 2010

Visioni: La conquista del West (1962).

 


Regia: John Ford, Henry Hathaway e George Marshall.
Interpreti: George Peppard, Debbie Reynolds, James Stewart, Carroll Baker, Gregory Peck.

Dopo molto dedicato alla politica e alla campagna elettorale riesco a distrarmi e a ridedicarmi alle mie amate visioni. Questa volta ho scelto “La conquista del West”, perché è un grande affresco storico su come è nato un grande paese. Vi assicuro che non ho scelto questo film a causa del “vento di destra” che soffia nelle nostre lande.
Il film narra la storia e le vicende della famiglia Prescott attraverso le varie vicende della storia degli Stati Uniti d’America. E per far ciò il film è diviso in cinque parti.
Parte prima: “I laghi”. La famiglia Prescott è composta da padre, madre, due figlie e un figlio dodicenne che partono alla volta dell’Ohio per cercare fortuna. Per spostarsi utilizzano un battello ma poi, per questioni economiche, si costruiscono una zattera che utilizzeranno per la navigazione. Qui la famiglia conosce Linus Rawlings (James Stewart), cacciatore di castori diretto verso Pittsburgh. Linus socializza con la più grande (Eve) delle sorelle Prescott e tra i due nasce un reciproco interessamento. Dopo essersi congedato dalla famiglia Prescott, Linus è tratto in inganno da dei predoni del fiume, che trarranno in inganno pure la famiglia Prescott. Grazie alla sua forza Linus riuscirà a sconfiggere i briganti e le successive sfortune avvenute alla famiglia Prescott lo spingeranno ad accettare il matrimonio con Eve.
Parte seconda: Le Grandi Pianure. Dopo circa diciotto anni l’attenzione si sposta sulla minore delle sorelle Prescott, Lilith (Debbie Reynolds), che fa la ballerina in Louisiana.
Lilith, che probabilmente oltre a fare la ballerina ha praticato quella professione che qualcuno definisce come “la più antica del mondo”, viene a sapere di essere ereditiera di una miniera d’oro in California, posseduta da un suo ex. La ragazza si ingegna per mettersi subito in marcia ed è adocchiata dal giocatore d’azzardo Cleve Van Valen (Gregory Peck), desideroso di essere comproprietario della miniera d’oro e lontano dai suoi creditori. Dopo lunghe avventure e assalti indiani nelle pianure, la miniera si rivelerà un bluff. Ma le strade di Lilith e Cleve saranno unite per sempre.
Parte terza: La Guerra Civile: la guerra civile americana è ormai è alle porte. Linus Rawlings è costretto dunque a lasciare la moglie Eve e i suoi due figli. Nonostante tutto anche il figlio maggiore di Eve, Zeb (George Peppard), è desideroso di arruolarsi nell’esercito dei nordisti. La madre soffre questa situazione ma concede al figlio di partire per la guerra che Zeb capirà essere cosa triste e non avventurosa.
Dopo aver salvato la vita al generale Grant, Zeb viene promosso e torna a casa. Qui viene a sapere che, oltre al padre morto in guerra, la madre stessa affranta dal dolore è morta. Zeb però non intende vivere, come il fratello, pascolando e coltivando: lascia la sua metà del ranch al fratello e parte alla volta dell’Ovest.
Parte quarta: La ferrovia. Zeb si è arruolato in pianta stabile nell’esercito americano e si occupa di gestire le controversie che nascono tra le due compagnie ferroviarie che si contendono il monopolio del trasporto su ferro del paese. Soprattutto Zeb tratta con gli indiani, poco contenti di veder costruiti sui propri terreni ferrovie e villaggi. Per tutto questo Zeb è aiutato da un vecchio amico di suo padre, Jethro Stuart (Henry Fonda), che però ha veramente poca fiducia nel comportamento dei faccendieri della ferrovia.
Le continue violazioni, da parte dei bianchi, degli accordi stipulati con gli indiani spingono Zeb a lasciare l’occupazione per la compagnia ferroviaria. Zeb capisce di avere una vocazione dentro di se: la legalità.
Parte quinta: I fuorilegge: Lilith Prescott è ormai anziana, siamo all’incirca nel 1890, ed è costretto a vendere all’asta gran parte dei beni accumulati negli anni col marito Cleve a San Francisco. Per trascorrere bene la vecchiaia allora decide di andarsene in un piccolo ranch in Arizona decidendo di portare con se il nipote Zeb (che adesso è sceriffo, sposato, con tre figli) per farsi dare una mano.
Zeb, e tutta la famiglia, sono contenti di questo ricongiungimento della famiglia Prescott. Ma la storia rischia di essere guastata per l’arrivo di un vecchio bandito a cui Zeb ha sempre dato la caccia. Il finale vede la vittoria della legalità e della civiltà americana. Un cerchio si chiude, il fuorilegge è sconfitto. Può finalmente nascere un nuovo paese.
Il film è un western propriamente “epico”. E non solo per gli elementi, tipici del western, che sono presenti in questa pellicola (gli indiani, la ferrovia, il bestiame, gli inseguimenti, gli sceriffi ecc…) ma anche perché è un elogio di un’epoca storica che ha visto delineare le basi per un paese destinato ad essere una grande potenza.
Questo non solo lo rende un film, come molti western fordiani, a tratti “di destra”, ma addirittura “documentaristico” se non “propagandistico”: è la vittoria dei buoni sentimenti, sintomatico il finale, e del mito della nuova frontiera americana. Il trionfo dei coloni e dei buoni costumi. Anche se non si inferisce sugli indiani.
Per tutto ciò è stato quindi imbastito un film diretto da ben tre registi: Hathaway dirige la prima, la seconda e la quinta parte dove si apre e si chiude quel percorso circolare rappresentato dalle vicende della famiglia Prescott: iniziato in un’atmosfera primitiva presso un fiume, e finita con un felice ricongiungimento su una carrozza tra le pianure dell’Arizona. In mezzo: la storia di una nazione.
Il terzo capitolo, il più breve, sulla guerra civile è diretto da John Ford ed è considerato dai critici il migliore. Effettivamente è forse l’unico dei cinque dove emerge una determinata scuola registica. Questo non perché non ci siano scene spettacolari negli altri quattro episodi, ma perché in quei pochi minuti diretti da Ford emergono tutti i temi classici, dal punto di vista registico, di John Ford: Zeb che si allontana dal ranch in lontananza, mentre intima al cagnolina di restare a casa, con il sottofondo di “ When Johnny Comes Marching Home Again” ci ricorda John Wayne (presente in una piccolissimo cameo in questa terza parte) nel finale di “Sentieri selvaggi”.
La quarta parte invece è diretta da Marshall e, pur avendo la scena dei bisonti che reputo una delle scene più spettacolari, è forse quella meno entusiasmante.
Oltre a tre registi coi fiocchi il film, per evidenziare l’epicità della pellicola, ha un super cast: oltre a Stewart, Wayne e Peck, spiccano il George Peppard già reso celebre un anno prima da “Colazione da Tiffany” di Edwards, l’Eli Wallach già Calvera nei “Magnifici Sette” di Sturges e Henry Fonda a cui non servono presentazioni. Ho notato nel primo episodio Lee Van Cleef, scoprendo poi che è stato attore non accreditato nel film…c’è veramente tutto il cast leoniano!
Grande Debbie Reynolds, che sarà sempre nei nostri cuori per "Cantando sotto la pioggia".
Il film fu girato, uno dei pochi, in Cinerama e vinse tre oscar (montaggio, sceneggiatura e suono). Da sottolineare la bella colonna sonora che comprende canzoni celebri della tradizione americana e brani struggenti accompagnati a inquadrature sui Canyon.
Un film importante, celebre e forse troppo poco considerato. Nonostante tutto questo. Dà un senso di pienezza. E ci interroga su un tema onnipresente: come avviene e che effetti ha su di noi la “Nascita di una nazione”.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 2/4/2010 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


16 febbraio 2010

Visioni: Fino all'ultimo respiro (1960).


