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  lAsino Blog ufficiale di un 21enne e di ciò che resta di una gloriosa rivista
 
Diario
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


4 marzo 2010

Il mio programma elettorale per le elezioni regionali.

La Regione Lazio è un ente molto importante per l’amministrazione territoriale. Col passare del tempo le regioni hanno assunto un ruolo sempre più fondamentale e le loro competenze si sono sempre di più arricchite e articolate. A maggior ragione questo si sente in una regione fondamentale come il Lazio, che riveste con la sua posizione un ruolo molto importante, da crocevia tra il centro-nord e il sud d’Italia, e che con la presenza di una vastissima area urbana rappresentata dalla città di Roma risulta essere una delle regioni più importanti del nostro paese.

Gran parte del bilancio regionale spetta alla sanità(circa il 70%) e la seconda grande competenza della Regione è rappresentata dalle politiche dello sviluppo e delle attività produttive.

I miei impegni prioritari per questa campagna elettorale saranno diretti a favorire una maggiore partecipazione e comprensione delle giovani generazioni delle vicende che riguardano la nostra comunità regionale. Per un serio cambio di rotta è necessario un nuovo spirito civico, di partecipazione e di interesse verso quello che è il nostro presente e sarà il nostro futuro.

E’ per questo che ho deciso di concentrare il mio programma elettorale, che mi impegnerò ad attuare in caso d’elezione, su tre temi che ritengo fondamentali e di interesse strategico per le giovani generazioni: le politiche giovanili, lo sport, l’ambiente e l’università.


Politiche giovanili: i giovani spesso appaiono, in ogni contesto, come coloro che subiscono scelte -prese dall’alto, da altre persone capaci di determinare il loro futuro nella società. Questo non va bene, è occorre cambiare passo. I giovani devono essere spinti alla partecipazione sociale, che si può esprimere in molteplici modi: dal volontariato, all’impegno sociale sia laico sia cattolico.
La politica è sapere programmare e sviluppare un progetto per il futuro, e in quest’ottica la base di ogni proposta politica non può che essere quella che riguarda i giovani.
Da questo punto di vista il mio impegno consisterà nel:

-creare una forma di bilancio partecipato per quanto riguarda i fondi europei destinati ai giovani della nostra regione. Questi fondi potrebbero essere utilizzati in numerose attività di sostegno alla partecipazione giovanile solo se le dinamiche di bilancio fossero più trasparenti e chiare. Sono una grandissima possibilità, ma spesso se ne ignora l’esistenza.
-Sostenere la proposta, già avanzata da una rete di giovani dirigenti e amministratori locali del Pd, di un contributo economico ai giovani che intendono affittare una casa. Questi fondi potrebbero essere presi dalle spese dell’amministrazione regionale, che spesso utilizza troppi soldi dei contribuenti in stipendi per i consiglieri regionali e in vitalizi. Togliamo da questo capitolo di spesa per finanziare il punto di partenza verso una piena indipendenza dei giovani.


Sport: Il Lazio è uno dei principali esempi di come in uno stesso territorio posso coesistere importanti realtà urbane e estesi territori sia costieri che interni. E’ allora alquanto importante, in un territorio così bello quanto così particolare, favorire la partecipazione sociale delle nuove generazioni. Uno strumento di grande partecipazione giovanile è da sempre lo sport.

-In questi cinque anni sono già stati investiti 44 milioni d’euro, bisogna continuare su questa strada istituendo un vero fondo e con campagna che incoraggino giovani e non a praticare sport. In particolare proporrò di favorire la partecipazione delle giovani generazioni che potranno monitorare e scegliere come utilizzare questi fondi.
-per favorire tutto questo occorre una presenza di giovani rappresentanti del terzo settore all’interno dell’Agenzia regionale per lo sport regionale (Agensport).


Ambiente: Se c’è un tema che riguarda il futuro, e quindi le nuove generazioni, questo tema è l’ambiente: è ormai evidente che oggi come oggi il modello di sviluppo dominante nella nostra società è oramai insostenibile. Per invertire però questa rotta è importante muoversi in qualsiasi ambito, in qualsiasi contesto e in ogni realtà territoriale.
Il Lazio dal punto di vista territoriale rappresenta un grandissimo esempio di “bene ambientale” che va tutelato e difeso. Deve finire la logica secondo cui, una seria politica ambientale, è qualcosa che comporta solo maggiori costi di dubbia efficacia. Una seria politica ambientale anzi può essere l’occasione per una rinascita del nostro territorio che si potrà sentire anche a livello regionale.
Dal punto di vista turistico, grazie al suo paesaggio, il Lazio è la massima prova di come una seria politica ambientale può essere solo un’opportunità per tutti noi. Gran parte dell’arretratezza urbanistica e territoriale di parte della nostra Regione consiste proprio nel fatto che è adeguata e in norma con standard ecologicamente più compatibili e più sostenibili. Non degni della bellezza e della storia che rappresenta.
E’ per questo che mi impegnerò per:

-non lasciare sole le realtà periferiche della città di Roma e della provincia impegnandomi per garantire standard ambientali in grado di ridurre l’inquinamento causato il più delle volte da un’imperfetta politica della mobilità riguardante le periferie.
-tutelare dal punto di vista ambientale le realtà dei nostri splendidi centri storici, a partire da quello della Capitale. La tutela e il decoro ambientale di un centro storico non è solo un’occasione economica di crescita sociale tramite il volano del turismo. Ma anche una responsabilità che i cittadini hanno nei confronti della loro città, della loro storia e della loro tradizione.
-favorire una cultura ambientale e dell’ecologia dinamica che parta proprio dalla freschezza di noi giovani. Da questo punto di vista mi impegnerò, in collaborazione con gli atenei di Roma, a favorire corsi di diritto ambientale (o comunque corsi legati ai temi ambientali nella varie facoltà) in collaborazione con la Regione. Gran parte del lavoro e dell’elaborazione di questo corsi potrebbero essere molto d’aiuto per una politica regionale dell’ambiente. Perché investire sull’ambiente è investire sul futuro. Un investimento che senza dubbio darà i suoi frutti.


Università e formazione: dal punto di vista della formazione l’Università è la più importante competenza della Regione. Viviamo in una realtà che rappresenta un polo universitario di assoluta importanza: la città di Roma, con i suoi tre atenei pubblici, è polo d’attrazione per molto studenti da ogni parte d’Italia. La precedente giunta ha stanziato e utilizzato in parte il fondo da 60 milioni di euro per le borse di studio, e sono stati resi disponibili oltre 650 posti alloggio ed è stata vara l’agenzia degli affitti. A seguito di questa scelta strategia, di puntare sui saperi, dobbiamo impegnarci per:

-aumentare i fondi regionali destinati a università e ricerca. Molti dei fondi tuttora utilizzati non sono fondi regionali e per migliorare i servizi è quanto mai necessario uno sforza maggiore della Regione nel campo dei saperi.
-garantire maggiore trasparenza, con partecipazione diretta degli studenti, all’Agenzia universitaria per gli affitti. Con questa maggiore trasparenza è possibile individuare le falle nel sistema dell’agenzia e rendere più chiaro e alla luce del sole il suo lavoro.
-fare definitiva chiarezza sulle competenze di Laziodisu che ha l’importante compito di attribuire fondi e alloggi. Pur essendo un organismo elettivo spesso non è considerato dagli studenti. E’ invece importante utilizzare questi strumenti elettivi, perché dovrebbero essere al servizio degli studenti come loro mezzo per esprimere partecipazione alla vita accademica.

Questo programma potrà essere ampliato con documenti o proposte da parte degli elettori e di chi vorrà sostenermi."


Livio Ricciardelli


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28 febbraio 2010

Elezioni regionali 2010.

Cinque anni fa, con le regionali 2005, facevo la mia prima campagna elettorale da iscritto agli allora Democratici di Sinistra.
Da ieri è pubblico: sono candidato alle elezioni regionali 2010 nella lista del Partito Democratico nel collegio di Roma e provincia.


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30 gennaio 2010

Recensione: «In 10 parole», di Dario Franceschini.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/Comunicazione/recensione-lin-10-paroler-di-d-franceschini.html

Nel corso dell’anno scolastico 1974-1975, in un liceo scientifico di Ferrara, uno studente sedicenne segue un’assemblea scolastica “innamorandosi” della politica.

Questa passione lo porta ad attivarsi all’interno del proprio istituto e a presentare, insieme ad altri studenti, una lista per l’elezione dei primi decreti delegati.

Il ’68 appare, soprattutto agli occhi di adolescenti, abbastanza lontano, e ci si avvicina inesorabilmente verso quel biennio tragico che sarà il '77-’78, culminato nel rapimento Moro, e verso i “pessimi anni’80”.

Ma, nonostante le avvisaglie del declino, alcuni eventi stimolano quel giovane alla partecipazione politica: dopo la disfatta democristiana alle amministrative del 1975, Benigno Zaccagnini viene chiamato alla guida della Dc e avrà modo, nel corso delle elezioni del 1976, di sventare il temuto sorpasso del Pci di Berlinguer. Sempre in quel periodo emerge l’attività nella zona padana di Don Primo Mazzolari per la sua nuova rivoluzione cristiana.

È quindi in un tempo di lento declino apparente che scatta la molla della partecipazione politica.

Ed è proprio questo l’incipit dell’ultimo libro di Dario Franceschini “In 10 parole. Sfidare la destra sui valori” che, interessandosi alla politica a scuola, avrà modo di essere eletto rappresentante d’istituto grazie alla lista già citata, poi consigliere comunale, assessore e via via verso la politica nazionale fino ad arrivare ad essere, seppur per soli otto mesi, segretario del Partito Democratico, una forza politica sognata per anni in grado di fare quella giusta sintesi delle migliori tradizioni riformiste che per decenni hanno contrassegnato la vita politica nazionale

Il libro infatti è proprio una raccolta di dieci discorsi che l’allora segretario del Pd fece in giro per l’Italia proponendo la sua ricandidatura alla guida del principale partito riformista italiano. Pur sconfitto da Pierluigi Bersani nelle primarie del 25 ottobre, il consenso di un milione di elettori ha spinto l’attuale capogruppo alla Camera del Pd a fare una “summa” di ciò è stata la sua azione politica, i suoi propositi e le sue aspirazioni politiche.

