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Diario
 










Victor Hugo


"E quelle due anime, tragiche sorelle, spiccarono assieme il volo, l'ombra dell'una confusa alla luce dell'altra."

Da "Novantatrè" di Victor Hugo




Il piu grande compositore di tutti i tempi:
Modest Mousorskij








Willy Brandt


3 maggio 2010

Inizia la resa dei conti dentro il Pdl (ovvero: I dolori del giovane Bocchino).

 

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20605-inizia-la-resa-dei-contri-dentro-il-pdl-ovvero-i-dolori-del-giovane-bocchino.html

La figura di Italo Bocchino è senza dubbio una figura che suscita una profonda simpatia. Non solo per gli studi partenopei e per i trascorsi presso quella scuola che ebbe in Pinuccio Tatarella principale esponente, dalla quale trapelava una sincera passione politica se non, come direbbe Gennaro Malgieri riferito ad Almirante, “un’etica del parlamentarismo”.

Ma suscita simpatia specialmente per una questione (no, non mi riferisco al fatto che fosse candidato contro Bassolino alle regionali del 2005, con gli esiti prevedibili che tutti voi sapete e con quella rara perla che fu la sua lettera a “Il Mattino” in cui si denunciavano i rapporti tra Bassolino e gli Khmer Rossi): è un ragazzo che si da da fare.

Da vice-capogruppo del Pdl alla Camera non esita a differenziarsi (non nel senso “rotondiano” del termine, per il quale si rimanda ad una sterminata esegesi e storiografia) e non esita a promuovere numerose iniziative interne al suo partito.

Passata agli onori della cronaca l’esperienza fondativa di “Generazione Italia”, fantomatico gruppo interno, che nella tempistica già anticipava tempi bui e nefasti per Sua Emittenza e archiviati nel solco dell’abitudine i plausi alle iniziative di Campi e Sofia Ventura su Fare Futuro, il buon Bocchino prima della sua barbara epurazione aveva avuto modo di far nascere un bimestrale dall’impegnato nome “Conservatori contemporanei” che, sede in via Giosuè Carducci a parte, è passata nel silenzio più assoluto.

Il giovane Bocchino dunque è stato al centro in questi giorni di un qualcosa che rischia di divenire abitudine, se non prassi, all’interno del partito di maggioranza: dopo aver scritto una lettera di dimissioni chiedendo analogo gesto al suo capogruppo Cicchitto, ha annunciato di volersi candidare lui stesso alla carica di Presidente dei deputati del Pdl.

Perché mai questo gesto? La risposta è abbastanza semplice e anche comprensibile.

Essendo Bocchino “il più finiano dei finiani” (Copyright di Danienal Santanchè, neo-sottosegretaria del potentissimo ministero per l’attuazione del programma) egli si è sempre sforzato di sancire definitivamente la nascita di una vera e propria corrente di minoranza all’interno del Pdl.

Un progetto che sul piano sostanziale è stato pienamente realizzato da Gianfranco Fini che alla direzione del Pdl ha avuto uno scontro politico e dialettico notevole col Presidente del Consiglio. Sul piano formale però l’idea finiana è da considerarsi fallita. O almeno parzialmente fallita.

Questo perché la stessa direzione del Pdl ha approvato un documento in cui si ricordava che se i cittadini avevano deciso denominare quel soggetto politico “Popolo della Libertà” e non “Partito della Libertà” non era per l’inquietante omonimia con la forza politica che fu di Joerg Haider, ma perché chiedeva un superamento stesso delle vecchie concezioni partitiche. Insomma, come direbbe Maurizio Lupi: una nuova politica.

Da qui l’assoluta impossibilità di costituire minoranze o correnti interne al Pdl. Il parziale fallimento è dovuto sostanzialmente al fatto che si è avuto modo di registrare una forma di dissenso col voto contrario di 11 (o 13, non entro nella bega) membri della direzione che, facendo tutti parte della mitica categoria dei “finiani”, hanno avuto modo di esporre la fine dell’unanimismo pidiellino.

Resta il fatto che per la direzione nazionale del Pdl non esiste alcun gruppo o minoranze interna.

Ed ecco qui che spunta il coniglio dal cilindro di Bocchino, capace di immolarsi pur di far trionfare gli ideali di quella “destra moderna, repubblicana, capace di tutelare la coesione nazionale”: si voti il capogruppo dei deputati, io mi candidato così se perdo si sancisce il fatto che alcuni deputati stanno con me, nella mia stessa area.

Il disegno appariva lodevole, soprattutto ai piani alti di Montecitorio. Ma le cose non sono andate bene per il “Conservatore contemporaneo”: in primo luogo infatti il Pdl ha subito fatto capire che le dimissioni del vice non portano necessariamente al decadimento del capogruppo dei deputati. Insomma, il “simul, simul” in questo caso non vale (vale per il sistema elettorale regionale però…detto “Tatarellum”!). In secondo luogo il sottosegretario al ministero dell’Ambiente Roberto Menia (triestino coraggioso, ex missino capace di criticare la fusione a freddo con cui nacque il Pdl) ha avuto uno screzio con Bocchino ed ha annunciato la sua candidatura per la medesima carica.

In terzo luogo, dopo che il gruppo del Pdl si era espresso contro la rielezione dei capogruppo, lo stesso Bocchino è stato praticamente rimosso dall’incarico per ordini dall’alto.

E’ stato lo stesso ex vice-capogruppo ad aver dichiarato che, a seguito della sfuriata presso il programma di Paragone, Berlusconi ha sostanzialmente chiesto la sua testa minacciandolo addirittura, udite udite, d’infilzarlo.

Da qui poi le dichiarazioni di Fini che, coerente con la parte, ha difeso Bocchino “cacciato via senza ragione”.

Tra la Lega che spinge per i decreti attuativi sul federalismo fiscale (11 da concludere entro il 21 maggio 2011) e una minoranza che lotta per essere tale, Berlusconi si trova sempre più costretto a prendere decisioni da Politburo e già ha minacciato di non rivotare presidenti di commissioni di stretto rito finiano (la Bongiorno, Silvano Moffa e Mario Baldassarri).

Che poi sono le decisioni che più gli aggradano e che più gli si confanno. Considerando che ha invitato l’amico Vladimir Putin all’università del pensiero liberale.

Purtroppo nel ruolo di docente.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 3/5/2010 alle 10:38 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


26 aprile 2010

Visioni: L'uomo nell'ombra (2010).