Regia: Jean-Luc Godard.
Interpreti: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Henri-Jacques Huet, Jean-Pierre Melville.

Prima visione dell’anno in casa, dopo due uscite cinematografiche in sala per il sottoscritto. Questa volta ci soffermiamo sulla cara vecchia “Nouvelle Vague” e sul film che ne rappresentò l’incipit ed il mescolamento.
Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo) è un ladruncolo da strapazzo, pur essendo obbiettivamente molto bravo. Non pare avere un reale scopo nella vita, e la cosa che gli riesce meglio è rubare le automobili altrui. Una delle cose che più lo aiuta è forse quella di non avere paura (anche perché non ha nulla perdere in quanto non possiede valori?). Un giorno, dopo aver rubato una macchina a Marsiglia, si dirige verso Parigi superando i limiti di velocità. La polizia se ne accorge e lo insegue. Michel riesce a scappare ma, per evitare l’arresto, uccide un poliziotto.
Michel quindi continua il suo viaggio verso Parigi. Ma questa volta è ricercato per omicidio.
Giunto nella capitale cerca di condurre una vita discreta senza dare troppo nell’occhio e cercando di “scroccare” soldi e ospitalità da amici e conoscenti. Egli attende soprattutto dei soldi che gli deve un “collega” italiano (lettore della Gazzetta dello Sport) per poi svignarsela a Roma per evitare l’arresto.
Ma Michel non è a Parigi solo per ricevere il denaro che gli spetta. Egli è infatti molto attratto, se non fortemente innamorato, della giovane Patricia (Jean Seberg) una studentessa americana che, per guadagnarsi da vivere, vende l’Herald Tribune ai Campi Elisi e incomincia a collaborare con un giornale.
I due hanno un rapporto particolare, se non controverso: Patricia il più delle volte tende ad allontanarsi o ad evitare Michel, che invece vorrebbe stare molto più spesso con lei.
Questa forte insistenza di lui, e questa certa esitazione di lei, li porta ad avere spesso curiosi scambi d’opinioni che per quanto banali trattano i temi più universali: dalla vita, all’amore, alla morte, fino agli usi ed ai costumi delle due società che loro malgrado i due rappresentano.
Patricia è soprattutto dubbiosa di Michel perché non conosce la sua vera attività. Ma in realtà si tratta pur sempre di una ragazza molto incerta, che non sa se la sua infelicità è dovuta dalla sua mancanza di libertà o se è proprio la mancanza di libertà sia dovuta alla sua incertezza e alla sua infelicità.
La polizia parigina però è sempre più sulle tracce di Michel e addirittura Patricia viene interrogata per sapere gli spostamenti del ladruncolo (venendo così a sapere la reale attività di Michel). Patricia quindi si trova coinvolta insieme a Michel in fughe, furti di automobili e riscossioni di denaro.
Patricia seguirà Michel fino all’ultimo respiro?
Il film è diretto da Godard. La sceneggiatura e il soggetto sono di Truffaut. La supervisione è di Chabrol. Un grande trio per un film rivoluzionario.
La pellicola ha realmente modificato la storia del cinema.
E questa mia affermazione nessuno potrà negarvela. Potreste incontrare persone che sostengono che “Fino all’ultimo respiro” ha cambiato il cinema in negativo. Ma non potrà mai dire che non ha cambiato nulla, che è stato irrilevante o che non ha causato conseguenze.
E ciò non solo perché si tratta di un film che fa da apripista verso una nuova corrente cinematografica (“I 400 colpi” sono dell’anno precedente). Ma perché la tecnica, di cui poi si fecero “promotori i “cineasti cinefili” francesi è radicalmente diversa da tutto ciò che prima esisteva.
Basterà una sola caratteristica per dare ampia giustificazione a questa riconosciuta affermazione: il montaggio.
In “Fino all’ultimo respiro” ci sono pochissime scene “conseguenti”. Nel senso che il montaggio è frenetico, si passa da scena a scena e anche quando Michel fa una domanda a Patricia tra la domanda e la risposta c’è un cambio di scena e di ambientazione, seppur minimale, quasi a voler rappresentare un arco di tempo predefinito tra un gesto (la domanda) e l’altro (la risposta).
Gli elementi rivoluzionari ovviamente sono anche nella sceneggiatura minimale (molto è lasciato all’interpretazione e il fatto che ci sia un scena di 20 minuti di dialogo in una camera da letto sui massimi sistemi degli uomini e delle donne e sulla funzione del marchese de La Fayette ben testimonia questa caratteristica) tanto che si passa secondo alcuni dai film degli sceneggiatori a quelli dei registi (sono un sostenitore di questa tesi: tanto che spesso provocatoriamente affermo che la cosa meno importante in un film è…la storia!).
Le inquadrature sono molto spesso a mano e le amate carrellate sono fatte, visti i pochi mezzi, mettendo la macchina da presa su biciclette.
L’interpretazione è molto importante nel film e si basa praticamente solo sui due protagonisti (Belmondo e la bravissimo e troppo presto scomparsa Seberg), tutti e due molto bravi nell’interpretare una coppia che si sente attratta ma che non sa cosa cerca, non sa cosa vuole e cerca di capirlo non con dialoghi e discorsi razionali sullo stato delle loro cose, ma con piccoli gesti e piccole affermazioni sui temi pseudo-filosofici più disparati.
Alcuni hanno individuato anche negli atteggiamenti dei personaggi un segnale rivoluzionario e specialmente nella figura di Michel che ha un portamento uguale a quello di Humphrey Bogart (citato e omaggiato) nei suoi celebri film. A dire il vero però la carica rivoluzionaria del film è così elevata che notarla dall’atteggiamento di Belmondo è come notare una pulce in un pagliaio (anche perché dal punto di vista emotivo è quasi più interessante la figura di Patricia, tutta dedita alla sua incertezza e forse vittima di ciò) mentre è comunque giusto ricordare come lo stesso film sia un omaggio al genere poliziesco americano di seconda mano oltreché al neo-realismo italiano a cui si ispiravano i redattori dei “Cahiers du cinéma
” divenuti poi maestri della “Nouvelle Vague”.
Da questo punto di vista appare alquanto illuminante visionare su Youtube il trailer del film in francese, che è composto da una serie di immagini che fa da elenco agli aspetti “classici” di una storia e di una narrazione e che però, col passare del tempo, diviene anche un elenco di citazioni cinematografiche e di veri e propri film del passato che hanno ispirato il regista quasi a voler prefigurare un grandioso “film dei film”.
Del resto, oltre al montaggio che una caratteristica prettamente cinematografica, un'altra caratteristica ben rappresenta il cambiamento: spesso i due protagonisti guardano ed ammiccano alla macchina da presa (sconvolgente da questo punto di vista la scena finale)…insomma: la rivoluzione è avvenuta!
Nonostante siano passati 50 anni e il film dimostri una certa carica innovativa a tratti solo “per i suoi tempi” non possiamo non parlare di una pellicola avvincente e sorprendente.
A parte tutte le riserve che si possono avere sull’atteggiamento, e perché non sulla cinematografia, del regista, non possiamo che ringraziarlo per poter attingere da questo film una rinnovata e smodata voglia di cinema.
Anche perché, questa fonte, è una fonte corale composta da maestri che hanno fondato e ideato una corrente cinematografica che ha reso il cinema una di quelle cose per cui vale la pena vivere.