Spesso i luoghi comuni riguardanti l’ultimo dibattito congressuale interno al Pd dipingono un quadro fatto di accuse reciproche, problemi statutari e mancanza di contenuti programmatici (se esclusi i perenni riferimenti a fantomatici partiti leggeri, pesanti, liquidi e gassosi). Ma in “In 10 parole” si coglie in realtà una certa specificità contenutistica nella proposta politica, oltreché una certa visione etica ed universale dell’agire politico.

Vero che nella politica nostrana la tradizione del discorso “itinerante” pare in ascesa, ma questi dieci discorsi di Franceschini, rivolti a diverse categorie ed istanze sociali, risultano avere un qualcosa di compiuto che rende l’intero libro una coerente visione per un partito e per un paese.

Si parte quindi dal discorso di candidatura dell’Acquario Romano nel luglio del 2009, dove ci si prendono specifiche responsabilità ma ci si fa promotori di un cambiamento che passa per forza di cosa anche dal prendersi colpe proprie (fece discutere molto allora l’esplicito riferimento alla mancata legge sul conflitto d’interessi) e si continua col discorso ai volontari, dove si denuncia un deficit culturale da parte del governo in carica che non considera, oltre ovviamente all’aspetto etico, anche quello utilitaristico del fenomeno che consente anche di stabilire partnership strategiche con associazioni, enti e, perché no, paesi.

Il discorso di Napoli agli educatori è un attacco a tutto campo alla visione “televisiva” che gran parte della società italiana per forza di cose ha attualmente in testa. Una visione che porta alla sottovalutazione delle vere e grandi realtà questo paese e che ha portato ad un ridimensionamento del ruolo dell’insegnate sia in quanto “autorità” sia in quanto modello da cui trarre esempio. Continuando con un discorso ai nuovi italiani, che sottolinea l’inevitabile società multietnica che va governata e non strumentalizzata per fini elettorali, si passa per un discorso ai talenti, la qualità come parola d’ordine per il rilancio italiano, e poi ad un discorso ai ragazzi del Sud per poi giungere infine ai due famosi discorsi ai lavoratori a Prato e agli imprenditori a Vicenza, in cui emerge come queste siano due categorie “sulla stessa barca”, unite anche per ovvi calcoli statistici (sempre utile ricordare come in Italia il 95% delle imprese abbia meno di 10 lavoratori).

Gli ultimi discorsi sono quelli ai “nonni dei nostri figli”, alle donne e quello ai liberi.

Quest’ultimo, pronunciato a Marzabotto il giorno prima delle primarie, è un invito al paese e ai suoi cittadini ad essere liberi “di”, ma anche liberi “da”, come condizione irrinunciabile per l’espressione serena della propria personalità, del proprio merito e delle proprie qualità.

In conclusione, possiamo ben dire che si tratta di dieci discorsi che vanno dritti ai contenuti dei singoli problemi ponendo spesso molte proposte e risposte. Colpisce in particolare la mancanza di polemica nei confronti del dibattito interno all’interno del Partito che porta, oltre a non citare mai gli altri due contendenti alla segreteria, ad un maggiore spazio verso una visione politica complessiva fatta di aspirazioni, valori e speranze.

Forse uscite sconfitte, ma pur sempre interessanti ed utili. Per capire forse quale Partito Democratico sarebbe potere essere.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 30/1/2010 alle 19:15 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


26 gennaio 2010

Le conseguenze delle primarie in Puglia

 

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/18788-le-conseguenze-delle-primarie-in-puglia.html

Abbiamo avuto modo nelle scorse settimane di trattare sia il tema delle elezioni regionali, e di conseguenza delle candidature alla presidenza delle varie regioni, sia il tema della situazione pugliese che a quanto pare necessitava realmente delle primarie per eliminare le proprie controversie interne e individuare un singolo candidato alla presidenza.

Quello che dunque inizialmente può apparire un test di rilevanza regionale è in realtà una partita molto più ampia sia sul piano delle possibili alleanze a livello nazionale sia per le ripercussioni all’interno delle forza politica che per forza di cosa appare essere la sconfitta di questa elezione: il Partito Democratico.

Tralasciando la figura pur sempre competente e preparata di Francesco Boccia, che già qualcuno chiama il “Mariano Rajoy di Bisceglie” per le due consecutive sconfitte contro il medesimo candidato, è evidente che la copiosa partecipazione alle primarie dell’elettorato ha rivoluzionato e modificato quelli che sono a livello regionale gli equilibri dei partiti: già nel corso delle primarie di coalizione per le regionali del 2005 il favorito appariva Boccia in quanto sostenuto da Ds e Margherita. Ma gli 80.000 elettori votarono e si espressero, con un leggero scarto, a favore del candidato appoggiato da Rifondazione e dalle altre forze della sinistra. Questa volta però il numero dei votanti è quasi triplicato ed il consenso per Vendola è stato molto più elevato.

A dir la verità, che il popolo delle primarie ribalti i pesi elettorali dei singoli partiti non è assolutamente una novità: il meccanismo delle primarie fu utilizzato anche per individuare lo sfidante di Totò Cuffaro alla guida della regione Sicilia nel 2006. Se si fossero sommate le percentuali dei partiti della coalizione, il vincitore sarebbe stato senza dubbio Lettieri, ora passato al Movimento per l’autonomia di Raffaele Lombardo, che era sostenuto dalla Margherita e dall’Udeur. Ma stravinse Rita Borsellino.