 


Regia: Roman Polànski.
Interpreti: Ewan McGregor, Pierce Brosnan, Olivia Williams, Kim Catrall, Tom Wilkinson

Al cinema questa sera non potevo perdermi il nuovo film di Roman Polànski. Cioè: Roman Polànski! Appunto per questo ho optato per la seguente visione pur consapevole di trovarmi davanti a un film che, a parte la possibilità di risvegliare la mia incomprensibile emozione cinefila, avrebbe potuto deludermi per il “blockbuster aggio” con cui è stato confezionato (vedi il cast).
Un noto ghost writer inglese (Ewan McGregor), ovvero uno scrittore che scrive libri o discorsi a nome di altri che non hanno il tempo e la capacità di farlo, viene contattato da una nota casa editrice per scrivere la biografia dell’ex primo ministro britannico Adam Lang (Pierce Brosnan). Lo scrittore “ombra” è inizialmente un po’ scettico: non è molto esperto di politica e il suo sesto senso gli dice che non si tratta del lavoro giusto per lui. A maggior ragione ha dubbi dopo aver saputo che il ghost writer che lavorava precedentemente al libro di Lang era morto affogato in circostanze misteriose
Nonostante tutto grazie alle trattative condotte dal suo manager accetta per la lauta somma promessa dalla casa editrice. Lo scrittore allora si reca da Londra all’isola Martha's Vineyard, sulla costa orientale degli Stati Uniti dove l’ex primo ministro risiede per un ciclo di conferenze da tenere in America. Qui lo scrittore entra in contatto con lo staff di Lang e con la moglie Ruth (Olivia Williams) e si mette al lavoro con il politico per “mettere in prosa” la sua vita.
Ma dopo pochi giorni un fatto inatteso modifica le cose: l’ex ministro degli affari esteri di Lang denuncia l’ex premier per crimini di guerra, a proposito della morte e della tortura di alcuni cittadini iraqeni rapiti e torturati perché sospetti terroristi di Al-Qaeda.
La cosa turba non poco Lang e tutto il suo staff perché inizia l’iter processuale presso la corte de l’Aja e l’ex premier si reca a Washington, pur di non recarsi a Londra, per cercare sponde e appoggi politici. Lo scrittore-ombra si trova quindi solo nell’inverno dell’isola di Martha’s Vineyrad e scopre cose molto interessanti visitando l’isola (mentre già si è creato un capannello di pacifisti che contestato Lang sotto la sua abitazione accusandolo di crimini contro l’umanità).
Lo scrittore incomincia ad avere dei dubbi sul decesso del suo predecessore come scrittore. Decide che bisogna cambiare passo. Dalla fase della scrittura bisogna passare alla fase dell’indagine. Tutto questo mentre la moglie di Lang, anche lei rimasta sola a casa con la security, sfoga sul suo ospite tutta la sua frustrazione per il momento e per la velata relazione sentimentale che il marito intrattiene con la segretaria.
Lo scrittore non si capacità del guaio in cui si è cacciato. Ecco perché gli conviene indagare. Scoprirà che in palio ci sono cose molte importanti. E molti misteri di carattere politico e personale devono ancora essere pericolosamente svelati.
Il genere di questo film è quello dello spionaggio. Tratto da un best-seller di Robert Harris “The Ghost Writer” Polànski ha scritto la sceneggiatura assieme all’autore del libro, ex laburista deluso dal governo Blair a seguito del conflitto in Iraq nel 2003. Effettivamente il libro e la fedele trasposizione cinematografica hanno un bersaglio ben preciso: Adam Lang si atteggia come Tony Blair e la durata del suo governo coincide pienamente, così come sono evidenti i forti legami coi settori peggiori della politica e dell’intelligence americana. Quegli stessi settori che, da umili studenti delle medie, credevamo che effettivamente fossero gli unici mandatari per una “presunta corruzione” nei confronti dell’incomprensibile leader laburista capace di dichiarare il suo tifo per il repubblicano Bush alle elezioni presidenziale del 2004. Anche il tema del terrorismo islamico, del conflitto iraqeno e di quello afghano rimandano ad una storia realmente avvenuta che l’autore del libro volontariamente voleva denunciare. Denunciare in un thriller fantastico senza alcun riscontro con la realtà dei fatti per quanto riguarda il plot.
Già il fatto che il film sia tratto da un libro può essere un malus per la pellicola stessa. E con questo non intendo dire che da libri non si siano fatti veri e propri capolavori della cinematografica, ma che questo non rende il film pienamente del regista.
La mano di Polànski c’è tutta: molti hanno colto nell’isolamento e nei rapporti del protagonista con i suoi vicini, la stessa relazione che c’era tra l’inquilino polacco e il condominio de “L’inquilino del terzo piano” del 1976. Non avendo mai avuto il coraggio di visionare questa pellicola, nonostante la superba Adjani mi richiami spesso ai miei doveri, posso dire con tono semplicistico che “L’uomo nell’ombra” ricorda più l’ovattato “Frantic” con Harrison Ford e la colonna sonora di Morricone.
Ovattato appunto. Perché tra la bravura tecnica e la forte innovazione del regista ho colto un aspetto parallelo che rendeva il film più a-personale, più legato ad uno schema hollywoodiano. Insomma: il classico film con Ewan McGregor (per carità, anche bravo nella sua parte) e Pierce Brosnan. Roba da “Mamma mia!” ed “Angeli e demoni”.
Insomma, la percezione è che Polànski, nonostante sia regista di fama che può permettersi ogni intreccio possibile, rende meglio nei suoi film pienamente personali e in questo caso, pur realizzando un buon thriller, ha forse risentito il peso dei piani superiori di produzione e della presenza di un libro da cui non potevi permetterti di variare troppo (Harris a tratti nei suoi successi non è molto dissimile da Dan Brown…c’è ne passa da libri “sfigati” come quelli che hanno ispirato “Arancia meccanica” o “Il Dottor Stranamore”). Si sente dunque l’odore del film su commissione.
Ma il regista comunque permane sempre lui e non si può che rimanere estasiati dalla scena finale del film dove suspense, tecnica di ripresa e musica creano un mix perfetto che, questo sì, ci ricorda il terribile John Huston che in “Chinatown” realizzava in formato celluloide quell’orribile rapporto familiare pari forse solo all’inquietante “papi” di Noemi Letizia riferito al suo protettore Berlusconi. Giusto segnalare la musica non trascendentale ma azzeccata nell’accompagnare il film di Alexandre Desplat (qui forse possiamo trovare un paragone tra Hitchcock e Hermann, unico paragone possibile che si può fare col “maestro del brivido” e con questo film insieme a quello che il primo ministro ha un nome immaginario così come i paesi e i vari presidenti sono immaginari nell’universo e nelle necessità hitchockiane) e l’interpretazione di Olivia Williams che forse è l’unica che si sforza di fare qualcosa in più dell’ordinaria amministrazione. Ad un certo punto spunta Eli Wallach in una piccola e simbolica parte in un gesto che ci ricorda il cinema d’altri tempi e le pellicole con Giuliano Gemma e Terence Hill.
Il manager dello scrittore-ombra si chiama Rick Ricardelli. E ho detto tutto.
Anche se il thriller è interessante e passabile, non emoziona fin troppo gli spettatori. Il finale da solo vale il prezzo del biglietto ma sinceramente dispiace non aver visto quelle crude scene d’autore che hanno reso Polànski un grande e uno dei pochi che hanno fatto la storia ancora in circolazione.
Belle le scene, interessante la storia. Ma, se escludiamo il finale, dov’è il solito alone di mistero, il solito senso d’orrore che portò a gridare al “Polànski teutonico” Herzog la frase che non smetterò mai di ricordare secondo cui “il lieto fine è un imbroglio”?
So io dove sono: sono finiti sacrificati sull’altare di una trasposizione cinematografica di un film. Che tra l’altro rischiava di essere uno dei soliti film con Pierce Brosnan e Ewan McGregor.
Speriamo di vedere in futuro film del regista leggermente diversi. Anche se dallo chalet svizzero la vedo dura.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 26/4/2010 alle 11:29 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa


20 aprile 2010

La fiaccola dell'autonomia si sta spegnendo.

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20587-la-fiaccola-della-autonomia-si-sta-spegnendo.html

Sono passati due anni esatti dalla nettissima vittoria di Raffaele Lombardo alla guida della Regione a statuto speciale siciliana. Una vittoria all’insegna del forte “vento di centrodestra” che colpiva il paese in quei mesi (ingiustificabile altrimenti la differenza dei consensi tra Lombardo nel 2008 e i voti ottenuti da Totò Cuffaro nelle precedenti elezioni, nel 2006) e all’insegna del nuovo patto Pdl-Lega-Mpa che, dopo la fine del “bi-coalizionismo all’italiana”, vedeva schierare alle elezioni politiche un grande partito nazionale di centrodestra e due partiti autonomi rispettivamente nel Nord e nel Sud d’Italia. Una vecchia modalità che Berlusconi conosce bene avendola utilizzata nella sua prima vittoria elettorale nel 1994 con il Polo della Libertà al Nord e il Polo del Buongoverno al Sud (alleato con il Movimento Sociale Italiano ancor prima della sua trasformazione in Alleanza Nazionale).


La grande vittoria del centrodestra nella varie elezioni del 2008 consacrò dunque uno scenario realisticamente spietato per il centrosinistra: a Berlusconi l’Italia, alla Lega il Nord, ad Alleanza Nazionale il comune di Roma e a Lombardo la Sicilia.
Ma da quei giorni dell’aprile del 2008 qualcosa è cambiato a Palermo: la giunta Lombardo, per quanto si sia sbizzarrita nel conferire nuovi incarichi a ras locali o a”dirigenti” disoccupati, ha già visto numerosi ribaltoni all’Ars siciliana.
Ben tre sono state le giunte di Raffaele Lombardo a livello regionale e, considerando che tutto ciò è avvenuto in meno di due anni, si potrebbe legittimamente sostenere che l’ex Presidente della Provincia di Catania ha preso gusto nel cambio delle guardie e nelle differenti varianti applicative del caro vecchio Cencelli.
Resta il fatto che tutti questi cambi non sono solo conseguenza di dissidi politici che si stanno registrando nell’isola tra le varie forze politiche. Ma qualcuno sostiene che gli stessi dissidi siano conseguenza dei mutamenti nella giunta (e qui ritorniamo alla figura di un Governatore fortemente desideroso di “cambiare tutto per non cambiare niente”, concetto a quanto pare intrinseco in gran parte della classe dirigente isolana).
Una motivazione ad un atteggiamento di questo tipo possiamo trovarlo nella particolarità, vera o presunta, dell’azione politica di Lombardo rispetto ai suoi predecessori di scuola Dc: anche Lombardo è un ex democristiano, allievo di Calogero Mannino, come Cuffaro e come altri governatori siciliani. E’ anche vero però che, a differenza di molti altri suoi ex colleghi, Lombardo è stato l’unico ad aver rotto col suo ex partito, l’Udc, ponendosi come leader di un nuovo raggruppamento politico. Unito dal collante dell’autonomia. A dir la verità un’operazione di questo tipo vide protagonista, nei primi anni ’90, l’ex sindaco di Palermo Ciancimino. Ma in questo caso Lombardo si è spinto così in avanti tanto da essere arrivato ai ferri corti con grande parte della coalizione di centrodestra
Dopo aver lasciato il partito di Casini la prima cosa da fare per Lombardo non era tanto quella di fondare un nuovo partito: semplicemente doveva dimostrare di essere bravo. Ecco dunque un’operazione politica complessa, degna di copiose tesi di laurea, nel corso delle elezioni comunali di Catania che riportarono il medico di fiducia di Berlusconi Umberto Scapagnini alla guida della città dell’elefantino contro l’ex sindaco Enzo Bianco sostenuto dal centrosinistra.. Lombardo infatti presenta svariate liste piene zeppe di suoi “amici” con simboli strani, mai visti e senza dubbio non conosciuti. Il risultato è un’alta percentuale per la somma di tutte queste liste che, all’insegna del pensiero e dell’azione politica di Lombardo, portano Scapagnini alla riconferma in comune.
L’ex medico Lombardo ha dimostrato dunque, nel corso delle comunali del 2005, di sapere attrarre un numero esagerato di voti. Indipendentemente dal simbolo, indipendentemente dalle proposte, indipendentemente dalle idee.
Indipendentemente, appunto. Da qui dunque parte il nuovo passo: non certo l’indipendenza della Sicilia, ma per l’autonomia. Lombardo fonda nel 2005 il Movimento per l’Autonomia, partito che non ha solo l’aspirazione di rappresentare una notevole realtà politica della Sicilia, ma di tutto il Mezzogiorno.
Un primo stop Lombardo lo subisce nel 2006 con risultati deludenti della lista unica Lega Nord-Mpa che si presenta nel 2006 con magri risultati alle elezioni politiche. Ma i magri risultati sono più per il Carroccio a dire il vero: Lombardo in Sicilia, anche questa volta, ottiene un altro grandissimo exploit!
E qui sarebbe necessaria una lunga digressione sulla perversità e sull’abuso che talune forze politiche hanno fatto del termine “autonomia” (in tal senso basta citare la nota Dc di Rotondi) alla stregua della storia di Frà Cristoforo nei “Promessi sposi” del Manzoni o della storia della rete fognaria parigina de “I Miserabili”. Discussione che forse si potrà intavolare in un’altra occasione.
Lombardo dunque prende voti, si distacca leggermente dai suoi eredi democristiani-doc (Cuffaro in primis), rivendica l’autonomia ma, come altri suoi predecessori, pare sia indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Alcune tradizioni sembrano permanere.
Lombardo si distacca ancor di più dai suoi eredi per l’alto tasso di litigiosità che riesce a causare all’interno del centrodestra: di fatto il Pdl è diviso in due parti, una sostenitrice del governatore e guidata dal sottosegretario Miccichè, l’altro che fa le pulci a Lombardo capitanata da Renato Schifani e Angelino Alfano (quest’ultimo ultimamente ha dichiarato: “non commento le dichiarazioni di Lombardo. Si tratta chiaramente di un uomo in difficoltà”).
Come collocare allora l’aitante medico catanese che minaccia di fare i nomi dei politici collusi con la mafia davanti tutta l’Ars, che dispensa favori a più non posso, cariche pubbliche e incarichi vari a presunti attivisti dell’Antimafia?
Le elezioni regionali e il risultato nel Sud d’Italia ci insegnano una cosa molto chiara: è finita, ed è stato bocciato dai cittadini, quella forma di politica meridionale che credeva che lo sviluppo del Mezzogiorno poteva avvenire solo con una forte partecipazione dell’amministrazione pubblica (i dati di Calabria e Campania ci insegnano questo). Ma la Sicilia pare non seguire questa strada, e non solo perché Regione a statuto speciale. La più grande connotazione della politica lombardiana nell’isola ci mostra una Sicilia dove non si dispensano cariche pubbliche o favori solo per allagare e mantenere un copioso sistema clientelare indispensabile per essere rieletti. Ma ci mostra un’isola dove il clientelismo e la “logica del favore” tende a divenire un vero e proprio sistema con tutti i suoi meccanismi. Tende a diventare quasi una teoria scientifica. Non tralasciando tra l’altro nulla delle cattive abitudini di certi politici siculi.
La questione meridionale tende sempre di più, ma lo era già dai tempi dei Risorgimento, ad essere una questione nazionale. Forse “la questione nazionale”.
In questi tempi, nonostante una parvenza di novità data dalla nuova ideologia autonomista, il divario tra Palermo e il resto d’Italia sembra allargarsi sempre più.
E anche la fiammella dell’autonomia rischia di spegnersi.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 20/4/2010 alle 10:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


