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Diario
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


3 maggio 2010

Inizia la resa dei conti dentro il Pdl (ovvero: I dolori del giovane Bocchino).

 

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20605-inizia-la-resa-dei-contri-dentro-il-pdl-ovvero-i-dolori-del-giovane-bocchino.html

La figura di Italo Bocchino è senza dubbio una figura che suscita una profonda simpatia. Non solo per gli studi partenopei e per i trascorsi presso quella scuola che ebbe in Pinuccio Tatarella principale esponente, dalla quale trapelava una sincera passione politica se non, come direbbe Gennaro Malgieri riferito ad Almirante, “un’etica del parlamentarismo”.

Ma suscita simpatia specialmente per una questione (no, non mi riferisco al fatto che fosse candidato contro Bassolino alle regionali del 2005, con gli esiti prevedibili che tutti voi sapete e con quella rara perla che fu la sua lettera a “Il Mattino” in cui si denunciavano i rapporti tra Bassolino e gli Khmer Rossi): è un ragazzo che si da da fare.

Da vice-capogruppo del Pdl alla Camera non esita a differenziarsi (non nel senso “rotondiano” del termine, per il quale si rimanda ad una sterminata esegesi e storiografia) e non esita a promuovere numerose iniziative interne al suo partito.

Passata agli onori della cronaca l’esperienza fondativa di “Generazione Italia”, fantomatico gruppo interno, che nella tempistica già anticipava tempi bui e nefasti per Sua Emittenza e archiviati nel solco dell’abitudine i plausi alle iniziative di Campi e Sofia Ventura su Fare Futuro, il buon Bocchino prima della sua barbara epurazione aveva avuto modo di far nascere un bimestrale dall’impegnato nome “Conservatori contemporanei” che, sede in via Giosuè Carducci a parte, è passata nel silenzio più assoluto.

Il giovane Bocchino dunque è stato al centro in questi giorni di un qualcosa che rischia di divenire abitudine, se non prassi, all’interno del partito di maggioranza: dopo aver scritto una lettera di dimissioni chiedendo analogo gesto al suo capogruppo Cicchitto, ha annunciato di volersi candidare lui stesso alla carica di Presidente dei deputati del Pdl.

Perché mai questo gesto? La risposta è abbastanza semplice e anche comprensibile.

Essendo Bocchino “il più finiano dei finiani” (Copyright di Danienal Santanchè, neo-sottosegretaria del potentissimo ministero per l’attuazione del programma) egli si è sempre sforzato di sancire definitivamente la nascita di una vera e propria corrente di minoranza all’interno del Pdl.

Un progetto che sul piano sostanziale è stato pienamente realizzato da Gianfranco Fini che alla direzione del Pdl ha avuto uno scontro politico e dialettico notevole col Presidente del Consiglio. Sul piano formale però l’idea finiana è da considerarsi fallita. O almeno parzialmente fallita.

Questo perché la stessa direzione del Pdl ha approvato un documento in cui si ricordava che se i cittadini avevano deciso denominare quel soggetto politico “Popolo della Libertà” e non “Partito della Libertà” non era per l’inquietante omonimia con la forza politica che fu di Joerg Haider, ma perché chiedeva un superamento stesso delle vecchie concezioni partitiche. Insomma, come direbbe Maurizio Lupi: una nuova politica.

Da qui l’assoluta impossibilità di costituire minoranze o correnti interne al Pdl. Il parziale fallimento è dovuto sostanzialmente al fatto che si è avuto modo di registrare una forma di dissenso col voto contrario di 11 (o 13, non entro nella bega) membri della direzione che, facendo tutti parte della mitica categoria dei “finiani”, hanno avuto modo di esporre la fine dell’unanimismo pidiellino.

Resta il fatto che per la direzione nazionale del Pdl non esiste alcun gruppo o minoranze interna.

Ed ecco qui che spunta il coniglio dal cilindro di Bocchino, capace di immolarsi pur di far trionfare gli ideali di quella “destra moderna, repubblicana, capace di tutelare la coesione nazionale”: si voti il capogruppo dei deputati, io mi candidato così se perdo si sancisce il fatto che alcuni deputati stanno con me, nella mia stessa area.

