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Diario
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


16 novembre 2009

Due o tre cose che so sul gollismo (e che potrebbero cambiare la politica mondiale).

 Introduzione.

“I rivoluzionari sono più formalisti dei conservatori”.
Italo Calvino.

Grandi eventi storici, o una serie di eventi storici concatenati, possono segnare definitivamente il destino delle persone. Ma anche i destini delle nazioni.
Di recente mi trovavo a ragionare insieme ad alcuni amici, a vent’anni dalla caduta del muro di Berlino, sulle trasformazioni della Russia negli ultimi vent’anni.
Proponevo provocatoriamente ai miei interlocutori il seguente tema: è sicuro che, con la morte del socialismo scientifico, il ruolo dell’ex Urss, ora Federazione Russa, sia meno “pericoloso” per l’Europa? Non esistendo più il collante dell’ideologia comunista, che aveva anche un certo seguito nei partiti dell’Europa occidentale, è sicuro che la nuova ideologia russa (se possiamo definirla cosi) sia meno una minaccia rispetto al pericolo bolscevico?
Nell’ultimo interessante “Atlante di Repubblica”, dedicato proprio a all’anniversario del 9 novembre del 1989, il direttore Ezio Mauro, nella sua prefazione al volume, ben inquadrava in poche parole lo stato delle cose: il 25 dicembre 1991 è stata si ammainata dal Cremlino la bandiera rossa con la falce e il martello, ma è pur sempre stata issata la bandiera della Russia eterna destinata a rinascere dalle ceneri col suo spirito imperiale.
Il fatto che qualcuno si preoccupi di questo mutamento e il fatto che la democrazia russa si trovi, nonostante le ultimissime aperture di Medvedev, in uno standard democratico non accettabile mi ha spinto fino a ragionamenti più remoti. In particolar modo a Montesquieu e quello che lui definiva il “dispotismo asiatico”.
La grande innovazione di Montesquieu, che me lo ha reso un mito sin dalle scuole medie, sta nell’aver collegato le caratteristiche politiche e le forme di stato a caratteristiche territoriali e climatiche. E’ una cosa che ho sempre condiviso, e rappresenta a mio parere la più grande esplicazione politologica degli ultimi 500 anni.
Altrimenti sarebbe difficile capire come mai tutti i paesi islamici, con la sola eccezione turca, abbiano forme di governo “poco laiche” o a partito unico Baathista.
Sempre facendo questo ragionamento potremmo arrivare alla conclusione, ritornando alla Russia, che mai ci sarà una compiuta democrazia, o almeno come noi la intendiamo in Occidente, a Mosca. Al massimo si potrà giungere ad una forma “particolare” di democrazia che tenga conto delle caratteristiche socio-politiche del luogo.
E’ questo il punto.
Ma come si giunge ad una situazione “particolare” che si manifesta tramite forme particolari di democrazia o di forma di governo?
Tramite un evento traumatico o un grande evento, appunto.
E forse bene fare due esempi.

La guerra di indipendenza americana.

“Quando nel corso di eventi umani, sorge la necessità che un popolo sciolga i legami
politici che lo hanno stretto a un altro popolo e assuma tra le potenze della terra lo
stato di potenza separata e uguale a cui le Leggi della Natura e del Dio della Natura
gli danno diritto, un conveniente riguardo alle opinioni dell'umanità richiede che quel
popolo dichiari le ragioni per cui è costretto alla secessione”.
Dichiarazione di indipendenza degli Stati Uniti d’America, incipit, 4 luglio 1776.

E’ opinione diffusa definire il fenomeno della guerra di indipendenza americana come, appunto, una guerra di indipendenza e non una rivoluzione. Non si tratta di una rivoluzione in quanto non si alterano i rapporti economici e sociali, in quanto non era questo l’obbiettivo dei futuri padri costituenti.
Le motivazioni che portarono allo scoppio di questo conflitto per l’indipendenza sono, per semplificare al massimo, di carattere fiscale.
“No taxation without representation” è un motto storico che ben sintetizza le motivazioni che spinsero i coloni a prendere le armi contro la Madre Patria. Il fatto che il carico fiscale nei confronti delle colonie britanniche americane fosse aumentato, conseguenza diretta della Guerra dei sette anni, e che non ci fosse una rappresentanza parlamentare a Londra delle colonie portò a scontri e a modalità di protesta ben rappresentati dal “Boston Tea Party”.
Ottenuta l’indipendenza i coloni si fornirono di una dichiarazione di indipendenza e di una carta costituzionale. Vennero sanciti il diritto all’eguaglianza, ad un carico fiscale equo, alla tolleranza religiosa e alla ricerca della felicità.
Essendo ex colonie britanniche quelli che poi divennero gli stati americani non sono mai stati indipendenti (per esempio: il Wyoming non è mai stato indipendente, ma è uno stato che fa parte degli Stati Uniti d’America).
Il fatto che gli Usa siano un’unione federale di stati mai stati (scusate il gioco di parole) indipendenti e sempre democratici, potrebbe portare ad una conclusione analoga, nella modalità ma non nella conclusione, a quella russa analizzata prima: gli Stati Uniti non solo non si sfasceranno mai, ma saranno sempre una democrazia. Mai una dittatura.