2 aprile 2010

Visioni: La conquista del West (1962).

 


Regia: John Ford, Henry Hathaway e George Marshall.
Interpreti: George Peppard, Debbie Reynolds, James Stewart, Carroll Baker, Gregory Peck.

Dopo molto dedicato alla politica e alla campagna elettorale riesco a distrarmi e a ridedicarmi alle mie amate visioni. Questa volta ho scelto “La conquista del West”, perché è un grande affresco storico su come è nato un grande paese. Vi assicuro che non ho scelto questo film a causa del “vento di destra” che soffia nelle nostre lande.
Il film narra la storia e le vicende della famiglia Prescott attraverso le varie vicende della storia degli Stati Uniti d’America. E per far ciò il film è diviso in cinque parti.
Parte prima: “I laghi”. La famiglia Prescott è composta da padre, madre, due figlie e un figlio dodicenne che partono alla volta dell’Ohio per cercare fortuna. Per spostarsi utilizzano un battello ma poi, per questioni economiche, si costruiscono una zattera che utilizzeranno per la navigazione. Qui la famiglia conosce Linus Rawlings (James Stewart), cacciatore di castori diretto verso Pittsburgh. Linus socializza con la più grande (Eve) delle sorelle Prescott e tra i due nasce un reciproco interessamento. Dopo essersi congedato dalla famiglia Prescott, Linus è tratto in inganno da dei predoni del fiume, che trarranno in inganno pure la famiglia Prescott. Grazie alla sua forza Linus riuscirà a sconfiggere i briganti e le successive sfortune avvenute alla famiglia Prescott lo spingeranno ad accettare il matrimonio con Eve.
Parte seconda: Le Grandi Pianure. Dopo circa diciotto anni l’attenzione si sposta sulla minore delle sorelle Prescott, Lilith (Debbie Reynolds), che fa la ballerina in Louisiana.
Lilith, che probabilmente oltre a fare la ballerina ha praticato quella professione che qualcuno definisce come “la più antica del mondo”, viene a sapere di essere ereditiera di una miniera d’oro in California, posseduta da un suo ex. La ragazza si ingegna per mettersi subito in marcia ed è adocchiata dal giocatore d’azzardo Cleve Van Valen (Gregory Peck), desideroso di essere comproprietario della miniera d’oro e lontano dai suoi creditori. Dopo lunghe avventure e assalti indiani nelle pianure, la miniera si rivelerà un bluff. Ma le strade di Lilith e Cleve saranno unite per sempre.
Parte terza: La Guerra Civile: la guerra civile americana è ormai è alle porte. Linus Rawlings è costretto dunque a lasciare la moglie Eve e i suoi due figli. Nonostante tutto anche il figlio maggiore di Eve, Zeb (George Peppard), è desideroso di arruolarsi nell’esercito dei nordisti. La madre soffre questa situazione ma concede al figlio di partire per la guerra che Zeb capirà essere cosa triste e non avventurosa.
Dopo aver salvato la vita al generale Grant, Zeb viene promosso e torna a casa. Qui viene a sapere che, oltre al padre morto in guerra, la madre stessa affranta dal dolore è morta. Zeb però non intende vivere, come il fratello, pascolando e coltivando: lascia la sua metà del ranch al fratello e parte alla volta dell’Ovest.
Parte quarta: La ferrovia. Zeb si è arruolato in pianta stabile nell’esercito americano e si occupa di gestire le controversie che nascono tra le due compagnie ferroviarie che si contendono il monopolio del trasporto su ferro del paese. Soprattutto Zeb tratta con gli indiani, poco contenti di veder costruiti sui propri terreni ferrovie e villaggi. Per tutto questo Zeb è aiutato da un vecchio amico di suo padre, Jethro Stuart (Henry Fonda), che però ha veramente poca fiducia nel comportamento dei faccendieri della ferrovia.
Le continue violazioni, da parte dei bianchi, degli accordi stipulati con gli indiani spingono Zeb a lasciare l’occupazione per la compagnia ferroviaria. Zeb capisce di avere una vocazione dentro di se: la legalità.
Parte quinta: I fuorilegge: Lilith Prescott è ormai anziana, siamo all’incirca nel 1890, ed è costretto a vendere all’asta gran parte dei beni accumulati negli anni col marito Cleve a San Francisco. Per trascorrere bene la vecchiaia allora decide di andarsene in un piccolo ranch in Arizona decidendo di portare con se il nipote Zeb (che adesso è sceriffo, sposato, con tre figli) per farsi dare una mano.
Zeb, e tutta la famiglia, sono contenti di questo ricongiungimento della famiglia Prescott. Ma la storia rischia di essere guastata per l’arrivo di un vecchio bandito a cui Zeb ha sempre dato la caccia. Il finale vede la vittoria della legalità e della civiltà americana. Un cerchio si chiude, il fuorilegge è sconfitto. Può finalmente nascere un nuovo paese.