Il disegno appariva lodevole, soprattutto ai piani alti di Montecitorio. Ma le cose non sono andate bene per il “Conservatore contemporaneo”: in primo luogo infatti il Pdl ha subito fatto capire che le dimissioni del vice non portano necessariamente al decadimento del capogruppo dei deputati. Insomma, il “simul, simul” in questo caso non vale (vale per il sistema elettorale regionale però…detto “Tatarellum”!). In secondo luogo il sottosegretario al ministero dell’Ambiente Roberto Menia (triestino coraggioso, ex missino capace di criticare la fusione a freddo con cui nacque il Pdl) ha avuto uno screzio con Bocchino ed ha annunciato la sua candidatura per la medesima carica.

In terzo luogo, dopo che il gruppo del Pdl si era espresso contro la rielezione dei capogruppo, lo stesso Bocchino è stato praticamente rimosso dall’incarico per ordini dall’alto.

E’ stato lo stesso ex vice-capogruppo ad aver dichiarato che, a seguito della sfuriata presso il programma di Paragone, Berlusconi ha sostanzialmente chiesto la sua testa minacciandolo addirittura, udite udite, d’infilzarlo.

Da qui poi le dichiarazioni di Fini che, coerente con la parte, ha difeso Bocchino “cacciato via senza ragione”.

Tra la Lega che spinge per i decreti attuativi sul federalismo fiscale (11 da concludere entro il 21 maggio 2011) e una minoranza che lotta per essere tale, Berlusconi si trova sempre più costretto a prendere decisioni da Politburo e già ha minacciato di non rivotare presidenti di commissioni di stretto rito finiano (la Bongiorno, Silvano Moffa e Mario Baldassarri).

Che poi sono le decisioni che più gli aggradano e che più gli si confanno. Considerando che ha invitato l’amico Vladimir Putin all’università del pensiero liberale.

Purtroppo nel ruolo di docente.


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17 dicembre 2009

Gli aspetti negativi dell'eccesso di popolarità.

La solidarietà nei confronti del presidente del consiglio per l'attacco subito domenica è doveroso. Ma ciò non ferma la mia critica politica.

Da "Il Termometro Politico".
http://termometropolitico.it/index.php/Politica-Interna/gli-aspetti-negativi-delleccesso-di-popolarita.html