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12 febbraio 2010

Visioni: An Education (2009).


Regia: Lone Scherfig.
Interpreti: Carey Mulligan, Peter Sarsgaard, Alfred Molina, Cara Seymour, Dominic Cooper.

Per la seconda volta in pochi giorni torno al cinema per vedere i film del momento (mi sto concedendo dei lussi grandiosi!) e per consentire all’amato mio pubblico di rimanere perennemente aggiornato su cosa accade nella cinematografia moderna (oltre quella sempre molto analizzata della cinematografia passata). Mi sono dunque soffermato su questo film che tra le altre cose è tra le dieci pellicole che correranno per aggiudicarsi l’Oscar al miglior film.
Nella periferia londinese, nel 1961, vive con i suoi genitori la sedicenne Jenny Miller (Carey Mulligan). Jenny è una studentessa modello presso la sua scuola e i suoi genitori ripongono grandi speranze su di lei. In un ambiente conservatore e a tratti provinciale, i suoi genitori, ed in particolar modo il padre Jack (Alfred Molina), vogliono assolutamente che la propria figlia migliori sempre di più negli studi per poi poterla iscrivere all’università di Oxford.
Jenny va appunto bene a scuola, se si esclude il latino che risulta essere l’unica incognita verso una strada spianata verso il noto ateneo britannico, ma è anche una vera sognatrice: ama molto la Francia, ascolto Julliete Grèco ed ha come proprio sogno la vita bohemien parigina.
Un giorno, mentre Jenny sta tornando a casa sotto la pioggia da una sua lezione di violoncello, ottiene un passaggio da un misterioso uomo: si tratta di David Goldman (Peter Sarsgaard) che, sottolineando come sia un grande appassionato di musica, non ci sta proprio a vedere un bel violoncello sotto la fitta pioggia inglese.
I due hanno modo di incontrarsi casualmente qualche giorno dopo, e David propone a Jenny di andare in centro, per il venerdì sera, per assistere ad un concerto di Ravel. La richiesta è strana: David ha il doppio degli anni di Jenny. Come definirlo allora se non un “amico”. David effettivamente gioca questa carta e va a conoscere i genitori di Jenny per mostrargli le sue buone intenzioni. I due allora escono assieme e Jenny conosce gli amici di David.
David è infatti un ragazzo molto ricco, ebreo e grande amante della vita mondana londinese. Jenny è molto affascinata da questa vita e della sua, per adesso, amichevole frequentazione con David. Soprattutto perché appare qualcosa di molto meno noioso rispetto alla vita scolastica e a quella universitaria nella grigia Inghilterra che ancora non aveva conosciuto l’anima ribelle degli anni ’60 e dei Beatles.
Col passare del tempo il rapporto tra i due si rafforza sempre di più. Con una scusa David convince i genitori di Jenny a portarla a Oxford. Successivamente i due andranno anche a Parigi, il sogno di Jenny e si fidanzeranno.
Due spiriti contrapposti tormenteranno Jenny: proseguire con gli studi andando incontro alla noiosa università, o trascorrere bei giorni tra concerti e ristoranti con David.
L’eccessiva voglia di crescere la porterà a puntare sulla seconda.
Ma col passare del tempo si accorgerà che ogni cosa a suo tempo. E che le apparenze molto spesso ingannano.
La sceneggiatura di questo film è stata scritta dal noto scrittore britannico Nick Hornby. Si tratta della sua prima sceneggiatura mentre nel passato da molti suoi libri sono stati tratti dei film. Hornby si è ispirata all’autobiografia della giornalista Lynn Barber che in sole 12 pagine è stata in grado di narrare la sua “educazione sentimentale” per una nota rivista.
Effettivamente il titolo, un educazione, ha in questo caso un duplice significato: infatti può voler sottolineare l’importanza dell’educazione classica e tradizionale o quella di un educazione sentimentale che trae la propria forza dall’esperienza della vita vissuta (quando Jenny chiede a David che studi ha fatto, lui risponde “Ho frequentato l’università della vita”). Da questo punto di vista il film, visto il finale, può però apparire conservatore con una netta condanna a quella che David Niven avrebbe definito “la scuola progressista (“James Bond 0007 – Casino Royale” del 1967: David Niven a Woody Allen).
Quindi per allontanare quest’ombra che rischia di ricondurre il film ad una pura apologia delle care vecchie istituzioni, è bene collolocare il film come una “storiella” (in senso positivo) di un’adolescente e dei suoi “rischi fatali” (come direbbe Giulio Tremonti) e da questo punto di vista l’educazione da sentimentale diviene anche di tipo sessuale.
E’ un film che si basa molto sulle interpretazioni, tutte ottime, tra cui spicca quella della protagonista Carey Mulligan che è stata anche candidata all’Oscar come migliore attrice protagonista. A questo punto, avendo anche notato una sua bravura espressiva e una sua certa somiglianza con Audrey Hepburn, speriamo che vinca lei! Anche perché credo ne sentiremo parlare in futuro.
Il film tra l’altro è stato nominato pure per la miglior sceneggiatura non originale e per il miglior film. Un interessante esperimento quindi se la vedrà con colossi come “Avatar”.
La regista danese Scherfig ben dirige gli interpreti, ben si barcamena tra ambientazioni grigie d’oltremanica e ben gioca soprattutto con le inquadrature “dei riflessi” in cui vediamo spesso la protagonista inquadrata da specchi o contrastata da riflessi che riprendono al tempo stesso due differenti azioni.
Un film britannico carino, grazioso e, eliminati gli elementi che potrebbero rendere questa pellicola “universale”, a tratti magistrale: poiché semplice, asciutto e distinto in tutti gli ambiti e in tutte le caratteristiche.
Una persona normale lo definirebbe un film molto carino.


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9 febbraio 2010

Visioni: Il concerto (2009).



Regia: Radu Mihaileanu.
Interpreti: Aleksei Guskov, Mèlanie Laurent, Dmitri Nazarov, François Berléand, Valeri Barinov.