Il film è un western propriamente “epico”. E non solo per gli elementi, tipici del western, che sono presenti in questa pellicola (gli indiani, la ferrovia, il bestiame, gli inseguimenti, gli sceriffi ecc…) ma anche perché è un elogio di un’epoca storica che ha visto delineare le basi per un paese destinato ad essere una grande potenza.
Questo non solo lo rende un film, come molti western fordiani, a tratti “di destra”, ma addirittura “documentaristico” se non “propagandistico”: è la vittoria dei buoni sentimenti, sintomatico il finale, e del mito della nuova frontiera americana. Il trionfo dei coloni e dei buoni costumi. Anche se non si inferisce sugli indiani.
Per tutto ciò è stato quindi imbastito un film diretto da ben tre registi: Hathaway dirige la prima, la seconda e la quinta parte dove si apre e si chiude quel percorso circolare rappresentato dalle vicende della famiglia Prescott: iniziato in un’atmosfera primitiva presso un fiume, e finita con un felice ricongiungimento su una carrozza tra le pianure dell’Arizona. In mezzo: la storia di una nazione.
Il terzo capitolo, il più breve, sulla guerra civile è diretto da John Ford ed è considerato dai critici il migliore. Effettivamente è forse l’unico dei cinque dove emerge una determinata scuola registica. Questo non perché non ci siano scene spettacolari negli altri quattro episodi, ma perché in quei pochi minuti diretti da Ford emergono tutti i temi classici, dal punto di vista registico, di John Ford: Zeb che si allontana dal ranch in lontananza, mentre intima al cagnolina di restare a casa, con il sottofondo di “ When Johnny Comes Marching Home Again” ci ricorda John Wayne (presente in una piccolissimo cameo in questa terza parte) nel finale di “Sentieri selvaggi”.
La quarta parte invece è diretta da Marshall e, pur avendo la scena dei bisonti che reputo una delle scene più spettacolari, è forse quella meno entusiasmante.
Oltre a tre registi coi fiocchi il film, per evidenziare l’epicità della pellicola, ha un super cast: oltre a Stewart, Wayne e Peck, spiccano il George Peppard già reso celebre un anno prima da “Colazione da Tiffany” di Edwards, l’Eli Wallach già Calvera nei “Magnifici Sette” di Sturges e Henry Fonda a cui non servono presentazioni. Ho notato nel primo episodio Lee Van Cleef, scoprendo poi che è stato attore non accreditato nel film…c’è veramente tutto il cast leoniano!
Grande Debbie Reynolds, che sarà sempre nei nostri cuori per "Cantando sotto la pioggia".
Il film fu girato, uno dei pochi, in Cinerama e vinse tre oscar (montaggio, sceneggiatura e suono). Da sottolineare la bella colonna sonora che comprende canzoni celebri della tradizione americana e brani struggenti accompagnati a inquadrature sui Canyon.
Un film importante, celebre e forse troppo poco considerato. Nonostante tutto questo. Dà un senso di pienezza. E ci interroga su un tema onnipresente: come avviene e che effetti ha su di noi la “Nascita di una nazione”.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 2/4/2010 alle 17:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


4 marzo 2010

Il mio programma elettorale per le elezioni regionali.

La Regione Lazio è un ente molto importante per l’amministrazione territoriale. Col passare del tempo le regioni hanno assunto un ruolo sempre più fondamentale e le loro competenze si sono sempre di più arricchite e articolate. A maggior ragione questo si sente in una regione fondamentale come il Lazio, che riveste con la sua posizione un ruolo molto importante, da crocevia tra il centro-nord e il sud d’Italia, e che con la presenza di una vastissima area urbana rappresentata dalla città di Roma risulta essere una delle regioni più importanti del nostro paese.

Gran parte del bilancio regionale spetta alla sanità(circa il 70%) e la seconda grande competenza della Regione è rappresentata dalle politiche dello sviluppo e delle attività produttive.

I miei impegni prioritari per questa campagna elettorale saranno diretti a favorire una maggiore partecipazione e comprensione delle giovani generazioni delle vicende che riguardano la nostra comunità regionale. Per un serio cambio di rotta è necessario un nuovo spirito civico, di partecipazione e di interesse verso quello che è il nostro presente e sarà il nostro futuro.

E’ per questo che ho deciso di concentrare il mio programma elettorale, che mi impegnerò ad attuare in caso d’elezione, su tre temi che ritengo fondamentali e di interesse strategico per le giovani generazioni: le politiche giovanili, lo sport, l’ambiente e l’università.