Come ha ben sottolineato in una recente “Amaca” Michele Serra, spesso si rimane colpiti dai viaggi all’estero del nostro Presidente del Consiglio. Sappiamo bene che il premier, e con lui tutto il governo, ha una visione alquanto particolare delle relazioni internazionali: i criteri d’opportunismo, anche quelli più isolati, dominano su criteri di visione geopolitica generale.
Un esempio su tutti: se Romano Prodi si dichiarava favorevole all’ingresso della Turchia nell’Unione Europea in quanto convinto europeista, Berlusconi si dichiarava anch’egli favorevole solo per tentare di sfruttare la contrarietà franco-tedesca e avviare un canale “amichevole” e preferenziale nei confronti di un paese del quale a stento conosce i confini e l’ubicazione. Questo porta dunque Berlusconi non solo ad essere grande amico dei vari Putin e Gheddafi (e su quest’ultimo punto, e su come questo governo malgestisce il canale libico tenuto aperto dall’ex colonialismo italiano, occorrerebbe una riflessione a parte). In particolar modo, notava Serra, Berlusconi sembra prediligere paesi dell’est ex-comunisti. Paesi che, dopo il dominio sovietico, sono riusciti a mantenere, dopo l’indipendenza, una forma di governo assolutista basato sulle rivendicazioni nazionaliste e sul potere dinastico di pochi clan (Berlusconi ha un vero e proprio debole nei confronti del “sultano kazako” Nazarbaëv).
Ultima tappa dei viaggi berlusconiani è stata la Bielorussia. Ex repubblica sovietica, definita “l’ultima dittatura d’Europa” dall’amministrazione Bush (tanto cara a Berlusconi), è in mano al dittatore Lukashenko che rende la vita difficile agli oppositori e si pone come l’unico vero leader capace di guidare il paese, nonostante le ultime elezioni abbiano mostrato un'esigua percentuale di correttezza in più, secondo l'Osce.
Qualcuno potrebbe pensare che le ultime “aperture” democratiche da Minsk possono aver indotto l’Unione Europea a tentare di aprire un dialogo con Lukasenko mandando in avanscoperta il leader italiano. Ed effettivamente si tratta del capo di governo europeo più "affine" a quello bielorusso. Ma questo appare poco giustificabile se si ascolta con attenzione ciò che è stato detto nella conferenza stampa dal nostro premier: dopo aver lodato le possibili opzioni economiche presenti in Bielorussia (non risulta abbia citato le donne bielorusse questa volta), Berlusconi ha dichiarato che stima Lukashenko in quanto “leader molto amato come dimostrano i dati di tutte le elezioni che lo hanno eletto”.
Ora, che il premier non sia molto esperto di storia e politica estera è possibile. Ma perché nessuno del suo staff non ha frenato un’affermazione del genere che è facilmente strumentalizzabile dall’opposizione italiana? La realtà è che, leggendo i dati del consenso bulgaro nei confronti di Lukashenko, Berlusconi non ha percepito e non ha capito che si trattano di dati non da democrazia e, se non truccati, da plebiscito. Una persona che sventola ogni giorno “l’alto consenso popolare” nei suoi confronti, dovrebbe sapere bene che un consenso troppo alto non è da democrazia, e quindi da merito diviene marchio d’infamia. Berlusconi si vanta di essere più popolare di Obama, della Merkel e di Sarkozy. Non si pone il problema che l’essere troppo popolari, a scapito delle istituzioni, è l’anticamera del bonapartismo? L’unico leader all’interno dell’Unione Europea che sbandiera una percentuale di popolarità più elevata di quella di Berlusconi è il primo ministro bulgaro Borisov: ex guardia del corpo del leader comunista Zhivkov, ora primo ministro per un partito della destra populista. Classico cursus honorum per un leader di una democrazia ancora abbastanza debole e con molte contraddizioni interne.
Le vere democrazie non sono solo quelle che dimostrano di possedere istituzioni efficienti che assicurano un corretto equilibrio tra pesi e contrappesi. Ma anche quelle dove si consente lo sviluppo e l’esercizio dell’azione politica di una vera opposizione. Nel nuovo mondo globalizzato la democrazia rischia di svuotarsi non dal punto di vista formale, bensì da quello sostanziale, ed elevati gradi di popolarità (in certi casi raggiunti anche grazie ad una onnipresenza mediatica) sono cose più da Russia di Putin, classico esempio di democrazia formale ma non sostanziale, che da Stati Uniti d’America. Sarebbe bello avere un paese definibile, da parte di tutti gli osservatori stranieri, come una “grande democrazia”. E sarebbe avere un Presidente del Consiglio un po’ meno popolare ma più rispettabile. E soprattutto un Presidente del Consiglio che sa quello che dice. A Bonn come a Minsk.


9 ottobre 2009

Bocciato.

Hanno bocciato il Lodo Alfano (anche un neonato capiva che era incostituzionale, basta arrivare al terzo articolo della Costituzione!).
Berlusconi si è adirato.
Ha detto che la “sinistra” (definizione slogan usata da tutti i plenipotenziari del centrodestra ma che in realtà non vuol dire nulla) controlla tutto. E poi aveva previsto il verdetto della Corte. Ben 11 giudici della Corte sono di sinistra e sono stati nominati dai tre “Presidenti della Repubblica di sinistra”.
Ora, due cose:
1)Il lodo è stato bocciato con 9 voti per la l’incostituzionalità e 6 per la costituzionalità. Qualcosa non quadra nel ragionamento berlusconiano.
2)I giudici della Corte Costituzionale nominati dal Capo dello Stato sono 5 su 15.
Come al solito Berlusconi, con le sue esternazioni, non solo ha dimostrato di essere un irresponsabile demolitore delle istituzioni repubblicane, ma anche di non conoscerne il loro funzionamento.
 


