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Diario
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


2 aprile 2010

Visioni: La conquista del West (1962).

 


Regia: John Ford, Henry Hathaway e George Marshall.
Interpreti: George Peppard, Debbie Reynolds, James Stewart, Carroll Baker, Gregory Peck.

Dopo molto dedicato alla politica e alla campagna elettorale riesco a distrarmi e a ridedicarmi alle mie amate visioni. Questa volta ho scelto “La conquista del West”, perché è un grande affresco storico su come è nato un grande paese. Vi assicuro che non ho scelto questo film a causa del “vento di destra” che soffia nelle nostre lande.
Il film narra la storia e le vicende della famiglia Prescott attraverso le varie vicende della storia degli Stati Uniti d’America. E per far ciò il film è diviso in cinque parti.
Parte prima: “I laghi”. La famiglia Prescott è composta da padre, madre, due figlie e un figlio dodicenne che partono alla volta dell’Ohio per cercare fortuna. Per spostarsi utilizzano un battello ma poi, per questioni economiche, si costruiscono una zattera che utilizzeranno per la navigazione. Qui la famiglia conosce Linus Rawlings (James Stewart), cacciatore di castori diretto verso Pittsburgh. Linus socializza con la più grande (Eve) delle sorelle Prescott e tra i due nasce un reciproco interessamento. Dopo essersi congedato dalla famiglia Prescott, Linus è tratto in inganno da dei predoni del fiume, che trarranno in inganno pure la famiglia Prescott. Grazie alla sua forza Linus riuscirà a sconfiggere i briganti e le successive sfortune avvenute alla famiglia Prescott lo spingeranno ad accettare il matrimonio con Eve.
Parte seconda: Le Grandi Pianure. Dopo circa diciotto anni l’attenzione si sposta sulla minore delle sorelle Prescott, Lilith (Debbie Reynolds), che fa la ballerina in Louisiana.
Lilith, che probabilmente oltre a fare la ballerina ha praticato quella professione che qualcuno definisce come “la più antica del mondo”, viene a sapere di essere ereditiera di una miniera d’oro in California, posseduta da un suo ex. La ragazza si ingegna per mettersi subito in marcia ed è adocchiata dal giocatore d’azzardo Cleve Van Valen (Gregory Peck), desideroso di essere comproprietario della miniera d’oro e lontano dai suoi creditori. Dopo lunghe avventure e assalti indiani nelle pianure, la miniera si rivelerà un bluff. Ma le strade di Lilith e Cleve saranno unite per sempre.
Parte terza: La Guerra Civile: la guerra civile americana è ormai è alle porte. Linus Rawlings è costretto dunque a lasciare la moglie Eve e i suoi due figli. Nonostante tutto anche il figlio maggiore di Eve, Zeb (George Peppard), è desideroso di arruolarsi nell’esercito dei nordisti. La madre soffre questa situazione ma concede al figlio di partire per la guerra che Zeb capirà essere cosa triste e non avventurosa.
Dopo aver salvato la vita al generale Grant, Zeb viene promosso e torna a casa. Qui viene a sapere che, oltre al padre morto in guerra, la madre stessa affranta dal dolore è morta. Zeb però non intende vivere, come il fratello, pascolando e coltivando: lascia la sua metà del ranch al fratello e parte alla volta dell’Ovest.
Parte quarta: La ferrovia. Zeb si è arruolato in pianta stabile nell’esercito americano e si occupa di gestire le controversie che nascono tra le due compagnie ferroviarie che si contendono il monopolio del trasporto su ferro del paese. Soprattutto Zeb tratta con gli indiani, poco contenti di veder costruiti sui propri terreni ferrovie e villaggi. Per tutto questo Zeb è aiutato da un vecchio amico di suo padre, Jethro Stuart (Henry Fonda), che però ha veramente poca fiducia nel comportamento dei faccendieri della ferrovia.
Le continue violazioni, da parte dei bianchi, degli accordi stipulati con gli indiani spingono Zeb a lasciare l’occupazione per la compagnia ferroviaria. Zeb capisce di avere una vocazione dentro di se: la legalità.