Ovviamente ci sono anche i lati negativi di questo “sfasamento”: l’alta percentuale di partecipanti alle ultime primarie del Pd in Calabria non rappresenta per questo partito una posizione di forza in quanto i risultati del Pd calabrese sono ben lontane dall'essere soddisfacenti.

Da questa situazione possiamo sostanzialmente dedurre due conclusioni:

• La prima è che l’antico motto, risalente alla notte dei tempi della politica secondo cui “uno più uno non fa mai due” è assolutamente corretta. La prima dimostrazione eclatante di questo enunciato, nella storia repubblicana nazionale, è quella delle elezioni politiche del 1968 in cui la lista unica Psi-Psdi (che assunse il nome di Psu), primo dei tanti vani tentativi di ricomporre l’unità socialista, fallì miseramente.

È infatti opinione diffusa che, considerando che la somma aritmetica dei voti di due partiti distinti è di per sé statisticamente impossibile, il numero di voti può aumentare rispetto alla somma o diminuire solo in base ad una cosa: la credibilità della proposta politica.

Un esempio più recente è forse quello della lista Uniti nell’Ulivo che si presentò alle europee 2004 e che, secondo i calcoli di chi erroneamente pensava che la somma dei voti dei partiti fosse una questione puramente aritmetica, doveva avere come obiettivo il 35%, una somma che si otteneva tenendo conto dei dati delle politiche 2001: Ds 16,6%, Margherita 14,7%, Sdi 1,1% (metà del 2,2% preso insieme ai Verdi nella lista del Girasole) e infine i Repubblicani Europei a compensare qualche piccola falla nel sistema.

Ovviamente non si giunse a quel 35%: la lista ottenne comunque un buon risultato, ma pur sempre minore di quello che ottenne la lista dell'Ulivo alla Camera nel 2006. Una lista che teoricamente, secondo “i geni dell'aritmetica” avrebbe dovuto prendere ancora meno voti, per via dell'uscita dei socialisti, convolati a nozze coi radicali per la lista della Rosa nel Pugno: mentre allo stesso tempo le liste separate di Ds e Margherita ottenevano al Senato un risultato complessivo ben al di sotto del 30%.

Tutto ciò dovrebbe far capire a una parte dei dirigenti del Pd che non ci si può permettere, come ben ha detto domenica il sindaco di Bari Emiliano, di elaborare strategie politiche a tavolino tenendo conto solo di quella scienza basata sulle percentuali e sui voti alle lista che, in quanto tale, più che scienza rischia di divenire pura alchimia.

• Il secondo aspetto riguarda strettamente il Pd e manifesta come forse molte responsabilità sulla sconfitta di Boccia ricadono proprio sul Pd stesso.

Non soffermerò sul fatto che per settimane molti dirigenti del Partito Democratico hanno cercato di evitare le primarie per convergere su Boccia con l’appoggio dell’Udc (scaricando per forza di cose il governatore uscente), ma su un singolo aspetto della vicenda: abbiamo discusso prima di come il Pd, con la sconfitta del proprio candidato, pur essendo il partito più forte della regione ha avuto la peggio su un candidato formalmente sostenuto da partiti con molti meno voti. Ebbene questo ribaltamento apparente dei rapporti di forza è per certi versi causa del Pd stesso. Infatti, sia il fatto di essere arrivati alle primarie solo il 24 gennaio, sia il fatto di non aver trovato una quadra tra Boccia e Vendola, è in primo luogo dovuto alla necessità di stringere un’alleanza del Pd con l’Udc a livello regionale. Quindi da un certo punto di vista il Pd è stato vincolato, nella propria azione politica, da un’altra forza politica ben più piccola! Possiamo quindi ben dire che, come il principale partito di centrosinistra ha capitolato col proprio candidato di fronte alla scelta degli elettori, esso era capitolato ben prima subendo una forma di ricatto, o comunque un forte condizionamento, da parte di una forza politica che per quando fondamentale nella partita regionale è pur sempre un quinto del Pd in Puglia.

Nonostante la grande partecipazione alla primarie sia di per sé un fatto positivo (capace tra l’altro di rafforzare il candidato di centrosinistra anche dal punto di vista mediatico) e nonostante la quasi sicura decisione dell’Udc di correre da sola, sventando il rischio che Casini potesse passare direttamente ad un appoggio al candidato del centrodestra (Palese), l’esito delle elezioni e l’ampio margine di Vendola sul candidato democratico preoccupa molto a Sant’Andrea delle Fratte.

E può apparire come uno smacco a quelli che dovevano essere i due elementi di punta della segreteria Bersani: il partito “pesante” e le ampie alleanze, compresa quella coi centristi.


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23 gennaio 2010

La lunga marcia comunicativa verso le elezioni regionali.

 

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/MyBlog/la-lunga-marcia-comunicativa-verso-le-elezioni-regionali.html

La macchina comunicativa del centrodestra schiera i propri reparti regionali. Anche se tutti sappiamo che quello del 28 e 29 marzo sarà soprattutto un importante test nazionale (come da sempre accade alle elezioni regionali, incluso l’ormai "epico" 12-2 del 2005).