Dopo parecchio tempo torno con le mie “visioni” andando a vedere al cinema questa pellicola di cui mi hanno parlato un gran bene. Inutile dire che gran parte di questa scelta è dovuta alla presenza tra gli interpreti di Mèlanie Laurent che come è noto, oltre ad essere uno dei miei punti di riferimento ideologico, è anche un vero e proprio simbolo per la “sinistra fighetta” nostrana.
Presso il Teatro Bol'šoj di Mosca l’ex direttore d’orchestra Andrei Filipov (Aleksei Guskov) svolge la mansione di “uomo delle pulizie”. In realtà Andrei in passato è stato il più grande direttore d’orchestra della città e se è caduto in disgrazia non è per il passaggio e per le ripercussioni che portarono dall’economia pianificata al liberismo selvaggio: Andrei infatti si oppose all’ordine di Breznev di cacciare dall’orchestra del teatro tutti i musicisti ebrei. Da quel momento la sua carriera è praticamente terminata, così come quella di tutti i membri della sua orchestra.
Un giorno però, mentre pulisce l’ufficio del direttore del teatro, ha modo di leggere un fax appena arrivato: è una richiesta, da parte del Teatro Chatelet di Parigi, di avere l’orchestra del Bol'šoj per una sera. E qui Andrei ha il colpo di genio.
Subito contatta il suo caro amico Sacha (Dmitri Nazarov), uno dei musicisti ebrei che lui difese e che ora si trova a guidare ambulanze, e gli propone un piano: perché non ricontattare tutti i membri della vecchia orchestra ed andare a Parigi a suonare al posto della vera orchestra del Bol'šoj?
Il piano sembra folle, ma la determinazione e la voglia di riscatto di Andrei è cosi alta da portarlo a rischiare con il fido Sacha al seguito.
La prima cosa da fare è però gestire i rapporti con i parigini: per trovare un impresario i due si rivolgono a Ivan Gavrilov (Valeri Barinov) convinto sostenitore del Partito Comunista Russo di Zjuganov che era direttore del Bol'šoj quando Andrei era direttore d’orchestra. In realtà Ivan fu l’esecutore della cacciata di Andrei e della sua banda ed aveva sospeso la loro esecuzione nel bel mezzo di un concerto, rispettando il nefasto volere del Partito e decretando la fine delle aspirazioni di Andrei.
I due provano rancore per Ivan, ma riconoscono in lui grandi capacità di trattativa. Tra l’altro Ivan spesso paga la moglie di Andrei per trovare comparse a cui far assistere i suoi comiziacci del Partito Comunista. Ivan accetta e non chiede nulla in cambio. I due sono timorosi per l’operato dell’uomo che già una volta li tradì, ma il suo lavoro si dimostrerà impeccabile.
Andrei e Sacha quindi cercano di ritrovare tutti i membri dell’orchestra: alcuni lavorano presso una ditta di traslochi, altri in mercati, alcuni addirittura suonano…ma per le colonne sonore di film pornografici!
Nonostante il tempo abbia arrugginito le qualità dei membri della banda, Andrei e Sacha, sfruttando anche le loro conoscenze di zingari molto predisposti alla musica, riescono bene o male a ricomporre un gruppo.
Tutto questo mentre Ivan con successo (nonostante qualche difficoltà prevedibile) porta avanti le trattative coi francesi: concerto, vitto e alloggio sono assicurati. Risolta pure la grana dei biglietti aerei per Parigi (trovano un facoltoso oligarca disposto a pagare biglietti a patto di poter suonare nella banda) mancano solo due richieste da parte dei francesi: quale musica suonare e chi scegliere come solista al violino.
Andrei non ha dubbi: suonerà l’ultimo pezzo diretto da lui in un teatro, il “Concerto per violino in re maggiore” di Tchaïkovski. Per la violinista chiede, come condizione irrinunciabile, di essere accompagnato dalla giovane Anne-Marie Jacquet (Mèlanie Laurent).
Entrambe le scelte non sono casuali. Emerge con evidenza, mentre la banda di pseudo-musicisti parte alla volta di Parigi, che gli obbiettivi di Andrei non sono solo di riscatto.
Ci sono dei fili da riannodare.
La prima cosa che mi viene in mente, e che mi rende più facile commentare e recensire la pellicola, è citare due film: “Canone inverso” di Ricky Tognazzi, “Il Flauto Magico” di Ingmar Bergman e…
“Canone inverso”, bellissimo film tratto da un capolavoro di libro di Paolo Maurensig, perché tramite la musica Andrei cerca di ottenere un secondo fine. Ma che non sia poi, questo secondo fine, intrecciato con la musica per giungere a quello che lui definisce l’”armonia universale”?
Un passato triste e gli orrori della storia sono presenti infatti in questo film di un regista che si è dimostrato abile nel corso della sua carriere a intrecciare fili storici e a saperci inserire elementi di ironia (In primis “Train de vie”). “Il Flauto magico” (trovate analoga analisi della mia visioe a settembre 2007) perché emerge un certo gusto musicale ne “Il Concerto” che trascende la necessità di utilizzare la musica come solo parte di un soggetto o di una sceneggiatura. La scena finale del Concerto, il momento clou che tanto si attende, è magistrale dal punto di vista registico che ricorda, col suo montaggio cosi frenetico e musicale, l’ouverture della prima opera in lingua tedesca di Mozart nella versione cinematografica di Bergman.
L’elemento trainante della pellicola è la sceneggiatura: la storia è entusiasmante, entra subito nel vivo, interessa sin dal primo minuto e porta a solidarizzare con i folli (e quindi anche geni) e sbandati artisti del finto Bol'šoj. Il registra è abile soprattutto nella parte del film ambientata a Parigi nel sottolineare e marcare i toni grotteschi e satirici della pellicola. In particolar modo la figura della coppia, padre e figlio, di trombettisti ebrei arrivati a seguito di Andrei.
Buone le riprese e soprattutto il montaggio. In particolar modo quest’ultimo, oltre nella già citata bellissima scena finale, appare di ottima fattura nella scena del cafonissimo matrimonio (ricorda a tratti il massacro finale de “Il mucchio selvaggio” di Peckinpah) che a mio parere ben descrive le conseguenze delle liberalizzazioni forzate di impronta eltsiniana dei primi anni ’90 che hanno portato il paese in mano a pochi oligarchi.
Il cast è composto da attori russi e francesi. Oltre alla piacevole bolgia della finta orchestra è giusto sottolineare le interpretazioni di Aleksei Gustov e del finto impresario Ivan interpretato da Valeriy Barinov che rappresenta come un animale politico spesso ha secondi fini di tipo sentimentale non molto diversi da quelli degli artisti.
Sul “fronte francese” brava Mèlanie Laurent che nella scena del concerto finale ben dimostra le capacità di mutevolezza caratteriale (inizia la scena arrabbiata, la finisce piangendo) e giusto segnalare la presenza della leggendaria Miou Miou, interprete di alcuni film cult per il sottoscritto.
“Il Concerto” ha avuto molto successo alla festa del cinema di Roma, quando è stato presentato, e sta ottenendo molti consensi dove è già uscito.
Complimenti ed elogi meritati. Questo fantastico film non ha nulla da invidiare ai suoi diretti concorrenti e può benissimo aspirare ad essere considerato come uno dei film più belli del 2010!