Politiche giovanili: i giovani spesso appaiono, in ogni contesto, come coloro che subiscono scelte -prese dall’alto, da altre persone capaci di determinare il loro futuro nella società. Questo non va bene, è occorre cambiare passo. I giovani devono essere spinti alla partecipazione sociale, che si può esprimere in molteplici modi: dal volontariato, all’impegno sociale sia laico sia cattolico.
La politica è sapere programmare e sviluppare un progetto per il futuro, e in quest’ottica la base di ogni proposta politica non può che essere quella che riguarda i giovani.
Da questo punto di vista il mio impegno consisterà nel:

-creare una forma di bilancio partecipato per quanto riguarda i fondi europei destinati ai giovani della nostra regione. Questi fondi potrebbero essere utilizzati in numerose attività di sostegno alla partecipazione giovanile solo se le dinamiche di bilancio fossero più trasparenti e chiare. Sono una grandissima possibilità, ma spesso se ne ignora l’esistenza.
-Sostenere la proposta, già avanzata da una rete di giovani dirigenti e amministratori locali del Pd, di un contributo economico ai giovani che intendono affittare una casa. Questi fondi potrebbero essere presi dalle spese dell’amministrazione regionale, che spesso utilizza troppi soldi dei contribuenti in stipendi per i consiglieri regionali e in vitalizi. Togliamo da questo capitolo di spesa per finanziare il punto di partenza verso una piena indipendenza dei giovani.


Sport: Il Lazio è uno dei principali esempi di come in uno stesso territorio posso coesistere importanti realtà urbane e estesi territori sia costieri che interni. E’ allora alquanto importante, in un territorio così bello quanto così particolare, favorire la partecipazione sociale delle nuove generazioni. Uno strumento di grande partecipazione giovanile è da sempre lo sport.

-In questi cinque anni sono già stati investiti 44 milioni d’euro, bisogna continuare su questa strada istituendo un vero fondo e con campagna che incoraggino giovani e non a praticare sport. In particolare proporrò di favorire la partecipazione delle giovani generazioni che potranno monitorare e scegliere come utilizzare questi fondi.
-per favorire tutto questo occorre una presenza di giovani rappresentanti del terzo settore all’interno dell’Agenzia regionale per lo sport regionale (Agensport).


Ambiente: Se c’è un tema che riguarda il futuro, e quindi le nuove generazioni, questo tema è l’ambiente: è ormai evidente che oggi come oggi il modello di sviluppo dominante nella nostra società è oramai insostenibile. Per invertire però questa rotta è importante muoversi in qualsiasi ambito, in qualsiasi contesto e in ogni realtà territoriale.
Il Lazio dal punto di vista territoriale rappresenta un grandissimo esempio di “bene ambientale” che va tutelato e difeso. Deve finire la logica secondo cui, una seria politica ambientale, è qualcosa che comporta solo maggiori costi di dubbia efficacia. Una seria politica ambientale anzi può essere l’occasione per una rinascita del nostro territorio che si potrà sentire anche a livello regionale.
Dal punto di vista turistico, grazie al suo paesaggio, il Lazio è la massima prova di come una seria politica ambientale può essere solo un’opportunità per tutti noi. Gran parte dell’arretratezza urbanistica e territoriale di parte della nostra Regione consiste proprio nel fatto che è adeguata e in norma con standard ecologicamente più compatibili e più sostenibili. Non degni della bellezza e della storia che rappresenta.
E’ per questo che mi impegnerò per:

-non lasciare sole le realtà periferiche della città di Roma e della provincia impegnandomi per garantire standard ambientali in grado di ridurre l’inquinamento causato il più delle volte da un’imperfetta politica della mobilità riguardante le periferie.
-tutelare dal punto di vista ambientale le realtà dei nostri splendidi centri storici, a partire da quello della Capitale. La tutela e il decoro ambientale di un centro storico non è solo un’occasione economica di crescita sociale tramite il volano del turismo. Ma anche una responsabilità che i cittadini hanno nei confronti della loro città, della loro storia e della loro tradizione.
-favorire una cultura ambientale e dell’ecologia dinamica che parta proprio dalla freschezza di noi giovani. Da questo punto di vista mi impegnerò, in collaborazione con gli atenei di Roma, a favorire corsi di diritto ambientale (o comunque corsi legati ai temi ambientali nella varie facoltà) in collaborazione con la Regione. Gran parte del lavoro e dell’elaborazione di questo corsi potrebbero essere molto d’aiuto per una politica regionale dell’ambiente. Perché investire sull’ambiente è investire sul futuro. Un investimento che senza dubbio darà i suoi frutti.


Università e formazione: dal punto di vista della formazione l’Università è la più importante competenza della Regione. Viviamo in una realtà che rappresenta un polo universitario di assoluta importanza: la città di Roma, con i suoi tre atenei pubblici, è polo d’attrazione per molto studenti da ogni parte d’Italia. La precedente giunta ha stanziato e utilizzato in parte il fondo da 60 milioni di euro per le borse di studio, e sono stati resi disponibili oltre 650 posti alloggio ed è stata vara l’agenzia degli affitti. A seguito di questa scelta strategia, di puntare sui saperi, dobbiamo impegnarci per:

-aumentare i fondi regionali destinati a università e ricerca. Molti dei fondi tuttora utilizzati non sono fondi regionali e per migliorare i servizi è quanto mai necessario uno sforza maggiore della Regione nel campo dei saperi.
-garantire maggiore trasparenza, con partecipazione diretta degli studenti, all’Agenzia universitaria per gli affitti. Con questa maggiore trasparenza è possibile individuare le falle nel sistema dell’agenzia e rendere più chiaro e alla luce del sole il suo lavoro.
-fare definitiva chiarezza sulle competenze di Laziodisu che ha l’importante compito di attribuire fondi e alloggi. Pur essendo un organismo elettivo spesso non è considerato dagli studenti. E’ invece importante utilizzare questi strumenti elettivi, perché dovrebbero essere al servizio degli studenti come loro mezzo per esprimere partecipazione alla vita accademica.

Questo programma potrà essere ampliato con documenti o proposte da parte degli elettori e di chi vorrà sostenermi."


Livio Ricciardelli


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28 febbraio 2010

Elezioni regionali 2010.

Cinque anni fa, con le regionali 2005, facevo la mia prima campagna elettorale da iscritto agli allora Democratici di Sinistra.
Da ieri è pubblico: sono candidato alle elezioni regionali 2010 nella lista del Partito Democratico nel collegio di Roma e provincia.


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23 febbraio 2010

Protezione civile e "birbantelli".