La rivoluzione francese.
“I rappresentanti del popolo francese, costituiti in Assemblea Nazionale, comprendendo che l’ignoranza, l’oblio o la non curanza dei diritti dell'uomo sono le sole sorgenti delle pubbliche calamità e della corruzione de' governi, decisero di esporre in una dichiarazione solenne i diritti naturali, inalienabili e sacri dell'uomo, affinchè questa dichiarazione, sempre presente a tutti i membri del corpo sociale, ricordi ad essi del continuo i loro diritti e doveri; affinchè gli atti del potere legislativo e dell'esecutivo, potendo essere ad ogni istante paragonati collo scopo d'ogni politica istituzione, siano più rispettati; e i reclami de' cittadini, fondati d'or innanzi su semplici e incontestabili principj, giovino a sempre mantenere la costituzione e il ben comune.
In vista di ciò, l’Assemblea nazionale riconosce e dichiara, dii presente e sotto gli auspizj dell’Essere supremo, i seguenti diritti dell’uomo e del cittadino”.
Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, incipit, 26-27 agosto 1789.

La rivoluzione francese è di per se una vera e propria rivoluzione. Rovescia una secolare monarchia (anche se la morte di Carlo I° Stuart nel 1649 aveva mostrato agli uomini che se si decapitano sovrani per diritto divino non avviene alcun cataclisma meteorologico) e porta all’instaurazione di una forma di governo che, volente o nolente, terrorizzò l’Europa ma al tempo stesso la mutò profondamente.
Molti esponenti dei moti rivoluzionari, sia negli Stati Generali sia nell’Assemblea Nazionale, avevano come proprio punto di riferimento le vicende dell’altro lato dell’Atlantico dove nasceva una nuova Repubblica basata sulla libertà, sulla proprietà e sull’utilità.
La Fayette personalmente era stato negli Stati Uniti per aiutare i coloni e l’americano Benjamin Franklin aveva spesso trovato sponde a Parigi (anche se in chiave anti-britannica).
Ma a differenza dei moti americani, oltre all’indipendenza del paese che di per se era già indipendente da un pezzo, i moti francesi portarono ad un mutamento dei rapporti di forza economico-sociali (anche se è giusto ribadire come gran parte del Terzo Stato fosse ancora fuori dai giochi fino all’avvento del socialismo) e portò al rovesciamento di quella che era stata la Monarchia assoluta per eccellenza (degna conseguenza di un paese che aveva visto nascere l’Illuminismo, ma che era stato uno dei pochi a non trarne conseguenza politiche).
Lo spirito illuminista e, nell’ultima fase fino al Direttorio, lo spirito roussoviano motivò l’azione dei rivoluzionari francese.
Il fatto che si sia giunti, dopo un Direttorio appunto, ad una forma di imperialismo plebiscitario (Bonaparte) e addirittura ad una restaurazione dei Borboni (Luigi XVIII° e Carlo X°) può portare alla conclusione che il progetto rivoluzionario francese sia fallito (in particolar modo Carlo X° si dimostrò ben più assolutista di Luigi XVI°).
Ma il simbolo rivoluzionario francese, slegato dai suoi effetti pratici più nitidi, aveva già mutato molte cose in Europa. Inspiegabili altrimenti i moti del 1830 e del 1848.
La Carta dei Diritti dell’uomo e del cittadino sancisce valori destinati a permanere per sempre.
Ma in sostanza possiamo, e qui giungo all’ultima parte del mio ragionamento, constatare un aspetto: il carattere ideologicamente “ibrido” della Rivoluzione francese può essere stato un punto di forza del fenomeno stesso.
Faccio un esempio: si tratta di una delle prime rivoluzioni della storia (escludiamo per un pò l’esperienza britannica di Cromwell, che a tratti può apparire in realtà come il continuatore di consuetudini parlamentari sancite dalla stessa corona inglese e tradite dai suoi continuatori) e quindi è difficile da collocare politicamente. E’ chiaramente un moto anti-assolutista.
Il fatto che i concetti di “destra” e “sinistra” nascano proprio in questa occasione può metterla in luce come moto di una sorta di “arco costituzionale” per i diritti borghesi e contro l’assolutismo monarchico.
Oggi un moto rivoluzionario è molto più “collocabile” politicamente: di impronta socialista, di impronta reazionaria, ecc…
Per capirci al meglio: avete il coraggio di definire Robespierre un “socialista”?
Se si, compimenti.
Arriviamo alla conclusione, già ovvia prima di questo mio piccolo saggio, che la Rivoluzione francese proprio nella sua unicità è stato un evento campale
Ha cambiato i destini d’Europa.
Ma come ha cambiato la Francia?
Ragionando come già fatto in precedenza dovremmo giungere alla seguente conclusione: gli Stati Uniti mai potranno essere una tirannia, la Russia mai una “democrazia occidentale”.
E in Francia? Che ripercussioni ha avuto questo campale evento nella nazione dove esso si è sviluppata.