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27 dicembre 2009

Visioni: Sherlock Holmes (2009).

Locandina italiana Sherlock Holmes
Regia: Guy Ritchie.
Interpreti: Robert Downey Jr., Jude Law, Rachel McAdams, Mark Strong, Eddie Marsan.

Divertissement totale con questo film visto in serata al solito cinema sotto casa (a proposito: sorprese catalane a parte questa è l’ultima visione dell’anno e tutti i film visti al cinema sono sempre stati visti al buon vecchio Barberini) che dava un non so che in più a questa atmosfera pseudo-festaiola.
Nella Londra di fino ‘800 il detective privato Sherlock Holmes (Robert Downey Jr.) è una vera “istituzione”. Scotland Yard spesso chiede il suo supporto anche se egli, in contemporanea con le indagini ufficiali, sta indagando per conto suo sui casi più spinosi.
Il suo coinquilino, il dottor Watson (Jude Law), lo segue spesso nelle sue avventure, avendo un innato spirito d’avventura forse forgiato dalla sua esperienza da soldato in Afghanistan per conto di sua Maestà Britannica.
I due riescono a salvare dalla morte un fanciulla finita nelle grinfie di Lord Blackwood (Mark Strong), membro della Camera dei Lord e grande esperto dell’occulto.
La ragazza viene salvata e Lord Blackwood consegnato alla giustizia grazie sia alla sagacia sia alla fisicità ed all’ abilità marziale di Holmes e del suo assistente.
Blackwood viene condannato a morte ma prima di essere giustiziato chiede di incontrare Holmes: Blackwood incomincia a citare probabili future calamità dovute e legate al paranormale che vedrebbero la sua morte come solo uno stadio iniziale verso una nuova vita ed una nuova impresa.
Ovviamente Holmes, che è un maestro della deduzione logica, non da attenzione alle frasi di Blackwood e lo stesso Watson firma la dichiarazione di morte del nobiluomo che subito dopo la sua esecuzione viene sepolto.
Mentre Holmes, non avendo altri casi da sbrigare, si diverte in una sorta di lotta greco-romana, molto utile per la propria difesa personale nelle ore lavorative, e in strani esperimenti dagli esiti dubbi, deve subire un lento distacco da lui del dottor Watson, prossimo sposo della giovane Mary.
Ma un evento inaspettato ricoinvolgerà i due compari: pare che Lord Blackwood sia “resuscitato”. In effetti la sua tomba è stata aperta dall’interno e dentro la bara c’è un altro uomo.
Di chi si tratta? Come è possibile una cosa del genere? Perché spunta ad un certo punto una vecchia fiamma (forse l’unica) del signor Holmes?
Una cosa soltanto vi farà tremare a crepapelle: c’entra la Massoneria.
Premessa: non ho mai letto romanzi sul noto investigatore britannico di Conan Doyle. Di conseguenza non posso definirmi un amante di questo personaggio e quindi non posso essere arrabbiato con la produzione del film che ha ritratto un Sherlock Holmes “apparentemente” molto diverso da quello che traspare dai libri (idem per Watson).
Nonostante tutto sin dai primi trailer visionati in lingua originale sotto il caldo sole d’agosto ho colto un certo interesse da parte mia nei confronti di un personaggio che dalla mantellina e dalla pipa passava all’azione ed alla lotta greco-romana distruggendo cantieri e rimodellando l’impianto urbanistico della città di Londra. Questa mia curiosità ovviamente non si univa ad una consapevolezza di avere a che fare con un capolavoro. Ma solo con un divertissement, come detto all’inizio.
In effetti il film è un susseguirsi di scene d’azione, di effetti speciali e di scene veloci che lo rendono un vero e proprio film d’azione.
Ho molto apprezzato l’istrionica interpretazione di Downey Jr. che aveva comunque un ruolo molto difficile vista la secolare tradizione “conservatrice” del suo personaggio. In particolar modo mi ha colpito positivamente la relazione tra Holmes e Watson interpretato dallo zoppicante Jude Law: potrà apparire una cosa scontata o forse già analizzata da chi conosce bene i libri, ma le interpretazioni di Downey Jr. e Law rendono bene l’idea di due personaggi assolutamente complementari sia nel lavoro sia nella vita privata e ciò li rende quasi tristi perchè il dottor Watson deve abbandonare ai suoi folli esperimenti il caro coinquilino per trasferirsi dalla futura moglie.
Il fatto che Watson abbia un proprio lavoro ma che comunque continui a perdere tempo inseguendo Holmes rischiando la vita e prendendosi botte per salvare ciò che resta dell’Impero britannico è qualcosa di molto suggestivo, che fa riflettere e che senza dubbio diverte.
Per le altre interpretazioni c’è poco spazio: Rachel McAdams interpreta Irene Adler, vecchia fiamma di Holmes, e il malvagio Blackwood è interpretato da Mark Strong. Ordinaria amministrazione.
La sceneggiatura (il tutto è tratto da un fumetto apposito per la produzione e non si tratta di una storia scritta da Conan Doyle) è divertente, ma ha la classica pecca dei blockbuster: è costretta ad inserire un personaggio (in questo caso nuovo di zecca) in una storia che, per quanto sia lungo il film, risulta limitata quasi come fosse un singolo espediente per celare ciò che non va (ovvero i limiti strutturali) di un film come questo. Per capirci: posso fare un film su Holmes ma poi sono costretto anche ad inserirlo in una storia che, occupando gran parte del film, rischia quasi di mettere in secondo piano la laboriosa elaborazione di un personaggio particolare quale è lo Sherlock Holmes di Robert Downey Jr.
Fotografia molto cupa, forse troppo, ma è ciò che ci voleva per creare atmosfera. Solita musica di Hans Zimmer, che come ben sappiamo è abbonato ad un certo tipo di film.
La regia di Ritchie (il film è commissionato dalla Warner Bros) è ordinaria ma, tralasciando gli effetti speciali, realizza una serie di inquadrature mediamente innovative e intriganti che sono molto apprezzabili per un “director” abituato a molti bassi e pochi alti.
Insomma, una pellicola divertente che non aspira a nient’altro (anche se il finale lascia aperta la strada per un seguito). La cosa più apprezzabile è proprio l’innovazione inserita nella psicologia del protagonista.
Un personaggio nuovo, simpatico e oggi come oggi più “umano”, nel senso moderno del termine.
Per concludere possiamo ben dire che, con tutti i limiti, questo Sherlock Holmes, a differenza di quello dei libri, è un vero progressista.

 


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23 dicembre 2009

Visioni: La donna che visse due volte (1958).

 

Regia: Alfred Hitchcock.
Interpreti: James Stewart, Kim Novak, Tom Helmore, Barbara Bel Geddes, Henry Jones.