Parte quinta: I fuorilegge: Lilith Prescott è ormai anziana, siamo all’incirca nel 1890, ed è costretto a vendere all’asta gran parte dei beni accumulati negli anni col marito Cleve a San Francisco. Per trascorrere bene la vecchiaia allora decide di andarsene in un piccolo ranch in Arizona decidendo di portare con se il nipote Zeb (che adesso è sceriffo, sposato, con tre figli) per farsi dare una mano.
Zeb, e tutta la famiglia, sono contenti di questo ricongiungimento della famiglia Prescott. Ma la storia rischia di essere guastata per l’arrivo di un vecchio bandito a cui Zeb ha sempre dato la caccia. Il finale vede la vittoria della legalità e della civiltà americana. Un cerchio si chiude, il fuorilegge è sconfitto. Può finalmente nascere un nuovo paese.
Il film è un western propriamente “epico”. E non solo per gli elementi, tipici del western, che sono presenti in questa pellicola (gli indiani, la ferrovia, il bestiame, gli inseguimenti, gli sceriffi ecc…) ma anche perché è un elogio di un’epoca storica che ha visto delineare le basi per un paese destinato ad essere una grande potenza.
Questo non solo lo rende un film, come molti western fordiani, a tratti “di destra”, ma addirittura “documentaristico” se non “propagandistico”: è la vittoria dei buoni sentimenti, sintomatico il finale, e del mito della nuova frontiera americana. Il trionfo dei coloni e dei buoni costumi. Anche se non si inferisce sugli indiani.
Per tutto ciò è stato quindi imbastito un film diretto da ben tre registi: Hathaway dirige la prima, la seconda e la quinta parte dove si apre e si chiude quel percorso circolare rappresentato dalle vicende della famiglia Prescott: iniziato in un’atmosfera primitiva presso un fiume, e finita con un felice ricongiungimento su una carrozza tra le pianure dell’Arizona. In mezzo: la storia di una nazione.
Il terzo capitolo, il più breve, sulla guerra civile è diretto da John Ford ed è considerato dai critici il migliore. Effettivamente è forse l’unico dei cinque dove emerge una determinata scuola registica. Questo non perché non ci siano scene spettacolari negli altri quattro episodi, ma perché in quei pochi minuti diretti da Ford emergono tutti i temi classici, dal punto di vista registico, di John Ford: Zeb che si allontana dal ranch in lontananza, mentre intima al cagnolina di restare a casa, con il sottofondo di “ When Johnny Comes Marching Home Again” ci ricorda John Wayne (presente in una piccolissimo cameo in questa terza parte) nel finale di “Sentieri selvaggi”.
La quarta parte invece è diretta da Marshall e, pur avendo la scena dei bisonti che reputo una delle scene più spettacolari, è forse quella meno entusiasmante.
Oltre a tre registi coi fiocchi il film, per evidenziare l’epicità della pellicola, ha un super cast: oltre a Stewart, Wayne e Peck, spiccano il George Peppard già reso celebre un anno prima da “Colazione da Tiffany” di Edwards, l’Eli Wallach già Calvera nei “Magnifici Sette” di Sturges e Henry Fonda a cui non servono presentazioni. Ho notato nel primo episodio Lee Van Cleef, scoprendo poi che è stato attore non accreditato nel film…c’è veramente tutto il cast leoniano!
Grande Debbie Reynolds, che sarà sempre nei nostri cuori per "Cantando sotto la pioggia".
Il film fu girato, uno dei pochi, in Cinerama e vinse tre oscar (montaggio, sceneggiatura e suono). Da sottolineare la bella colonna sonora che comprende canzoni celebri della tradizione americana e brani struggenti accompagnati a inquadrature sui Canyon.
Un film importante, celebre e forse troppo poco considerato. Nonostante tutto questo. Dà un senso di pienezza. E ci interroga su un tema onnipresente: come avviene e che effetti ha su di noi la “Nascita di una nazione”.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 2/4/2010 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


23 dicembre 2009

Visioni: La donna che visse due volte (1958).