Ma che tutti e due gli schieramenti diano un importante valore a questo test elettorale non è chiaro soltanto guardando la storia delle varie partite regionali, bensì anche da come si sta muovendo in questo periodo la grande macchina comunicativa che in Italia, come sappiamo, “simpatizza” per l’attuale governo, sia per le note vicende legate al più grande network televisivo privato nazionale sia per l’ormai anacronistico sistema dello spoil system del sistema radio-televisivo nazionale che avvantaggia sempre (e ribadisco sempre) il governo in carica.

Due elementi possono aiutare a comprendere l’aria che si respira attorno all’attesa del voto ed a capire al meglio come si organizzerà la campagna elettorale dei partiti e dei vari candidati.

1. In primo luogo è molto utile notare come il sistema mediatico si sta occupando del rebus candidature. Senza dubbio per molti giornali l’argomento è qualcosa di molto ghiotto, che consente di riempire pagine e pagine con dietrologie, presunti incontri di vertice, accordi, accordicchi e, perché no, probabili futuri scenari per il livello nazionale (da questo punto di vista è degna di lode, almeno in quanto teoria esplicitata, la definizione del “Corollario alla dottrina di D’Alema” secondo cui la Puglia deve diventare il laboratorio per il nuovo centro-sinistra, col trattino, nazionale). Ma la discussione oggettiva sulle dinamiche interne agli schieramenti spesso risente di questa sovra-esposizione mediatica: i telegiornali si occupano delle beghe interne al centrosinistra specialmente legate al caso Puglia (che però si dovrebbe avviare verso una soluzione grazie alle sacrosante primarie previste per il 24 gennaio) dipingendo il quadro di un centrosinistra diviso e di un Partito Democratico che secondo i media rifiuta, quando sarebbero necessarie, l’opzione delle primarie, mentre, un attimo dopo aver scelto di convocarle, appare come un partito che utilizza proprio questo strumento in quanto incapace di prendere una decisione chiara.

La Puglia appunto. I media nazionali si interessano, sempre a proposito di questa regione, molto meno a ciò che sta accadendo nell’altro schieramento. È verissimo che dalle primarie pugliesi dipende anche il posizionamento dell’Udc, e ciò rende le beghe del Pd ben più interessanti, ma è anche vero che spesso si tace di fronte alla paralisi del centrodestra.

Chi sarà il candidato del Pdl alla presidenza della Regione Puglia? Alcuni sostengono tal Palese, altri Distaso. Sembra tramontata la candidatura dell’ex magistrato Dambruoso, mentre l’ex governatore Fitto svolge ancora un ruolo da “king-maker” mettendo veti sulla Poli Bortone (leader del movimento “Io Sud”) paventando un “rischio” candidatura del sottosegretario Alfredo Mantovano, con ripercussioni su governo, sottogoverno e Santanchè varie.

Possiamo quindi ben dire che in Puglia la discussione interna al centrodestra è più caotica e anarchica di quella del centrosinistra. Ed anche più "elitaria".

Stessa cosa accade un po’ nelle altre regioni: se escludiamo il caso del Lazio, dove lo stallo del Pd è stato superato solo grazie alla candidatura esterna ed autorevole di Emma Bonino, e che vede Renata Polverini candidata da dicembre per il Pdl, nel resto d’Italia la situazione non è rosea per centrodestra.

In Toscana ancora non conosciamo l’uomo che avrà il coraggio di sfidare l’assessore regionale alla sanità Enrico Rossi. Se in Umbria il Pd risulta avere problemi procedurali e statutari, a destra non emerge una reale alternativa (eppure il voto europeo del 2009 ha dato una certa responsabilità al Pdl in questa regione); nella Marche il candidato Spacca si bea di un accordo già siglato con l’Udc e di una lista per il consiglio regionale del Pd già pronta e limata dall’esperto segretario regionale Palmiro Ucchielli mentre nel centrodestra il candidato non esiste.

Per non parlare poi di Piemonte e Veneto, le due regioni “spettanti” alla Lega Nord: i portavoce del federalismo italiano hanno candidato, senza alcuna consultazione col territorio, un ministro e un capogruppo alla Camera dei Deputati. Due nomi tra l’altro sui cui si è giunti ad un accordo nelle solite cene di Arcore del lunedì sera. Se questo è federalismo.

2. In secondo luogo è sintomatica una recente affermazione del ministro Roberto Calderoli in merito alle elezioni regionali “Non potremo mai schierarci con chi candida comunisti ed abortisti”.

Da questa affermazione emerge quella è che la quintessenza della propaganda berlusconiana: semplificare fino all’osso i termini della contesa e dipingere un nemico immaginario (questo è l’unico paese al mondo che parla ancora di minaccia comunista mentre la disoccupazione si appresta ad arrivare al 10% e la borsa risente ancora della crisi economica e finanziaria). L’avversario è dunque, anche a livello più pacificamente regionale, un probabile pericolo per la società e per la “moralità dei costumi”. È come se, dall’altra parte, si dicesse che non si possono consegnare Piemonte e Veneto a chi pratica matrimoni celtici.

Sarà quindi una campagna elettorale dura. Non solo per il clima che si respira in Italia. Ma soprattutto perché il centrodestra ha capito e preso consapevolezza dell’importanza di questo test elettorale. E quando il premier comprende che “a lui conviene non perdere queste elezioni” beh, allora ci si può aspettare di tutto.