Prima della pausa natalizia continuiamo con la nostra rassegna su Hitchcock analizzando quello che viene considerato come uno dei suoi film più famosi e belli. Tra l'altro essendo un film che tratta di vertigini, poteva senza dubbio interessare ancor di più il vostro affezionatissimo.
Il detective John “Scottie” Ferguson (James Stewart) è costretto a lasciare la polizia, ed ad accedere ad un pensionamento forzato, a causa di un brutto incidente: nell’inseguire un ladro è scivolato su un tetto accorgendosi di soffrire tremendamente le vertigini e, tentando di aiutarlo, un poliziotto che lo accompagnava nell’inseguimento ha perso la vita.
Un giorno però John è contattato da un vecchio compagno d’università, Gavin Elster (Tom Helmore), che gli chiede, vista la sua inattività, una consulenza come detective privato. Inizialmente John declina l’offerta, ma il legame d’amicizia con Gavin e il curioso caso lo spingono ad accettare: Elster infatti chiede a John di seguire la giovane moglie Madeleine (Kim Novak) nei suoi spostamenti. Elster, a differenza di quello che si può credere, non è in realtà geloso della moglie o sospettoso di una relazione extraconiugale della consorte. Elster teme che Madeleine sia vittima di uno “scambio della personalità”, come se uno spirito si impossessasse del suo corpo per fargli compiere cose di cui egli non è consapevole.
Elster ha questa strana idea in quanto molto spesso la moglie ha dato risposte incongruenti o impossibili su singoli eventi.
John ovviamente non crede minimamente a questa pista “sovrannaturale”, ma si mette a lavoro pedinando la signora: nota che spesso compra dei fiori, che si reca in un cimitero poco fuori San Francisco presso la tomba di tale Carlotta Valdes, e che passa minuti e minuti ad osservare un misterioso ritratto presso il museo della Legione d’Onore.
Dopo i primi pedinamenti John studia gli elementi che ha raccolto e sente Elster: Carlotta Valdes è infatti la nonna di Madeleine, e si tratta di una ragazza madre morte in giovane età a causa dell’allontanamento forzato della propria figlia (la nonna di Madeleine). Elster infatti temeva che lo spirito di Carlotta Valdes fosse entrato nel corpo di Madeleine e visto che la bisnonna era morta all’esatta età di 26 anni (stessa età della moglie di Elster) teme un destino analogo per la sua discendente. Insomma: Elster chiede a John semplicemente di difendere la moglie da possibili minaccie.
John è incuriosito dalla vicenda e continua i pedinamenti. Un giorno però, presso il Golden Gate Bridge, Madeleine si butta nell’acqua. John è costretto a buttarsi anche lui in acqua per salvare la donna.
Questo salvataggio delle sua vita porterà Madeleine a conoscere John, pur essendo ignara della vera occupazione del detective. I due si conoscono sempre più e scoppia addirittura la scintilla dell’amore. Mentre John continua a chiedere, questa volta a Madeleine stessa, quale è il suo problema.
Sarà troppo tardi quando egli capirà che la vicenda è forse più grande di lui. Anche se più “terrena”.
Il film è tratto da un libro di due autori francesi e la storia è ambientata nella Francia degli anni ’40. Hitchcock cambia il decennio e la location dell’ambientazione, rendendo la pellicola come il “film di San Francisco” che diverrà luogo culto per cinefili riguardo a molti posti presenti nel film (la scena del Golden Gate Bridge è senza dubbio famosissima).
Gli ingegni tecnici del film sono notevoli. In primo luogo è giusto sottolineare come il terrore di John per la vertigini (tema centrale del film tanto che il titolo originale è “Vertigo”) è descritto grazie ad una miscela di zoom in avanti e carrellata all’indietro per le scale. La fotografia pure contribuisce a rendere molte inquadrature suggestive: basti pensare all’uso del colore verde, soprattutto nell’albergo, che delinea i profili delle persone (altro elemento fondamentale del film) e che crea una bella atmosfera.
Il montaggio è spesso molto veloce e comprende elementi onirici che periodicamente si affacciano nella filmografia hitchockiana.
Buone le scenografie (nominate all’oscar insieme al suono) che ben fanno capire come mai il gruppo della Novelle Vogue aveva un debito nei confronti di Sir Alfred (addirittura la scena presso la foresta degli alberi millenari mi ricorda il finale di “Giù la testa”!).
Giusto segnalare la solita buona musica di Hermann
L’interpretazione principale è quello di Jimmy Stewart, il più feticcio del vari attori feticci del regista, che ben descrive un personaggio sofferente, enigmatico e provato.
Una sceneggiatura intricata, ma suggestiva ed emozionante che divide il film in due tronconi nettamente separati consentendo anche un'innovazione nel campo narrativo che, nonostante possa apparire fuorviante, contribuisce ad alimentare un certo tipo di tensione.
Un film dal classico finale alla Hitchcock. Ma con meno umorismo, in tutto il film, è forse con più riflessioni sul male, sulla sua natura e sugli istinti di un uomo (da ciò, ampia discussione freudiana sulla falsariga dell’Amleto, principe di Danimarca, che in realtà era solo follemente geloso della madre).
Un film inquietante, pazzesco e suggestivo. Un film che ci insegna molte cose (in primis ci insegna a fare un dibattito se si tratta del migliore di si Alfred) e da cui forse trasse il seguente insegnamento il nostro caro Werner Herzog: il lieto fine è una inganno.


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18 dicembre 2009

Visioni: Il delitto perfetto (1954).

 Locandina italiana Il delitto perfetto
Regia: Alfred Hitchcock.
Interpreti: Rai Milland, Grace Kelly, Robert Cummings, John Williams, Anthony Dawson.