Una conclusione (a tratti inquietante).

“Quando voglio sapere cosa pensa la Francia lo chiedo a me stesso”. Charles de Gaulle
“Desidero essere seppellito a Colombey. Sulla mia tomba: Charles de Gaulle, 1890-19.. . Nient'altro.”

Una delle grandi profezie di Alexis de Tocqueville ne “La Democrazia in America” sta nell’aver compreso che i grandi soggetti nazionali che si sarebbero contesi i destini del mondo in futuro sarebbero stati due potenze extraeuropee (Stati Uniti e Russia). Effettivamente la profezia del grande pensatore si è avverata durante la guerra fredda anche se ultimamente forse sta apparendo una profezia solo provvisoria (è evidente l’elevato tasso di multipolarismo soprattutto in campo economico, in questo periodo).
Geopoliticamente, ragionando come si è fatto per decenni in piena guerra fredda, il ruolo della Francia è fondamentale in Europa. Anche con una Germania unita.
In termini pessimistici: nella sciagurata ipotesi di un fallimento dell’Unione Europea, e con un fantomatico potenziamento dei due poli extra-europei, secondo alcuni non è tanto sbagliato collocare la Gran Bretagna appiattita sul fronte americano e la Germania (anche se questa teoria tiene quasi solo conto degli ultimi sviluppi commerciali tra Germania e Russia) sul fronte russo.
Al centro la Francia. Isolamento fatale e letale. Ma isolamento fantapolitico (tiriamo tutti un sospiro di sollievo!).
Questa esercizio logico accentua maggiormente l’idea secondo cui la Francia dispone di uno “status” identitario alquanto particolare. Stiamo arrivando alle considerazioni finali delle conseguenze dell’”evento campale rivoluzionario” sui destini del proprio paese d’origine.
Negli ultimi duecento anni numerose sono state le disfatte militari francesi in campo europeo: Verdun 1870, prima guerra mondiale (molti danni anche se paese vincitore), seconda guerra mondiale (molti danni e disgregazione territoriale, ma vincitore anche grazie all’interesse britannico di avere un altro “compare” con cui combattere in prospettiva i sovietici in Europa).
Questa situazione ha giustamente portato gran parte della classe dirigente francese nel corso dei decenni a prestare molta attenzione agli scenari europei. Noto il desiderio francese di avere a suo fianco una Germania molto meno potente, per non ripetere lo scontro diretto già tre volte delineato nel corso di un secolo. L’attuale integrazione europea e il sorprendente quanto felice rapporto franco-tedesco allontana da Parigi preoccupazioni questo tipo.
La Quarta e Quinta Repubblica francese ha quindi avuto modo di occuparsi principalmente di altre due questioni: colonie e fronte interno.
Sulle colonie molta altra gente potrà fornire maggiori spiegazioni: basti sapere che si giunge sostanzialmente alla disgregazione di quello che prima era definito, anche in piena Repubblica, come impero francese (simbolica da questo punto di vista l’indipendenza algerina nel 1962).
E sul fronte interno? Quali scenari politici si sono delineati?
Influenzati dalla carismatica figura di De Gaulle, che oltre a leader indiscusso della resistenza della Francia Libera è stato per anni capo dello stato e fautore del cambiamenti istituzionali che portarono alla Quinta Repubblica, tutto lo schieramento di centrodestra si è riconosciuto nella figura e nell’azione politica del generale. E il centrodestra ha governato cosi tanto da creare una galassia all’interno di quel movimento che è definito come “gollismo”. Dall’altra parte si registrava la presenza del secondo partito comunista più forte d’occidente e di un Partito Socialista che, grazie al lavoro di Mitterrand, raggiunse un grado d’unità tanto elevato da portarlo fino all’Eliseo per due mandati (ricordo che allora i mandati presidenziali duravano ancora 7 anni).
Il fronte interno può essere la chiave per comprendere il particolarismo della politica francese.
Quell’area politica di centrodestra che definiamo come “gollista”, e che ha espresso la maggioranza dei capi di stato e di governo della Quinta Repubblica, si è quasi sempre organizzata come cartello elettorale.
L’esempio più recente è quello delle elezioni presidenziali del 2002 che riconfermarono Jacques Chirac come Presidente della Repubblica. In quella tornata Chirac corse appoggiato dall’Unione per la Maggioranza Presidenziale, ovvero un’alleanza elettorale formata da varie formazioni politiche. Un ulteriore passo verso una semplificazione del quadro politico è stata la trasformazione di questa alleanza in partito: nel novembre 2002 l’UMP diviene Unione per un Movimento Popolare. Alcune formazioni politiche interne si uniscono mentre altre preferiscono posizionarsi solo come “membri associati”.