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9 gennaio 2010

Verrà un giorno in cui le primarie...

 Da "Il Termometro Politico"
http://www.termometropolitico.it/index.php/Politica-Interna/verra-un-giorno-in-cui-le-primarie.html

Verrà un giorno in cui forse, in qualche aula universitaria, si analizzerà al meglio e senza pregiudizi il fenomeno delle primarie in Italia.
Probabilmente sarà, quella in cui si discuterà di questo tema, una lezione molto partecipata.
Lezione partecipata in quanto considerato tema complesso e, perché no, probabile domanda a trabocchetto di qualche professore in sede d’esame.
Apparirà difficile il tema per il semplice fatto che la realtà delle primarie in Italia, almeno cosi come la conosciamo negli ultimi dieci anni, è effettivamente una questione complessa. In primo luogo perché si tratta di un tema non disciplinato e non regolamentato a livello nazionale.
Se infatti le primarie negli Stati Uniti sono fenomeno che, oltre ad essere secolare, è disciplinato con apposite norme (non solo i democratici e i repubblicani le utilizzano, ma pure indipendenti, verdi e altri microbi sono costretti a farle) sono anche pochissimi i casi della storia in cui un candidato alle presidenziali non sia passato attraverso le forche caudine del voto popolare (l’ultimo caso è il candidato indipendente Ross Perot, l’uomo che tentò di scalfire l’immortale sistema bipartitico made in Usa).
La realtà europea è senza dubbio radicalmente diversa da quella statunitense (nata proprio all’insegna della partecipazione politica, dei comitati di quartiere e della febbrile attesa di elezioni per ogni incarico e grado) ma l’allargamento della partecipazione politica che i partiti estendono ad altri soggetti non necessariamente iscritti al quel partito (in particolar modo per gli incarichi monocratici ed amministrativi) è un fenomeno abbastanza diffuso.
Grande rischio di questa realtà di partecipazione politica sta nella possibilità di abusare dello strumento delle primarie e nel rischio opposto di un sua non-utilizzazione con conseguente maggior distaccamento tra “classe politica” e “cittadini”. Il tutto proprio perché si tratta di un istituto non regolamentato che quindi deve essere usato a seconda delle circostanze (un altro esempio può essere il “governo ombra” che è praticamente legge nel Regno Unito mentre le esperienze italiane, entrambe di scarso successo, si dovevano regolare solo sulla prassi).
Insomma il tema apparirà a tutti gli studenti un “gran casino”.
Per questo è possibile che qualche fanciulla alle prime file dell’aula, sapendo di farsi portavoce della “vox populi”, faccia l’inevitabile domanda: “Professore, ci può fare un esempio su come e quando senza dubbio un partito politico dovrebbe convocare un’elezione primaria?”.
Ebbene, è plausibile che il professore risponda in modo laconico nella maniera seguente: “Puglia 2010”.
Assodato il fatto che gran parte del dibattito congressuale all’interno del Partito Democratico si è basato sulla “forma partito” e quindi sull’utilizzo dell’istituto delle primarie per eleggere segretario nazionale e segretari regionali, era opinione diffusa di tutte e tre le mozioni congressuali che comunque le primarie andavano fatte per eleggere sindaci, presidenti di circoscrizione, presidenti di provincia e di regione (tralascio il dibattito che si è sviluppato sull’elezione del candidato premier per due ragioni: 1)perché formalmente non si tratta di incarico monocratico eletto dal popolo 2)perché il dibattito nel Pd, e la discussione sullo statuto, trattava anche della possibilità di candidare il segretario del Pd alla guida del governo).
Già queste argomentazioni sono di una chiarezza allucinante che lasciano ben poco spazio ai dubbi.
Nonostante tutto è normale che possano esserci delle eccezioni. Quelle eccezioni che non fanno testo negli Stati Uniti d’America e che vedono, nel 99% dei casi, presidenti degli Stati Uniti in carica che, per correre per un secondo mandato, sono comunque costretti a concorrere alle primarie pur essendo candidati unici. Infatti se un sindaco, un presidente di provincia o di regione italiano viene considerato senza dubbio molto bravo e quindi meritevole di un secondo mandato, si possono ben risparmiare i soldi e il tempo per organizzare primarie di coalizione che vedrebbero in ogni caso un singolo candidato costretto a sorbirsi una forma di plebiscito.
Ma se parliamo di un incarico monocratico (già di per se meritevole di primarie) su cui non si trova una quadra tra partiti alleati, allora le primarie possono apparire veramente come la soluzione definitiva per costituire uno schieramento unito e con un candidato legittimato.
Puglia 2010, appunto. Il presidente della Regione Puglia Nichi Vendola, dopo aver governato per cinque anni, è desideroso di ricandidarsi per un secondo mandato.
Ma su di lui ci sono dei dubbi, in particolare da parte del Pd che, desideroso di un’alleanza con l’Udc, vorrebbe scaricare Vendola per qualcun altro. Dopo che si è tentato di appoggiare la candidatura di Michele Emiliano spunta quella del giovane economista Francesco Boccia (già sconfitto alle primarie di coalizione per la presidenza regionale nel 2005 proprio da Nichi Vendola) appoggiata comunque dal Pd e dell’Udc, al patto di chiarire al più presto fin dove si estende lo schieramento che lo appoggia. A differenza del Lazio quindi, dove fino a poco tempo fa il centrosinistra non aveva alcun candidato da contrapporre a Renata Polverini, in Puglia vi sono due agguerriti contendenti.
Nichi Vendola ha commesso a mio parere dei notevoli errori politici a livello regionale e scelte condivisibili fino ad un certo punto a livello nazionale. Ma la situazione appare chiara: già il fatto che i due candidati in campo per il centrosinistra siano gli stessi che cinque anni fa giustamente si sfidarono alle primarie, testimonia che in casi di dissidio interno ad un’alleanza appare quanto mai necessaria la convocazione di una primaria di coalizione che definisca il vincitore. Se i cittadini di centrosinistra in Puglia considereranno l’operato di Vendola non del tutto soddisfacente, premieranno Boccia. In caso contrario, se considereranno giusta e legittima l’aspirazione del governatore pugliese di correre per un secondo mandato premieranno proprio Nichi Vendola. L’Udc se ci tiene tanto si inserisca nella contesa di coalizione, e faccia di tutto per far vincere il blairiano Boccia a scapito del governatore uscente.
La cosa peggiore a questa pur chiara situazione sarebbe il tentennamento, una finta incomprensione da parte del Pd della situazione esistente pur di evitare un’elezione primaria che rischia di portare ad un esito desiderato fino ad un certo punto.
Questo atteggiamento senza dubbio apparirebbe il peggiore.
E anche il più difficile da spiegare alla graziosa fanciulla con la mano alzata.