La febbre hitchcockiana continua. Ed effettivamente ho visto questo film sabato scorso da sono influenzato. Mi hanno insegnato che una delle cose migliori quando si ha l’influenza è stare chiuso a casetta. E vedere un film può ed è un ottimo modo per passare il tempo.
A Londra la giovane Margot (Grace Kelly) passa le sue giornate in compagnia dell’amante Mark Halliday (Robert Cummings), autore di romanzi gialli per la televisione. I due sono realmente innamorati, ma al tempo stesso preoccupati in quanto il marito di Margot Tony Wendice (Rai Milland) sta tornando a Londra e lei non gli ha ancora confessato la sua relazione extra-coniugale.
Mark spinge Margot ad essere sincera con Tony per poter finalmente divorziare. Ma Margot ha dubbi. E tra l’altro teme che lo stesso Tony si sia accorto della tresca in quanto, un anno prima, gli fu rubata una lettera d’amore di Mark che, a differenza delle altre, non aveva bruciato. E teme che il “ladro” di quella lettera sia proprio Tony, che dunque ha scoperto la storia.
Giunto dunque a casa Tony i due amanti si fingono amici e Margot presenta Tony a Mark. La sera stessa del ritorno di Tony tutti e tre dovevano andare a teatro, ma il marito di Margot, che è un ex tennista ora giornalista sportivo, deve scrivere un pezzo per il giorno dopo e dunque resta solo a casa.
Rimasto solo Tony chiama al telefono il signor Swann, un tale che aveva pubblicizzato la vendita di una macchina usata, e viene invitato proprio a casa di Tony per discutere l’affare.
Dopo le prime chiacchiere però, Tony mette al corrente il suo interlocutore della reale motivazione della sua visita: il signor Swann è un ex compagno d’università di Tony che, nel corso dell’ultimo anno, egli ha avuto modo di pedinare. Sa tutto della sua vita dissoluta (si fa mantenere da vecchie e anziane signore) e dei suoi precedenti penali (è stato in carcere). Stupito di essere stato riconosciuto e delle numerose informazioni in possesso di Tony, Swann si sente fare una proposta indecente: tramite un piano orchestrato alla perfezione e tramite chiavi di casa di Tony, Swann dovrà il giorno successivo alla loro chiacchierata entrare in casa e uccidere Margot rimasta solo in casa.
Tony è infatti troppo geloso della moglie, ha scoperto la tresca (si è infatti impossessato della lettera scomparsa di Margot) e desideroso di ereditare il patrimonio della consorte..
Swann è sotto ricatto, e per non vedere peggiorata la propria posizione è costretto ad accettare. Sembra un lavoro infame, ma anche agevole.
Ma la domanda sarà sempre una e una sola: può esistere un “delitto perfetto”?
Il film è tratto da un copione teatrale. E si vede: la vicenda, eccetto alcune scene del ricevimento, si tengono tutte in un singolo appartamento (qualcun altro forse che ama meno il teatro potrebbe dire che si tratta di un film alla Ettore Scola!). Nonostante questa caratteristica la suspense si fa sentire anche in questa occasione e rivestono un ruolo importantissimo i dialoghi, molto lunghi e necessari per la comprensione di un lineare quanto intricato piano per l’omicidio quanto un lineare e intricato ragionamento che porta la polizia alla conclusione del caso.
I protagonisti sono molto teatrali e meno noti ai più, mentre Grace Kelly realizza il suo primo film col “maestro del brivido” pur non realizzando a mio parere un’interpretazione eccelsa ed è comunque messa in secondo piano rispetto ad altri personaggi.
Adatta la colonna sonora di Tiomkin e molto ben fatta la famosa scena del tentato assassinio: perfetto mix di movimento della camera e di staticità dell’azione, in quanto tutto avviene in una singola stanza.
Se devo essere onesto della nostra rassegna forse questo è il film che mi ha convinto di meno.
Ma resta pur sempre un classico interessante e di buon valore registico che forse risente degli altri impegni del 1954 del regista londinese.


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9 dicembre 2009

Visioni: L'uomo che sapeva troppo (1956).

 

Regia: Alfred Hitchcock.
Interpreti: James Stewart, Doris Day, Daniel Gelin, Christopher Olsen, Brenda De Banzie.

In piena febbre hitchcockiana (si, sono sempre quello che definiva “Inghilterra” e “cinema” due parole che non possono stare nella stessa frase! Ma qui si tratta di produzione americana) ho deciso di dedicarmi ad un film a colori del grande regista girato nei suoi fortunatissimi anni’50.
La famiglia McKenna si trova in Marocco in vacanza. Il capofamiglia, Benjamin McKenna, è un noto medico di Indianapolis che, dopo un convengo a Parigi, ha deciso di visitare con la propria famiglia Lisbona, Roma e Marrakech.
Con lui viaggiano la moglie Jo (Doris Day), ex cantante che ha lasciato il lavoro soprattutto per dedicarsi al figlio, e il loro bambino Hank (Christopher Olsen).
In viaggio per Marrakech la famiglia conosce un misterioso tipo di nome Louis Bernard (Daniel Gelin) che socializza con loro in quanto parla correttamente l’inglese.
Louis è molto gentile con i McKenna e gli è molto d’aiuto per orientarsi in città, ma resta pur sempre, soprattutto agli occhi di Jo, un tipo misterioso che fa tante domande.
Una sera i due coniugi in un ristorante del posto conoscono una coppia inglese, i Drayton, e fanno amicizia con loro promettendosi di visitare il mercato locale insieme il giorno dopo.
Tra le bancarelle di un classico suk arabo i McKenna e i Dreyton si guardano in giro, fino a quando non notano un inseguimento da parte della polizia: un uomo infatti ne accoltella un altro, e la polizia si mette sulle tracce dell’assassino.
Benjamin, essendo medico, si precipita sull’accoltellato e fa una sorprendete scoperta: si tratta di Louis Bernard che, poco prima di morire, lascia detto a Benjamin che egli deve comunicare a Londra che entro pochi giorni verrà assassinato un importante uomo di stato proprio a Londra e che il colpevole è tale Ambrose Chapel. Dette queste poche parole, Bernand spira.
La coppia McKenna viene convocata in commissariato, in quanto persone che conoscevano la vittima, e pregano la signora Drayton di accompagnare il figlio Hank in albergo.
Giunti in commissariato la coppia si sente fare una serie di domande che spesso irritano Benjamin. L’interrogatorio però è interrotto da una telefonata in caserma per Benjamin: un uomo misterioso, dall’altro capo del telefono, afferma che, se Ben dirà cosa gli ha detto Bernard poco prima di morire, Hank verrà ucciso.
Ma come? Il piccolo Hank non era in albergo coi Dreyton?!?
Tornati in albergo i coniugi McKenna si sentono dire che i Dreyton sono già partiti per Londra.
Ora è praticamente e tristemente sicuro: Hank è stato rapito.
Cosa possono fare ora Jo e Benjamin McKenna?
Se dichiarano ciò che Bernard gli ha detto, il loro figlio rischia la vita. E comunque devono pur sempre trovarlo da qualche parte.
Dunque i due decidono di partire per Londra, per trovare i Dreyton e liberare il piccolo Hank.
Ma per farlo, dovranno fare tutto da soli. Non vogliono collaborare con Scotland Yard, che intanto comunica a Benjamin la prevedibile notizia che Bernard era un membro del controspionaggio francese.
Bisogna assolutamente scollegare le due vicende (liberazione di Hank e rischio d’assassinio dell’uomo politico). Altrimenti entrambe le vicende potrebbero andare a finire male.
Il film è un remake di un altro film di Hitchcock (dallo stesso titolo) del 1934. Non ho visto questo film ma, per capire le differenze tra i due, basta leggere quella che è la bibbia della filmografia di Alfred Hitchcock, ovvero il libro “Il cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut, fonte di sterminata bibliografia oltreché di confessioni cinematografiche.
In questo libro infatti Hitchcock definisce il film del ’34 come un film da principiante, quello del ’56 un film da professionista.
Si tratta effettivamente di una pellicola di gran classe. Bellissime ambientazioni, soprattutto marocchine, e colori che fanno tuttuno con la fotografia.
Un film che si concede un cast di lusso e scene mozzafiato.
Che si tratti di un’opera da professionista, è ben evidente dall’intricata sceneggiatura di John Michael Hayes (il tutto, come spesso accade, tratto da un libro) che rende il film un vero e proprio film di spionaggio, pur con protagonisti degli “eroi della strada”, e con elementi di fantapolitica.
Che si tratta di un lavoro di estremo lusso è ben rappresentato da alcune scene epiche: la scena del concerto alla Royal Albert Hall è un capolavoro di cinema: il regista, senza l’ausilio della parole ma solo della musica, realizza una serie d’inquadrature che creano sconcerto e alimentano la tensione per un probabile imminente omicidio in teatro. Forse una delle migliori scene d'azione che abbia mai visto (ovviamente tra queste ci sta il triello de "Il buono, il brutto, il cattivo").
Altre scene bellissime sono presenti nelle ultime sequenze presso l’ambasciata con inquadrature di singole stanze in sequenza. Per non parlare dell’ironia presente anche in questo film, a partire da curiosi fraintendimenti ed una ultimissima scena finale che, nel suo amaro umorismo, appare prevedibile ma pur sempre godibilissima.
Le interpretazioni vertono quasi solo ed esclusivamente sul grande James Stewart e su Doris Day, lanciata in un film drammatico per la prima volta con ottimi risultati. Il film tra l’altro vinse l’Oscar per la famosa canzone “Que sera, sera” cantata proprio da Doris Day nel film.
Da notare che a dirigere l’orchestra nell’epica scena è Bernard Hermann, autore di grandissime colonne sonore tra cui quella di “Quarto potere”. Un’ironia nell’ironia che cresce leggendo, in alcune inquadrature della città di Londra, proprio il suo nome per pubblicizzare il concerto della serata.
Anche se l’inizio potrà apparire un po’ vuoto di contenuti (in realtà è un altro espediente per creare suspense) potrete notare le bellissime inquadrature del Marocco ancora protettorato francese. Se dalla metà alla fine vi apparirà un film frenetico, non potrete che appassionarvi a questa frenesia.
Anche questa volta mi sono emozionato. Incoraggiamento ulteriore per andare avanti, nelle mie “Visioni”, su questa strada.
 