 

Regia: Alfred Hitchcock.
Interpreti: James Stewart, Kim Novak, Tom Helmore, Barbara Bel Geddes, Henry Jones.

Prima della pausa natalizia continuiamo con la nostra rassegna su Hitchcock analizzando quello che viene considerato come uno dei suoi film più famosi e belli. Tra l'altro essendo un film che tratta di vertigini, poteva senza dubbio interessare ancor di più il vostro affezionatissimo.
Il detective John “Scottie” Ferguson (James Stewart) è costretto a lasciare la polizia, ed ad accedere ad un pensionamento forzato, a causa di un brutto incidente: nell’inseguire un ladro è scivolato su un tetto accorgendosi di soffrire tremendamente le vertigini e, tentando di aiutarlo, un poliziotto che lo accompagnava nell’inseguimento ha perso la vita.
Un giorno però John è contattato da un vecchio compagno d’università, Gavin Elster (Tom Helmore), che gli chiede, vista la sua inattività, una consulenza come detective privato. Inizialmente John declina l’offerta, ma il legame d’amicizia con Gavin e il curioso caso lo spingono ad accettare: Elster infatti chiede a John di seguire la giovane moglie Madeleine (Kim Novak) nei suoi spostamenti. Elster, a differenza di quello che si può credere, non è in realtà geloso della moglie o sospettoso di una relazione extraconiugale della consorte. Elster teme che Madeleine sia vittima di uno “scambio della personalità”, come se uno spirito si impossessasse del suo corpo per fargli compiere cose di cui egli non è consapevole.
Elster ha questa strana idea in quanto molto spesso la moglie ha dato risposte incongruenti o impossibili su singoli eventi.
John ovviamente non crede minimamente a questa pista “sovrannaturale”, ma si mette a lavoro pedinando la signora: nota che spesso compra dei fiori, che si reca in un cimitero poco fuori San Francisco presso la tomba di tale Carlotta Valdes, e che passa minuti e minuti ad osservare un misterioso ritratto presso il museo della Legione d’Onore.
Dopo i primi pedinamenti John studia gli elementi che ha raccolto e sente Elster: Carlotta Valdes è infatti la nonna di Madeleine, e si tratta di una ragazza madre morte in giovane età a causa dell’allontanamento forzato della propria figlia (la nonna di Madeleine). Elster infatti temeva che lo spirito di Carlotta Valdes fosse entrato nel corpo di Madeleine e visto che la bisnonna era morta all’esatta età di 26 anni (stessa età della moglie di Elster) teme un destino analogo per la sua discendente. Insomma: Elster chiede a John semplicemente di difendere la moglie da possibili minaccie.
John è incuriosito dalla vicenda e continua i pedinamenti. Un giorno però, presso il Golden Gate Bridge, Madeleine si butta nell’acqua. John è costretto a buttarsi anche lui in acqua per salvare la donna.
Questo salvataggio delle sua vita porterà Madeleine a conoscere John, pur essendo ignara della vera occupazione del detective. I due si conoscono sempre più e scoppia addirittura la scintilla dell’amore. Mentre John continua a chiedere, questa volta a Madeleine stessa, quale è il suo problema.
Sarà troppo tardi quando egli capirà che la vicenda è forse più grande di lui. Anche se più “terrena”.
Il film è tratto da un libro di due autori francesi e la storia è ambientata nella Francia degli anni ’40. Hitchcock cambia il decennio e la location dell’ambientazione, rendendo la pellicola come il “film di San Francisco” che diverrà luogo culto per cinefili riguardo a molti posti presenti nel film (la scena del Golden Gate Bridge è senza dubbio famosissima).
Gli ingegni tecnici del film sono notevoli. In primo luogo è giusto sottolineare come il terrore di John per la vertigini (tema centrale del film tanto che il titolo originale è “Vertigo”) è descritto grazie ad una miscela di zoom in avanti e carrellata all’indietro per le scale. La fotografia pure contribuisce a rendere molte inquadrature suggestive: basti pensare all’uso del colore verde, soprattutto nell’albergo, che delinea i profili delle persone (altro elemento fondamentale del film) e che crea una bella atmosfera.
Il montaggio è spesso molto veloce e comprende elementi onirici che periodicamente si affacciano nella filmografia hitchockiana.
Buone le scenografie (nominate all’oscar insieme al suono) che ben fanno capire come mai il gruppo della Novelle Vogue aveva un debito nei confronti di Sir Alfred (addirittura la scena presso la foresta degli alberi millenari mi ricorda il finale di “Giù la testa”!).
Giusto segnalare la solita buona musica di Hermann
L’interpretazione principale è quello di Jimmy Stewart, il più feticcio del vari attori feticci del regista, che ben descrive un personaggio sofferente, enigmatico e provato.
Una sceneggiatura intricata, ma suggestiva ed emozionante che divide il film in due tronconi nettamente separati consentendo anche un'innovazione nel campo narrativo che, nonostante possa apparire fuorviante, contribuisce ad alimentare un certo tipo di tensione.
Un film dal classico finale alla Hitchcock. Ma con meno umorismo, in tutto il film, è forse con più riflessioni sul male, sulla sua natura e sugli istinti di un uomo (da ciò, ampia discussione freudiana sulla falsariga dell’Amleto, principe di Danimarca, che in realtà era solo follemente geloso della madre).
Un film inquietante, pazzesco e suggestivo. Un film che ci insegna molte cose (in primis ci insegna a fare un dibattito se si tratta del migliore di si Alfred) e da cui forse trasse il seguente insegnamento il nostro caro Werner Herzog: il lieto fine è una inganno.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 23/12/2009 alle 0:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