Da "Il Termometro Politico".
http://www.termometropolitico.it/index.php/20387-protezione-civile-e-birbantelli.html

Tutti i giornali nazionali, e anche la stampa internazionale, riempiono le primissime pagine con fiumi di articoli (ed intercettazioni) sul caso del momento: lo scandalo legato agli appalti e alla Protezione Civile. Un intreccio degno di un romanzo romantico francese dell’800 che vede intrecciarsi Protezione Civile, sottosegretari, coordinatori di partito, provveditori e imprenditori in un vortice che giustamente è stato definito “gelatinoso”.

Quasi in contemporanea, il consigliere comunale di Milano Mirko Pennisi, presidente della commissione urbanistica di Palazzo Marino, viene colto in flagrante mentre intasca una tangente. Una storiaccia di tangenti sembra riguardare pure il presidente della Provincia di Vercelli, arrestato proprio in questi giorni.

Alla luce di questi inquietante eventi sorgono nell’opinione pubblica le due seguenti domande: siamo di fronte ad una nuova Tangentopoli? E se sì, sarà la fine di quella che viene definita come “Seconda repubblica”?

Tangentopoli o no (e ha bene illustrato il presidente della Camera Fini la differenza tra un certo tipo di finanziamento nella Prima repubblica e quello attuale, che esiste a fini solo privati) il presidente del Consiglio Berlusconi ha deciso di agire. O almeno, di provarci.

Dopo aver definito le elezioni regionali un test amministrativo, e poi aver cambiato idea definendolo “test nazionale” avendo visto sondaggi non molto favorevoli al centrodestra, ha annunciato di predisporre delle norme anti-corruzione: espediente mediatico per riacquisire consensi e per riappropriarsi di una forma di legalità che a quanto pare s’era smarrita da un pezzo (“rivoglio la politica pulita del '94” pare abbia esclamato il premier, così come il sottoscritto ha esclamato “rivoglio Adone Zoli” a 50 anni dalla morte dell’eminente statista). Dunque il Consiglio dei ministri doveva approvare questo progetto berlusconiano anti-corrotti che si basava sia su pene più severe per i corrotti sia su una minore possibilità di candidare gente inquisita.

Per realizzare questo grandioso piano sono state fatte le cose in grande: il ministro Alfano, il ministro-ombra Ghedini e la presidente della commissione Giustizia della Camera Giulia Bongiorno hanno lavorato su questo testo, per rappresentare tutte le anime del Pdl.

Me il Consiglio dei ministri non approva queste norme. “Io stesso ho proposto un rinvio per migliorarla” ha dichiarato il presidente del Consiglio in una delle sue classiche note scritte del sabato; note in cui tra l’altro definiva il problema riguardante lo scandalo appalti un caso che riguarda “solo dei singoli”, come qualche giorno prima aveva dichiarato, a proposito del caso Pennisi, che si trattava solo di “birbantelli” (parafrasando indirettamente Craxi e il “mariuolo” Mario Chiesa, mentre Fëdor Dostoevskij lo avrebbe definito semplicemente un “lestofante”).

Il disegno anti-corruzione probabilmente si arenerà e, anche se approvato dal Consiglio dei ministri, potrebbe finire nel dimenticatoio parlamentare insieme ad altre vittime del bicameralismo perfetto.

Ma dunque, siamo di nuovo di fronte ad una nuova Tangentopoli?

Il fatto che Berlusconi negli ultimi giorni si sia adoperato per combattere la corruzione, secondo me ben rappresenta lo stato delle cose. Sappiamo bene che si tratta di una manovra propagandistica più che realista ed è proprio per questo motivo che probabilmente l’immane lavoro del trio Alfano-Ghedini-Bongiorno sarà inutilizzato.

Nonostante tutto, colpisce la motivazione che il premier, anche per darla in pasto ai giornali, ha utilizzato: “rivoglio la politica pulita del '94”.

Il 19 gennaio scorso è stato commemorato Bettino Craxi, a dieci anni dalla sua morte. I plenipotenziari del Pdl, tra cui spiccavano ovviamente gli ex socialisti, hanno consacrato con convegni e celebrazioni l’ex presidente del Consiglio come uno dei massimi statisti italiani. Berlusconi, anche se si è rifiutato di intervenire al convegno della Fondazione Craxi in suo onore, oggi come oggi attacca la”magistratura politicizzata” e le terribili “toghe rosse”. Inutile dire che Tangentopoli quindi è stato il “male” e il tentativo da parte della magistratura di rovesciare le fondamenta dello Stato.

Ma com’era questa politica pulita nel 1994?

Il 24 gennaio del 1994 Berlusconi scende in campo e vince le elezioni politiche di marzo. La pensava in maniera differente su Tangentopoli, allora. Non solo per la nota vicenda dell’autorevole ministero dell’Interno che il Cavaliere voleva affidare ad Antonio Di Pietro. E nemmeno per i gridi di giubilo leghisti che, esibendo un cappio a Montecitorio, attaccavano la classe politica corrotta invocando una “piazza pulita”. Come del resto la pensava in maniera differente non solo per la presa di posizione dei suoi futuri alleati della destra, allora missina (“Per noi Di Pietro è meglio di Mussolini”, disse Maurizio Gasparri).

Berlusconi infatti può considerarsi da un certo punto di vista come il primo figlio di Tangentopoli: assodato il fatto che la magistratura è un organo indipendente dello Stato che ha il sacrosanto diritto di lavorare senza interferenze della politica, è ovvio che il forte malcontento popolare nei confronti della classe politica ha fortemente favorito l’uomo di Arcore che, presentandosi come l’uomo nuovo contro i politici di professione, ha avuto modo non solo di sfruttare un vuoto politico che si era delineato a seguito dello scioglimento dei grandi partiti della Prima repubblica, ma anche di acquisire un forte consenso elettorale in chiave anti-sistema. Quel sistema che aveva portato ad una politica corrotta, al finanziamenti illeciti ai partiti ed al tracollo generalizzato che si stava avvertendo già, anche in termini economici.

Oggi si scaglia contro Tangentopoli e contro i giudici considerati “comunisti”. Nel 1994 si scagliava contro quella classe politica che oggi difende e che allora considerava l’origine di ogni male. Insieme a quelli che oggi sono i suoi più stretti alleati di governo.