28 maggio 2009

Confusioni familiari.

A seguito della dichiarazione "Vorreste far educare i vostri figli da quest'uomo" (frase che sottoscrivo in pieno, è il nocciolo della questione politica oggi in Italia) di Dario Franceschini, Piersilvio Berlusconi ha fatto una dichiarazione dove affermava che egli è stato educato da suo padre secondo dei valori positivi.
Tutto leggittimo e anche comprensibile.
C'è però una grave scorrettezza nella dichiarazione di Berlusconi junior: "...mio padre mi a educato secondo alcuni suoi valori: tenacia, generosità, amore per il lavoro...".
Mi spiace, ma il concetto di "amore per il lavoro" (che sta quindi anche per attaccamento ad esso) è perlopiù un concetto della cultura protestante.
Mi spiace ma non c'entra nulla con la situazione di cui si parla, ed è una grave scorrettezza.
Tra l'altro negli stessi paesi protestanti un presidente del consiglio, come qualsiasi altro politico, sarebbe già "finito" politicamente per gli scandali che hanno portato Franceschini a dire quella frase.
Non ci sarebbe nemmeno il bisogno di una frase del genere.


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21 maggio 2009

Ha fatto il comizietto.

Non potendolo fare in Parlamento (per fortuna: avrebbe emulato il punto di riferimento ideologico del Pdl nel suo intervento alla Camera del 3 gennaio 1925) per i vincoli imposti dai suoi alleati, il premier ha deciso di sfogarsi contro la magistratura all'assemblea di Confidustria, sviando tra l'altro i temi che gli erano stati posti in merito alla crisi economica e produttiva.
Da questo sfogo si evince che gli affari giudiziari del premier non sono una vicenda personale ma pubblica, altrimenti non ne avrebbe parlato ad un'assemblea di industriali.
Mi chiedo allora come mai un altro possibile reato del premier, come quello del caso Letizia, sia considerato dai pretoriani della maggioranza come "una faccenda personale".
Da buon cittadino democratico vorrei esser informato dello stato di salute dei miei governanti, a pari di ciò che si fa negli Stati Uniti con i candidati alla presidenza ed alla vicepresidenza.


13 maggio 2009

Decalogo ricciardelliano sul referendum.

Occasioni mancate.
E’ un periodo di campagna elettorale, e il dibattito europeo che si potrebbe svolgere sul ruolo dell’Europa, delle sue istituzioni e del progetto che vive una problematica impasse in questo periodo è molto allettante. Senza dubbio molto di più delle considerazioni che mi appresto ad esporre.
Nonostante tutto, visto il forte e storicamente radicato anti-europeismo della maggioranza di governo, questo dibattito non emerge e non scioglie nodi storici (per esempio: un criterio ben definito per la selezione e l’accettazione dei nuovi stati membri) e questioni “contemporanee” (Barroso lo si conferma o no!?!).

Un tema sottovalutato
Il referendum è 14 giorni dopo le elezioni europee. Ma visto che in questi 14 giorni si concentrerà tutto, e di conseguenza non saranno molte le occasioni per un’analisi ragionata, espongo qui un mio pensiero.
Per prima cosa devo dire che ho molto ragionato sul tema in questi giorni, sia per le implicazioni tecniche ed elettorali sia per un’analisi positiva e normativa degli effetti del referendum.
Innanzitutto, questo è doveroso dirlo, bisogna affermare che questo tema è frutto in questi giorni di perenni strumentalizzazioni dovute o alla malafede della nostra classe politica o alla sua incompetenza. Questo non tanto per ciò che i singoli politici affermano sul tema, ma in quanto si criticano posizioni che invece hanno un loro perché. Mi spiego arrivando subito al dunque:la proposta del Pd è di buon senso. Può essere anche sbagliata, ma di buon senso. E dire “non capisco Franceschini: fa un piacere a Berlusconi” non risolve i problemi.
E giusto dunque fare il seguente ragionamento.