9 dicembre 2009

Visioni: L'uomo che sapeva troppo (1956).

 

Regia: Alfred Hitchcock.
Interpreti: James Stewart, Doris Day, Daniel Gelin, Christopher Olsen, Brenda De Banzie.

In piena febbre hitchcockiana (si, sono sempre quello che definiva “Inghilterra” e “cinema” due parole che non possono stare nella stessa frase! Ma qui si tratta di produzione americana) ho deciso di dedicarmi ad un film a colori del grande regista girato nei suoi fortunatissimi anni’50.
La famiglia McKenna si trova in Marocco in vacanza. Il capofamiglia, Benjamin McKenna, è un noto medico di Indianapolis che, dopo un convengo a Parigi, ha deciso di visitare con la propria famiglia Lisbona, Roma e Marrakech.
Con lui viaggiano la moglie Jo (Doris Day), ex cantante che ha lasciato il lavoro soprattutto per dedicarsi al figlio, e il loro bambino Hank (Christopher Olsen).
In viaggio per Marrakech la famiglia conosce un misterioso tipo di nome Louis Bernard (Daniel Gelin) che socializza con loro in quanto parla correttamente l’inglese.
Louis è molto gentile con i McKenna e gli è molto d’aiuto per orientarsi in città, ma resta pur sempre, soprattutto agli occhi di Jo, un tipo misterioso che fa tante domande.
Una sera i due coniugi in un ristorante del posto conoscono una coppia inglese, i Drayton, e fanno amicizia con loro promettendosi di visitare il mercato locale insieme il giorno dopo.
Tra le bancarelle di un classico suk arabo i McKenna e i Dreyton si guardano in giro, fino a quando non notano un inseguimento da parte della polizia: un uomo infatti ne accoltella un altro, e la polizia si mette sulle tracce dell’assassino.
Benjamin, essendo medico, si precipita sull’accoltellato e fa una sorprendete scoperta: si tratta di Louis Bernard che, poco prima di morire, lascia detto a Benjamin che egli deve comunicare a Londra che entro pochi giorni verrà assassinato un importante uomo di stato proprio a Londra e che il colpevole è tale Ambrose Chapel. Dette queste poche parole, Bernand spira.
La coppia McKenna viene convocata in commissariato, in quanto persone che conoscevano la vittima, e pregano la signora Drayton di accompagnare il figlio Hank in albergo.
Giunti in commissariato la coppia si sente fare una serie di domande che spesso irritano Benjamin. L’interrogatorio però è interrotto da una telefonata in caserma per Benjamin: un uomo misterioso, dall’altro capo del telefono, afferma che, se Ben dirà cosa gli ha detto Bernard poco prima di morire, Hank verrà ucciso.
Ma come? Il piccolo Hank non era in albergo coi Dreyton?!?
Tornati in albergo i coniugi McKenna si sentono dire che i Dreyton sono già partiti per Londra.
Ora è praticamente e tristemente sicuro: Hank è stato rapito.
Cosa possono fare ora Jo e Benjamin McKenna?
Se dichiarano ciò che Bernard gli ha detto, il loro figlio rischia la vita. E comunque devono pur sempre trovarlo da qualche parte.
Dunque i due decidono di partire per Londra, per trovare i Dreyton e liberare il piccolo Hank.
Ma per farlo, dovranno fare tutto da soli. Non vogliono collaborare con Scotland Yard, che intanto comunica a Benjamin la prevedibile notizia che Bernard era un membro del controspionaggio francese.