Valutando che si tratta del raggruppamento che da decenni domina la politica nazionale, a quale conclusione possiamo arrivare?
Possiamo capirlo non solo guardando da chi è composta questa galassia dell’UMP, ma analizzando in quanti tronconi può dividersi l’ideaologia di base: il gollismo.
Nicolas Sarkozy nel 2007 ha utilizzato, nel corso della sua campagna elettorale, termini e concetti propriamente di destra. Lo ha fatto sia per erodere consensi elettorali al Fronte Nazionale di Jean-Marie Le Pen, sia perché senza dubbio si tratta di un conservatore che si trova molto più a suo agio con questa visione della politica.
Sarkozy è quindi un neo-gollista di destra di impronta conservatrice (sognatore di quello spirito di Grandeur nazionale ben incarnata dalle azioni del generale De Gaulle).
Nonosante tutto la sensibilità di Sarkozy non è l’unica all’interno di questa ampia galassia.
C’è una corrente di pensiero, che si riconosce sempre nel gollismo, nota per le sue attenzioni verso l’assistenza e le politiche sociali. Col passare degli anni queste istanze sono state definite del “gollismo sociale”, quasi di impronta socialdemocratica. E non si tratta di un gruppo del tutto minoritario all’interno dell’alleanza (non sono come i trotzkisti nel Labour britannico): basti pensare che Francois Fillon, primo ministro della Repubblica, si definisce proprio un gollista sociale.
In mezzo a queste due correnti di pensiero (ovviamente la prima è maggioritaria) vi è una forma di gollismo che si definisce “della nuova società” (ma Lyndon B. Johnson non c’entra nulla) che mira ad un avanzamento delle riforme sociali mantenendo però intatte le istituzioni. Pur essendo un obbettivo forse condiviso da tutti, per semplificare possiamo collocare quest’area a sinistra dei conservatori e a destra dei gollisti sociali.
Infine non possiamo non considerare una forma di gollismo di sinistra di impronta anti-capitalista che, pur essendo assolutamente minoritaria, culturalmente dà un contributo importante al succo di questa discussione. Ora si può analizzare se questa forma di anti-capitalismo è dovuta o a una vera e propria teoria di sinistra che rigetta il capitalismo come modello economico e sociale, oppure lo rigetta in chiave nazionalista, quindi anti-americana con simpatie verso un ritorno a forme di sviluppo economico made in France (Colbert docet).
Possiamo quindi giungere alla seguente considerazione: definendo la Francia un paese particolare, in quanto luogo di nascita della Rivoluzione francese, possiamo definire la politica francese come particolare. E possiamo cogliere nella struttura dell’UMP non tanto una visione puramente di centrodestra, che tra l’altro pare storicamente più radicata rispetto ad altre nel paese, ma come un tentativo egemonico di costituire una forma di “partito nazionale” che racchiuda al suo interno tutte le istanze della società.
Possiamo anche definirlo come sistema colpito da “sindrome indonesiana” dove i partiti politici, anziché essere il corrispondente ideologico di processi globali, sono veri e propri contenitori politici che si fanno promotori di una forma di “ideologia nazionale” con termini (ovviamente impronunciabili) che rappresentano un’ideologia politica esistente solo in Indonesia, di cui i partiti si fanno promotori.
Può sembrare un paradosso che ciò avvenga in un paese centrale europeo come la Francia. Ma il punto di vista in questo caso non si basa sull’ideologia particolare di cui l’UMP si fa promotrice, ma sulla visione secondo cui l’UMP è il “Partito della Francia” e al suo interno ha quindi una sinistra, una destra e uno centro. Come se la dialettica politica si sia spostata dal piano dei partiti ad un piano unicamente partitico con meccanismi dialettici e di proposta politica ricercabili solo al proprio interno.
Gaullismo come ideologia nazionale. UMP come contenitore e come strumento per fare politica nella nazione. La politica della Nazione.
Uno scenario catastrofistico per la “vera sinistra francese”, che però, se non esce dal guado della sua crisi di leadership e di identità, rischia di avallare.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 16/11/2009 alle 0:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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