Buone intenzione e cattivi avversari.
Il Pd è chiaramente contrario alla legge elettorale attualmente vigente, il “porcellum”.
Ora: -se vince il No al referendum la Lega sbandiererebbe subito il fatto che la popolazione si è espressa contro una modifica elettorale e quindi che ama la legge di Calderoli.
-Se non si raggiunge il quorum i ragionamenti della Lega sarebbero analoghi a quelli in caso di vittoria del no (da qui il tentativo riuscito da parte di Maroni di non accorpare referendum ed elezioni europee ed amministrative).
Valutando che il Pd è contro il porcellum è normale che si batta per il Si. Per poi cambiare la legge elettorale in Parlamento.
Un momento però: abbiamo parlato di questioni di buon senso, che però spesso non sono quelle giuste. La mia opinione infatti è che la posizione del Pd ragioni per “situazione normale”, nel senso che in qualsiasi altro paese democratico questo ragionamento causerebbe positivi effetti.
Ma non in Italia!
Infatti avendo al governo una persona irresponsabile come Berlusconi non ci sarebbero margini per una modifica delle legge elettorale in caso di vittoria del Si, per il semplice fatto che egli ragiona per convenienza e il Si gli converrebbe. Quindi: in caso di vittoria del Si riandrebbe al voto con la possibilità di vincere anche senza la Lega Nord, per il criterio secondo cui il premio elettorale va semplicemente alla lista più votata e non alla coalizione.
Qualcuno potrebbe dire: ma Berlusconi non avrà il coraggio di andare alle urne in crisi economica. A Berlusconi non interessa la crisi economica, ma i suoi affari. Andare alle urne subito gli gioverebbe.

Cosa dovrebbe fare il Pd.
Il Partito Democratico dovrebbe a mio modesto parere centrare la sua agenda politica sul tema su due punti:
-analisi degli effetti.
-comunicazione referendaria.
Per quanto riguarda il primo punto è meglio sintetizzare la situazione dei rischi:
In un paese normale:
-vince il No: resta questa legge.
-vince il Si: cambia la legge e se è imperfetta la si modifica in Parlamento (era l’intenzione dei referendari!).
-vince l’astensione. medesimi effetti del No.
In un paese a-normale (o con una classe dirigente ambigua).
-vince il No: resta questa legge.
-vince il Si: cambia la legge ma non la si modifica (probabilmente si va alle urne, in quanto e come se si delegittimasse un Parlamento).
-vince l’astensione: medesimi effetti del No.
Bisognerebbe aver ben chiaro questo schema.
Sul secondo punto il Pd ha una grande chance: investire sulla comunicazione. E’ un tema tabù per il centrosinistra e per ovvie ragioni siamo indietro su questo aspetto rispetto al centrodestra. Nonostante tutto si potrebbe svolgere sulla questione un lavoro efficace.
Bisogna infatti osservare che:
-Il Pdl appare diviso al suo interno su che fare in caso di vittoria del Si (esempio: Cicchitto afferma che resta la legge che esce dal referendum in caso di vittoria del Si, ma Maurizio Lupi ha affermato il contrario: bisogna cambiarla in Parlamento.
-Evidenziare i connotati “anti-preferenze del Pdl. Per fare un esempio: quando Cicchitto afferma “Se passa il Si, si mantiene questa legge” egli commette un autogol clamoroso! In quanto afferma implicitamente che in ogni casi non ci potrà mai essere la reintroduzione delle preferenza nella legge elettorale per la Camera e per il Senato (ricordiamo che i tre quesiti referendari trattano solo di candidature multiple e premi di maggioranza, e non cambiano la situazione sulle preferenza rispetto al “Porcellum”). La negazione delle preferenze è un tema molto impopolare e quindi sarebbe giusto investirci un po di audacia politica. Potrebbe scalfire l’immagine democratica di un partito plebiscitario come il Pdl.