Bisogna assolutamente scollegare le due vicende (liberazione di Hank e rischio d’assassinio dell’uomo politico). Altrimenti entrambe le vicende potrebbero andare a finire male.
Il film è un remake di un altro film di Hitchcock (dallo stesso titolo) del 1934. Non ho visto questo film ma, per capire le differenze tra i due, basta leggere quella che è la bibbia della filmografia di Alfred Hitchcock, ovvero il libro “Il cinema secondo Hitchcock” di François Truffaut, fonte di sterminata bibliografia oltreché di confessioni cinematografiche.
In questo libro infatti Hitchcock definisce il film del ’34 come un film da principiante, quello del ’56 un film da professionista.
Si tratta effettivamente di una pellicola di gran classe. Bellissime ambientazioni, soprattutto marocchine, e colori che fanno tuttuno con la fotografia.
Un film che si concede un cast di lusso e scene mozzafiato.
Che si tratti di un’opera da professionista, è ben evidente dall’intricata sceneggiatura di John Michael Hayes (il tutto, come spesso accade, tratto da un libro) che rende il film un vero e proprio film di spionaggio, pur con protagonisti degli “eroi della strada”, e con elementi di fantapolitica.
Che si tratta di un lavoro di estremo lusso è ben rappresentato da alcune scene epiche: la scena del concerto alla Royal Albert Hall è un capolavoro di cinema: il regista, senza l’ausilio della parole ma solo della musica, realizza una serie d’inquadrature che creano sconcerto e alimentano la tensione per un probabile imminente omicidio in teatro. Forse una delle migliori scene d'azione che abbia mai visto (ovviamente tra queste ci sta il triello de "Il buono, il brutto, il cattivo").
Altre scene bellissime sono presenti nelle ultime sequenze presso l’ambasciata con inquadrature di singole stanze in sequenza. Per non parlare dell’ironia presente anche in questo film, a partire da curiosi fraintendimenti ed una ultimissima scena finale che, nel suo amaro umorismo, appare prevedibile ma pur sempre godibilissima.
Le interpretazioni vertono quasi solo ed esclusivamente sul grande James Stewart e su Doris Day, lanciata in un film drammatico per la prima volta con ottimi risultati. Il film tra l’altro vinse l’Oscar per la famosa canzone “Que sera, sera” cantata proprio da Doris Day nel film.
Da notare che a dirigere l’orchestra nell’epica scena è Bernard Hermann, autore di grandissime colonne sonore tra cui quella di “Quarto potere”. Un’ironia nell’ironia che cresce leggendo, in alcune inquadrature della città di Londra, proprio il suo nome per pubblicizzare il concerto della serata.
Anche se l’inizio potrà apparire un po’ vuoto di contenuti (in realtà è un altro espediente per creare suspense) potrete notare le bellissime inquadrature del Marocco ancora protettorato francese. Se dalla metà alla fine vi apparirà un film frenetico, non potrete che appassionarvi a questa frenesia.
Anche questa volta mi sono emozionato. Incoraggiamento ulteriore per andare avanti, nelle mie “Visioni”, su questa strada.
 


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30 novembre 2008

Mister Smith va a Washington (1939).