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27 novembre 2009

Visioni: La signora scompare (1938).

 



 

Regia: Alfred Hitchcock.
Interpreti: Margaret Lockwood, Michael Redgrave, Dame May Whitty, Paul Lukas, Basil Radford.

Essendo un periodo in cui si necessita di visioni cinematografiche (ovviamente il tutto in chiave sdrammatizzatrice) ed essendo rimasto sorpreso in positivo da “Notorious”, questa sera ho deciso di dedicarmi (tralasciando alla grande il mitico duo Bersani-Tremonti) ad uno dei primi film di Alfred Hitchcock.
In uno stato immaginario del centro Europa (Bandrika) un treno ritarda di un giorno per una valanga di neve. Ciò porta la gran parte dei passeggeri a pernottare nell’albergo vicino alla stazione.
Tra questi c’è la giovane Iris Henderson (Margaret Locwood), inglese pronta a tornare a Londra per un matrimonio di cui però non è ancora sicura. C’è Gilbert (Michael Redgrave), scanzonato musicologo che si trova in Bandrika per ricerche sulla musica locale.
E tra gli altri, gente di varia nazionalità e due inglesi che calcolano le coincidenze dei treni per giungere in tempo a Manchester per una partita di cricket, c’è l’anziana signora Froy, (Dame May Whitty) governante anche lei inglese e grande conoscitrice della Bandrika.
Le varie persone presenti nell’albergo hanno modo di incontrarsi, litigare o socializzare all’interno dello stracolmo hotel, mentre la mattina dopo in molti si ritrovano sul treno giunto in ritardo.
La signora Froy, che aveva conosciuto Iris la sera prima, aiuta la giovane a riprendersi dopo che gli è cascato in testa un vaso. Vedendo debole la ragazza la accompagna sul vagone e gli fa compagnia.
A Iris fa veramente molto piacere poter discutere e fare compagnia a una così cara e simpatica signora, che si prende cura di lei in modo impeccabile. Ma Iris è anche molto stanca dopo il piccolo “incidente” e quindi si addormenta in treno.
Si risveglierà senza vedere, davanti a se, la signora Froy. Chiedendo ai suoi vicini di treno dove sia andata la signora si sente dare questa risposta: non c’è mai stato nessuno, a parte lei e noi, in questo vagone.
Stupita dal curioso fatto Iris incomincia a girare per il treno chiedendo se qualcuno ricorda la vecchia signora Froy. Nessuno dichiara di averla mai vista.
Iris è scioccata e molti incominciano a credere, tra cui Iris stessa, che si tratta di un’allucinazione dovuta al colpo alla testa.
Ma il ruspante Gilbert, che pure in albergo aveva avuto modo di scontrarsi con Iris, decide di aiutarla.
Pian piano, facendo indagini in treno, arriveranno a una conclusione: non si può trattare di una banale allucinazione. La signora Froy era sul treno e adesso non c’è più.
Bisogna trovarla. E soprattutto capire cosa c’è sotto a tutta questa vicenda.
Penultimo film della fase britannica del grande regista, successivamente girò film di produzione statunitense, “La signora scompare” ha molte delle principali caratteristiche del film inglese. In particolar modo è molto accurato il capitolo riservato ai dialoghi: seppur il doppiaggio in italiano non sia eccelso, si può ben cogliere che la scrittura dei dialoghi ha rivestito un ruolo molto importante sia nelle battute tra i personaggi, sia in frasi singole che divengono quasi slogan (“E’ comodo essere Watson!”).
La particolarità di alcuni dialoghi fanno ben capire come, anche in questo caso, possiamo ben definire questa pellicola come un film che ha molti altri film al suo interno. Si tratta infatti di un giallo (quasi un “Assassinio sull’Orient Express”), ma è facile scorgere veri e propri momenti da thriller, da commedia comica e da commedia sentimentale.
Per non parlare poi dell’ambientazione che, anche se lo stato di Bandrika è inesistente, ben raffigura lo stato d’incertezza dei rapporti diplomatici tra Gran Bretagna e continente europeo (spesso nei dialoghi si parla di relazione internazionali e di mosse diplomatiche! Il Foreign Office è spesso citato e sono presenti riferimenti a forme di governo non-democratiche nell’area di Bandrika).
Da questi punto di vista il film per alcuni critici rappresenta un invito all’ interventismo da parte britannica per risolvere la difficile situazione europea. In particolar modo si fa capire, in una scena d’azione, che predicare il pacifismo senza se e senza rischia comunque di danneggiarti se hai davanti a te temibili avversari (un po’ Hitchcock anticipa la dottrina Churchill contrapposta all’appeasement di Chamberlain).
La maggior parte degli attori sono sconosciuti soprattutto per la vecchiaia del film. Segnalo comunque le buone interpretazione della Lockwood e di Michael Redgrave insieme quelle strepitose di Basil Radford e Naunton Wayne, che interpretano due gentleman inglesi che, dopo essersi chiesti con impazienza “cosa starà avvenendo a Londra in questo delicatissimo momento”, chiedono gentilmente ad una cornetta del telefono collegato con l’Inghilterra com’è finita la partita di cricket.
Regia ottima con una prima scena, realizzata con un paesaggio in miniatura, che parte da un quadro d’insieme per poi giungere ad un particolare (in questo caso la porta dell’albergo). Tre quarti del film sono girati in un treno. Evidenti i finti sfondi che però danno al film quel tocco di “noir”.
La caratteristica principale è però l’ottima sceneggiatura (il tutto è tratto da un libro di Ether Lina White) che emoziona fino all’ultima e crea suspense.
Forse non un capolavoro, ma un bellissimo film emozionante e avvincente.
Anche questa volta Alfred non ha sbagliato un colpo. E noi con lui.
 


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