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13 novembre 2009

Preoccupazioni.

Fausto Bertinotti ha detto di essere stupito positivamente e ha fatto i complimenti alla gestione di Bersani del Pd.
Se fossi Bersani incomincerei a preoccuparmi.
Il governo polacco ha smentito il proprio ambasciatore a Bruxelles: D’Alema ha le carte in regole per il ministro degli esteri europeo.
Se fossi D’Alema incomincerei a preoccuparmi.


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4 novembre 2009

Le fasi neo-guelfe.

 

In questi giorni si sta discutendo molto dell’uscita di Francesco Rutelli dal Partito Democratico. La principale disputa, da parte democratica, riguarda le conseguenze di questa uscita sul Pd. Alcune persone sostengono che saranno ben pochi gli esponenti politici a seguire Rutelli e che quindi c’è poco da preoccuparsi in casa democratica. D’altro canto altre persone ricordano il fatto che, insieme a Piero Fassino, Francesco Rutelli è uno dei co-fondatori del Partito Democratico e la sua uscita può rappresentare o un problema in quanto favorirebbe la totale egemonia del partito da parte degli ex-Ds.
Sempre a seguito di questa notizia molti commentatori hanno messo in risalto la “vicenda” politica rutelliana elencando i vari passaggi da partito a partito dell’ex sindaco di Roma.
Questi ultimi sono forse i passaggi più noti della vicenda (in molti sanno che Rutelli ha un passato radicale, altri lo ricordano nei Verdi che lo indicarono come ministro, salvo poi dimettersi coi tre colleghi del Pds il giorno dopo il travagliato giuramento del governo Ciampi) e quindi sarebbe inutile risoffermarsi sulla “stranezza” di questi copiosi cambiamenti.
Personalmente invece volevo concentrarmi su quello che ho vissuto io, da semplice osservatore, nel periodo che va dal 2004 al 2007, periodo nel quale sono stato un militante dei Democratici di Sinistra e che rappresenta il massimo periodo di collaborazione fra Ds e Margherita in vista della nascita del Pd il 14 ottobre 2007.
Si tratta di miei considerazioni personali strettamente legate e solo legate alla politica e non c’è nessun intento accusatorio.
Molto spesso si dice: “L’errore del Pd è stato quello di nascere quando il suo schieramento si trovava al governo”. E’ un principio sacrosanto: tutti i grandi processi politici innovatori nascono quando si sta all’opposizione e specialmente quando si vive uno “shock” politico che vede delle forze al governo che attuano una politica del tutto opposta a quella che si vorrebbe praticamente (il fenomeno più noto è quello tatcheriano che suo malgrado formò una classe dirigente laburista).
A cosa si deve dunque questo ritardo di nascita del Pd? Non è escluso che il noto “tafazzismo” del centrosinistra abbia contribuito, con spesso troppo articolate e futili discussioni, a ritardare il “parto”.
Ma secondo me c’è una risposta ancor più semplice, seppur parziale: qualcuno ha remato contro.
Ora cerco di andare avanti coi miei personali ricordi:
Febbraio 2005: si parla di elezioni regionali. Non solo di candidati, ma anche di lista da presentare. E’ da dicembre che si sentono le più disparate proposta sulla lista “Uniti nell’Ulivo” che alle Europee del 2004 aveva raccolto il 31,1% dei voti. Alcuni propongono di presentarla in tutte le 14 regioni in cui si voterà (common sense), altri propongono 7-7 (7 regioni dove andare uniti, 7 regioni dove andare divisi) ed altri risultati tennistici o giù di li. Si arriva ad un parziale compromesso: in alcune regioni si presentano divisi Ds e Margherita (un esempio: Piemonte) in altre si presenta la lista unitaria (esempio: Lazio). A onore del vero la maggior parte delle resistenze su una candidatura omogenea della lista unitaria veniva da parte della Margherita, e Rutelli era tra questi (con questo non escludo che alcuni dirigenti dei Ds del centro-Italia non abbiano fatto il tifo per liste separate).
E uno.
Maggio 2005: non si parla che di referendum, quello sulla procreazione assistita. La posizione di gran parte del centrosinistra è chiara: andare a votare e votare per il sii. In quei giorni si registrò una posizione molto netta della Conferenza Episcopale che, giudicando a quanto pare la materia qualcosa di fondamentale, si dichiarò per l’astensione e si registrò una forte partecipazione al dibattito della Cei (per dirla in maniera neutra). Romano Prodi, candidato in pectore per le elezioni dell’anno successivo, si dichiara “cattolico adulto” e afferma che andrà a votare.
