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Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




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Modest Mousorskij








Willy Brandt


16 febbraio 2010

Visioni: Fino all'ultimo respiro (1960).


Regia: Jean-Luc Godard.
Interpreti: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Henri-Jacques Huet, Jean-Pierre Melville.

Prima visione dell’anno in casa, dopo due uscite cinematografiche in sala per il sottoscritto. Questa volta ci soffermiamo sulla cara vecchia “Nouvelle Vague” e sul film che ne rappresentò l’incipit ed il mescolamento.
Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo) è un ladruncolo da strapazzo, pur essendo obbiettivamente molto bravo. Non pare avere un reale scopo nella vita, e la cosa che gli riesce meglio è rubare le automobili altrui. Una delle cose che più lo aiuta è forse quella di non avere paura (anche perché non ha nulla perdere in quanto non possiede valori?). Un giorno, dopo aver rubato una macchina a Marsiglia, si dirige verso Parigi superando i limiti di velocità. La polizia se ne accorge e lo insegue. Michel riesce a scappare ma, per evitare l’arresto, uccide un poliziotto.
Michel quindi continua il suo viaggio verso Parigi. Ma questa volta è ricercato per omicidio.
Giunto nella capitale cerca di condurre una vita discreta senza dare troppo nell’occhio e cercando di “scroccare” soldi e ospitalità da amici e conoscenti. Egli attende soprattutto dei soldi che gli deve un “collega” italiano (lettore della Gazzetta dello Sport) per poi svignarsela a Roma per evitare l’arresto.
Ma Michel non è a Parigi solo per ricevere il denaro che gli spetta. Egli è infatti molto attratto, se non fortemente innamorato, della giovane Patricia (Jean Seberg) una studentessa americana che, per guadagnarsi da vivere, vende l’Herald Tribune ai Campi Elisi e incomincia a collaborare con un giornale.
I due hanno un rapporto particolare, se non controverso: Patricia il più delle volte tende ad allontanarsi o ad evitare Michel, che invece vorrebbe stare molto più spesso con lei.
Questa forte insistenza di lui, e questa certa esitazione di lei, li porta ad avere spesso curiosi scambi d’opinioni che per quanto banali trattano i temi più universali: dalla vita, all’amore, alla morte, fino agli usi ed ai costumi delle due società che loro malgrado i due rappresentano.
Patricia è soprattutto dubbiosa di Michel perché non conosce la sua vera attività. Ma in realtà si tratta pur sempre di una ragazza molto incerta, che non sa se la sua infelicità è dovuta dalla sua mancanza di libertà o se è proprio la mancanza di libertà sia dovuta alla sua incertezza e alla sua infelicità.
La polizia parigina però è sempre più sulle tracce di Michel e addirittura Patricia viene interrogata per sapere gli spostamenti del ladruncolo (venendo così a sapere la reale attività di Michel). Patricia quindi si trova coinvolta insieme a Michel in fughe, furti di automobili e riscossioni di denaro.
Patricia seguirà Michel fino all’ultimo respiro?
Il film è diretto da Godard. La sceneggiatura e il soggetto sono di Truffaut. La supervisione è di Chabrol. Un grande trio per un film rivoluzionario.
La pellicola ha realmente modificato la storia del cinema.
E questa mia affermazione nessuno potrà negarvela. Potreste incontrare persone che sostengono che “Fino all’ultimo respiro” ha cambiato il cinema in negativo. Ma non potrà mai dire che non ha cambiato nulla, che è stato irrilevante o che non ha causato conseguenze.
E ciò non solo perché si tratta di un film che fa da apripista verso una nuova corrente cinematografica (“I 400 colpi” sono dell’anno precedente). Ma perché la tecnica, di cui poi si fecero “promotori i “cineasti cinefili” francesi è radicalmente diversa da tutto ciò che prima esisteva.
Basterà una sola caratteristica per dare ampia giustificazione a questa riconosciuta affermazione: il montaggio.
In “Fino all’ultimo respiro” ci sono pochissime scene “conseguenti”. Nel senso che il montaggio è frenetico, si passa da scena a scena e anche quando Michel fa una domanda a Patricia tra la domanda e la risposta c’è un cambio di scena e di ambientazione, seppur minimale, quasi a voler rappresentare un arco di tempo predefinito tra un gesto (la domanda) e l’altro (la risposta).
Gli elementi rivoluzionari ovviamente sono anche nella sceneggiatura minimale (molto è lasciato all’interpretazione e il fatto che ci sia un scena di 20 minuti di dialogo in una camera da letto sui massimi sistemi degli uomini e delle donne e sulla funzione del marchese de La Fayette ben testimonia questa caratteristica) tanto che si passa secondo alcuni dai film degli sceneggiatori a quelli dei registi (sono un sostenitore di questa tesi: tanto che spesso provocatoriamente affermo che la cosa meno importante in un film è…la storia!).
Le inquadrature sono molto spesso a mano e le amate carrellate sono fatte, visti i pochi mezzi, mettendo la macchina da presa su biciclette.
L’interpretazione è molto importante nel film e si basa praticamente solo sui due protagonisti (Belmondo e la bravissimo e troppo presto scomparsa Seberg), tutti e due molto bravi nell’interpretare una coppia che si sente attratta ma che non sa cosa cerca, non sa cosa vuole e cerca di capirlo non con dialoghi e discorsi razionali sullo stato delle loro cose, ma con piccoli gesti e piccole affermazioni sui temi pseudo-filosofici più disparati.
Alcuni hanno individuato anche negli atteggiamenti dei personaggi un segnale rivoluzionario e specialmente nella figura di Michel che ha un portamento uguale a quello di Humphrey Bogart (citato e omaggiato) nei suoi celebri film. A dire il vero però la carica rivoluzionaria del film è così elevata che notarla dall’atteggiamento di Belmondo è come notare una pulce in un pagliaio (anche perché dal punto di vista emotivo è quasi più interessante la figura di Patricia, tutta dedita alla sua incertezza e forse vittima di ciò) mentre è comunque giusto ricordare come lo stesso film sia un omaggio al genere poliziesco americano di seconda mano oltreché al neo-realismo italiano a cui si ispiravano i redattori dei “Cahiers du cinéma
” divenuti poi maestri della “Nouvelle Vague”.
Da questo punto di vista appare alquanto illuminante visionare su Youtube il trailer del film in francese, che è composto da una serie di immagini che fa da elenco agli aspetti “classici” di una storia e di una narrazione e che però, col passare del tempo, diviene anche un elenco di citazioni cinematografiche e di veri e propri film del passato che hanno ispirato il regista quasi a voler prefigurare un grandioso “film dei film”.
Del resto, oltre al montaggio che una caratteristica prettamente cinematografica, un'altra caratteristica ben rappresenta il cambiamento: spesso i due protagonisti guardano ed ammiccano alla macchina da presa (sconvolgente da questo punto di vista la scena finale)…insomma: la rivoluzione è avvenuta!
Nonostante siano passati 50 anni e il film dimostri una certa carica innovativa a tratti solo “per i suoi tempi” non possiamo non parlare di una pellicola avvincente e sorprendente.
A parte tutte le riserve che si possono avere sull’atteggiamento, e perché non sulla cinematografia, del regista, non possiamo che ringraziarlo per poter attingere da questo film una rinnovata e smodata voglia di cinema.
Anche perché, questa fonte, è una fonte corale composta da maestri che hanno fondato e ideato una corrente cinematografica che ha reso il cinema una di quelle cose per cui vale la pena vivere.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 16/2/2010 alle 0:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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