Conclusioni personali.
Il Partito Democratico ha giustamente esposto una tesi da partito normale di un paese normale. Altre forze politiche da convinte referendarie adesso predicano o il No o l’astensione.
Effettivamente c’è da dire che questo referendum rischia di trasformarsi in uno dei più curiosi boomerang della politica italiana per il semplice fatto che sono radicalmente mutate le condizioni rispetto a quando sono state raccolte le firme (si è passato dal sistema delle coalizioni a quelle dei partiti, e i gruppi parlamentari sono nettamente diminuiti per una mera scelta politica e non istituzionale).
Valutato tutto ciò, la mia visione è che l’Italia non ha una maggioranza governativa responsabile e nemmeno di buon senso. Sarebbe capace di utilizzare tutto a suo vantaggio pur facendo pagare danni enormi al paese (do you remeber Alitalia?).
Ecco perché credo fortemente che il 21 giugno voterò Si al quesito referendario che non permette le candidatura plurime, ma No al quesito che assegna il premio di maggioranza alla lista che ottiene più voti alla Camera.
Per quanto riguarda il quesito che assegna il medesimo premio al Senato mi asterrò o annullerò la scheda: per il semplice fatto che non posso per ragioni anagrafiche votare al Senato per altri cinque anni. Non vedo perché devo votare il regolamento d’elezione di una camera che non posso concorrere ad eleggere.


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5 maggio 2009

Meglio tardi che mai/2.

"Avvenire", che per chi non lo sapesse è il quotidiano della Conferenza Episcopale Italiana, si lamenta del premier e dei suoi modi "poco sobri" e ricorda che prima o poi "arriva il momento del conto per certi comportamenti" evidenziando che "i valori di un leader non sono indifferenti.".
Vale per "Avvenire" la stessa cosa che vale per Berlusconi sul 25 aprile: meglio tardi che mai.


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4 maggio 2009

La mia opinione:

Non sono appassionato di gossip, appunto per questo voglio esprimere la mia sul caso Lario-Berlusconi che è una faccenda politica.
Condivido pienamente la posizione del mio amico Mario Adinolfi: valutando che in tutti i paesi civili notizie di questo tipo non sono trattate dai media come "questioni private" e valutando che la signora Lario a "Repubblica" si è espressa anche contro chi non contrasta alcuni atti come l'ingresso delle veline in lista possiamo ben dire che questa è una faccenda politica.
Personalmente non nutro alcuna simpatia per entrambi i soggetti.
Resta il fatto che la moglie del premier ha accussato pubblicamente suo marito di compiere atti non decorosi per gli uomini, ancora peggio per chi aspira ad essere uomo di stato.
Penso che il Pd debba concentrarsi dal punto di vista comunicativo ancor di più sul fatto che l'Italia ha un premier che frequenta misteriose minorenni, che mette veline in lista e che tiene questo comportamento poco decoroso.
In qualsiasi paese democratico tutto ciò condiziona come minino (come minimo, ripeto) un calo dei sondaggi. Negli Stati Uniti sei un uomo politico finito, infatti è un paese serio e sono la piu grande potenza del mondo.
Vediamo se i cittadini italiani dimostreranno di essere saggi.


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2 maggio 2009

Interessanti conferenze stampa.

In una delle sue numerose ed epiche (interessano quanto l'apparato riproduttivo dei criceti di campagna) il presidente del consiglio si è scagliato contro le "contestazioni organizzate" nei suoi confronti.
Va benissimo.
Ma le contestazioni a Prodi non erano anche quelle contestazioni organizzate?


29 aprile 2009

Mi chiedo.

Mi chiedo: se sei una giovane donna, di bell'aspetto, già abbastanza lanciata nel mondo dello spettacolo e, bene o male, senza antipatie in giro nei tuoi confroni, perchè candidarsi alle elezioni europee tra l'altro per una lista di un politico ora come ora popolare, ma pur sempre dalla fama controversa (addirittura a livello familiare!). Non si rischia di attirare solo inutili antipatie? Non si è molto più "simpatici" nel dare vaghi annunci nelle televisioni Rai o del capo? E non è anche molto meno faticoso?
Devono avere una passione politica mostruosa queste ragazze.
Posso capire come mai Berlusconi candidi certa gente
Non capisco perchè certa gente vuole essere candidata da Berlusconi.


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