Nel centrodestra quasi tutti spalleggiano la ben più comoda astensione, eccezion fatta per settori liberal del centrodestra e di Fini che, dopo l’apertura sul voto agli immigrati in chiave anti-Lega dell’ottobre 2003, col suo “Si” al referendum imbocca la strada verso quella destra che Barry Goldwater avrebbe definito “del vero conservatore”.
Uno degli ultimi a sciogliere la riserva è Rutelli che dichiara la sua prevedibile preferenza per l’astensione (altri dirigenti della Margherita si dichiareranno invece a favore del voto).
La vicenda senza dubbio ebbe dei contraccolpi tra Ds e Margherita (segretari di sezione dell’epoca: ricordate la lettera di Fassino che vi spronava all’impegno per i 4 “Si”?).
E due.
Settembre 2005: pochi ricordano il “Patto di via Margutta”, vero? Si tratta di un accordo siglato tra Fassino, Rutelli e Prodi nella casa privata dell’ex sottosegretario Riccardo Franco Levi. Ma andiamo con ordine.
Ricordate una concitata assemblea della Margherita in cui si parlava di “pane e cicoria” di “caffè presi da Prodi con Piero, ma mai con Francesco”? Si trattava di una burrascosa assemblea che deliberò una forma di stop da parte diellina ai progetti unitari del Prof. Storicamente possiamo collocarlo forse nel periodo di massima vicinanza di Prodi agli ex Ds (ricordiamo che egli non aveva tessere di partito prima di quella del Pd).
Questo parziale stop viene ricucito grazie a Via Margutta: da parte Ds e da parte prodiana si accantona temporaneamente la lista unitaria, ma in cambio si chiedono primarie di coalizione per scegliere il candidato premier delle elezioni del 2006 (si diceva allora che qualcuno volesse compromettere il ruolo di leader a Prodi).
Risultato: primarie super partecipate che incoronano Prodi. Sono riuscite così bene che, anche chi prima la metteva in discussione, reclama l’utilità della lista unitaria!
Pericolo scampato? Fino ad un certo punto!
Immemori degli errori passati i Ds e i Dl si presentano uniti solo alla Camera (le maggiori spinte in questo senso vennero proprio dall’ex sindaco della Capitale).
Ricordate la scheda elettorale del Senato del 2006? Vi assicuro, era abbastanza diversa da quella della Camera (anche se non avevo allora l’età anagrafica per toccarla). E forse è stato un peccato valutando la risicata maggioranza senatoriale di Prodi.
E tre.
Sono tre episodi che ho vissuto da militante e da osservatore. Non sono notizie riservate, bensì tutte giornalistiche. Forse qualcuno ricorda frammenti di vari eventi qui schematizzati, ma penso sia importante avere un quadro completo della situazione.
So che qualcuno avrà da ridire sull’interpretazione e sull’influenza di questi fatti sulla tardiva nascita del Partito Democratico che senza dubbio non è solo ed esclusivamente attribuibile a Rutelli.
Ma penso che sia doveroso, con tutto il rispetto per Rutelli, da parte mia elencare quelli che sono a mio parere gli elementi che testimoniano come questo dirigente politico abbia nel corso degli anni remato contro il progetto del Pd.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 4/11/2009 alle 0:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


21 settembre 2009

Andiamo bene.

Alla domanda su cosa ne pensasse delle esternazioni del ministro Brunetta, Dario Franceschini ha replicato "L'unica brunetta che merita è quella dei Ricchi e Poveri".
Il ministro ha replicato: "Vedete, un'altra risposta da vero intellettuale!".
Ministro Brunetta...andiamo bene!


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13 luglio 2009

Su Beppe Grillo.

Mi sembra comunque curioso il caso di Beppe Grillo che vuole iscriversi al Pd per correre al congresso e diventare segretario del partito.
Egli infatti afferma che secondo lui il "centrosinistra è morto e che quindi bisogna rifondarlo".
Va benissimo. Ma, questa sua analisi che è da osservatore, come fa a tramutarsi nella pratica di rifondazione del progetto politico?
Per spiegarmi meglio: per Grillo la sinistra è morta, ma perchè dovrebbe farla rinascere lui se di sinistra non è?
Mi ricorda quando Mario Segni fondò la lista dell'elefantino con Alleanza Nazionale alle Europee del 1999. Lo fece perchè pensava che in Italia serviva una destra "grande e moderna". Ma Segni non era e non è mai stato un uomo di destra.
E i risultati, in quel giugno di dieci anni fa, si son visti.


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