Locandina Mister Smith va a Washington
Regia: Frank Capra.
Interpreti: James Stewart, Jean Arthur, Claude Rains, Thomas Mitchell, Edward Arnold.

Finalmente riesco a vedere questo film. Mi premeva visionarlo in un periodo in cui si parla frequentemente del sistema istituzionale americano, della società statunitense nel periodo del New Deal e del suo meccanismo d’elezione. Tra l’altro un ripassino di diritto costituzionale non fa mai male.
Un anziano senatore di un imprecisato stato dell’ovest degli Stati Uniti muore. Il suo governatore (non vi preoccupate, a quanto pare negli anni ’30 funzionava così) visto che il suo mandato senatoriale non era ancora scaduto, deve scegliere il suo successore.
I comitati di quartiere vorrebbero una persona competente ed onesta allo stesso tempo. Mentre le lobby economiche, che vedono tra le proprie file il senatore Joseph Paine (Claude Rains) anch’egli di quello stato, vorrebbero un uomo della stessa loro combriccola.
Nel dubbio il governatore viene convinto, tramite un complesso discorso politologico dei suoi figli, a nominare senatore il loro capo scout Jefferson Smith (James Stewart) giovane idealista, amante della natura e dei bambini nonché grande conoscitore delle opere di Lincoln e Washington.
La lobby non è felice di questa nomina, ma ritiene che il neosenatore Smith sia facilmente manovrabile.
Giunto in città, dopo le prime ore passate a vagare meravigliato tra i simboli della democrazia americana, il senatore Smith subito si mette al lavoro aiutato dalla giovane quanto ormai disillusa segretaria Clarissa Saunder (Jean Arthur).
Ma presto le buone intenzioni di Smith si scontrano con il cinismo del senato e con gli intrighi di potere. Smith è attaccato da tutti e calunniato. Gli resta solo un’arma: giochicchiare coi regolamenti parlamentari…
Il regista italo-americano Frank Capra è stato definito come il “pittore” della società americana: i suoi film sono caratterizzati da un profondo ottimismo che ha poi generato la caratteristica hollywoodiana dei finali a lieto fine. Per alcuni Frank Capra, tesi che sostengo pienamente, ha avuto nell’immaginario collettivo americano la stessa funzione attraverso i suoi film che ebbe Walt Disney attraverso i suoi cartoni animati.
Tra le varie caratteristiche della società americana descritta da Capra non poteva mancare la politica: chiara ma dettagliata risulta essere la descrizione del meccanismo di funzionamento del senato dell’unione.
La regia gioca molto coi cambi di scena, a volte intervallati da un buon lavoro di montaggio che unisce nella stessa sequenza vari elementi.
Ottima è l’interpretazione dell’allora giovanissimo James Stewart e di Jean Arthur, dotata di quelle caratteristiche tipiche delle attrici cinematografiche del periodo.
Come non citare nel cast il grande Claude Rains, colui che in “Casablanca” ci faceva capire che non è mai troppo tardi per stringere una nuova amicizia e che in fondo per trovare l’assassino basta fermare “i soliti sospetti”. Qui interpreta il senatore Paine, sospeso sempre tra un antico idealismo ed il cinicsmo pragmatico ed affarista.
Mi ha colpito la particolarmente la scena dei “simboli americani”, in cui Smith visita i vari monumenti di Washington rimanendo commosso e colpito dai simboli della gloriosa democrazia americana. Non mi sono documentato molto sulla colonna sonora, ma unisce a musiche popolari e patriottiche del paese con elementi di inni nazionali statunitensi e britannici (forse anche l’italo-americano Capra aveva ben chiaro dove si stesse andando e si era chiesto da dove si provenisse?).
Dire che si tratta di un film attuale è fin troppo scontato. Il magnate della carta stampata e della radio fa di tutto per infiltrarsi negli affari del senato rendendo la vita impossibile al candido senatore Smith ma viene sconfitto dai ragazzi degli scout. Speriamo che un scenario del genere possa, in un lontano futuro (sono profondamente realista), avverarsi anche nel nostro caro paese.


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