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19 febbraio 2010

Oggi, 21 anni fa, nasceva un grande statista. Domani, 50 anni fa, moriva un grande statista.

inceramente non mi pareva il caso scrivere una nota per festeggiare i primi 21 anni dell’epopea ricciardelliana che cadono oggi. Essendo le note di facebook un approfondimento su ciò che scrivevo e scrivo ancora sull’epico blog www.lasino.ilcannocchiale.

it mi sarei limitato a riportare un paio di frasi cretine ad effetto per spingere ad un più accurata riflessione sul tempo e sull’importanza della crescita.
Ma pressato e consigliato dal caro Salvatore Contino ho deciso di scrivere queste poche righe per ringraziare tutti gli amici di face book che, grazie alla mitica applicazione delle date di nascita, possono ogni giorno, oltre farsi gli affari degli altri, fare gli auguri ad amici più o meno vicini della rete.
Speriamo che questa comunanza di intenti si ripercuota sul piano sociale e politico, e speriamo di assistere ad una buona campagna elettorale in sostegno di un candidata che si rompe gli schemi, ma apposta per questo può vincere questa difficile competizione elettorale e portare la nostra regione ad essere più europea, più trasparente e più vicina alla cittadinanza.
Per quanto mi riguarda ringrazio la combriccola del circolo Pd centro storico, un circolo che negli ultimi tempi ha avuto una vita travagliata a causa della miopia di talune scelta politiche, che mi ha fatto una positiva sorpresa e ringrazio i “moralmente presenti” che loro malgrado hanno contribuito a creare un alone mitologico sulle vicende delle ultime ore.
Perché le vicende umane spesso, io penso, sono fatte dai collettivi. Dalle persone che loro malgrado hanno un contatto seppur indiretto e contribuiscono a creare una grande storia. Una grande tradizione.
E’ proprio il caso di dirlo: non sappiamo se 21 anni fa (o 46 anni fa visto il compleanno del mio gemello Paolo Masini) è nato un grande statista. Ma sappiamo che domani, 50 anni fa, ci lasciava un grande statista.


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17 febbraio 2010

L'UMP: partito rivoluzionario?

Da "Il Termometro Politico".

http://www.termometropolitico.it/index.php/20373-lump-partito-rivoluzionario.html

Qualche sera fa mi trovavo a fare una cosa molto diffusa e molto amata dai ragazzi di 20 anni come me: mi trovavo con un mio amico a discutere del gollismo.

È un tema che mi ha sempre appassionato per due ragioni: in primo luogo perché è un’ideologia, o comunque un’area politica, che si ispira ad un personaggio veramente carismatico (Charles De Gaulle) che ha fatto, nonostante le divergenze ideologiche, il bene del suo paese. In secondo luogo perché ho sempre considerato il fenomeno del gollismo come la chiave per la comprensione dello “stato d’eccezione ideologico e politico” che da parecchi secoli contraddistingue la Francia. Del resto negli ultimi mesi analizzato la vicenda con un piccolo saggio in cui giungevo in sostanza alla conclusione che la particolarità francese nascesse nel privilegio di aver ospitato all’interno della propria storia, e all’interno dei propri confini nazionali, un evento campale come la Rivoluzione francese.

Ultimamente ho notato, e ringrazio il mio amico per avermene segnalato la fonte, un aspetto riguardante l’Union pour un mouvement populaire (il partito di maggioranza in Francia e del presidente Sarkozy) e la sua accezione politica che, seppur ricollocabile nel centrodestra, assume caratteri alquanto particolari rispetto all’idea conservatrice e mostra una tendenza “all’egemonizzazione politica” racchiudendo al suo interno varie istanze e correnti di pensiero (provocatoriamente nel saggio avevo delineato una sinistra e una destra nel partito). Il mio caro amico infatti mi ha segnalato un video su Youtube dal titolo “Lipdub jeunes UMP 2010 version sous-titrée karaoke”. Si tratta in pratica di un video elettorale che si contraddistingue per la sua demenzialità (oggi diremmo che somiglia molto ad uno spot di una banca!): vi sono infatti molti giovani che canticchiano una canzone mostrando magliette dell’Ump ed altri desideratissimi gadget “made in De Gaulle”. Il tutto si svolge in un treno mentre alcune immagini intervallano la sequenza della ferrovia per mostrare altri ragazzi accompagnati da autorevoli esponenti del partito nel cantare la stupida canzoncina (ovviamente il tutto in karaoke: lo stato francese dovrebbe pagarci per ascoltare l’ex premier Raffarin che canta). Questo video è un classico spot elettorale, che senza dubbio farà discutere, in vista delle elezioni regionali di marzo (storicamente  i socialisti, anche perché spesso all’opposizione, vanno molto bene in questa competizione elettorale).

La cosa che più  mi ha stupito del video, oltre il fatto che tra i cantanti ci sia l’apparente “trombata” Rachida Dati, è il messaggio finale che del resto dovrebbe racchiudere la sintesi del senso politico dello spot: “Changeons le monde Ensemble”.

Del resto il ritornello della canzoncina è proprioTous ceux qui veulent changer le monde”.

Cosa ne possiamo ricavare?

Sinceramente la mia primissima, per quanto semplicistica considerazione, è stata quella di cogliere un profondo atto d’incoerenza. Per quanto possa apparire un ragionamento poco idealista, al limite del cinismo, ho sempre considerato alquanto remota la possibilità di cambiare il mondo da parte di un partito riformista. Figuriamoci per uno di centro-destra, che non a caso spesso è definito “partito conservatore”! Il concetto di cambiare  il mondo mi è sempre  parso un concetto radicale, di estrema sinistra e settario (se non improponibile a seguito della morte delle ideologie: forse sarebbe meglio migliorarlo gradualmente).

Qualche anno fa mi colpì, nel corso di un congresso di un’organizzazione giovanile dell’area progressista e riformista, un intervento che poneva come obbiettivo di massima dell’organizzazione “quello di cambiare un mondo ingiusto”. Di per sé trovavo l’affermazione abbastanza comprensibile, poiché era posta in modo tale da far capire che si doveva lottare per ottenere sempre e comunque il miglior risultato possibile.

Ma questa volta, leggendo una analogo concetto in un spot di un partito di centrodestra, la mia reazione è stata differente. Dopo il sentimento d’incoerenza mi sono chiesto: non è che la faccenda sia un tantino più complessa?

Nel mio saggio sul gollismo ricordavo che l’eccezionalità politica francese non risiede solo nel possedere un partito come quello gollista che ha aspirazioni egemoniche, ma anche in atti concreti della politica francese. In primis la politica estera e lo spirito di grandeur.

Non è erroneo definire, anche quando governa un esecutivo moderato come quello di adesso, la politica estera della Francia come politica “anti-americana”.

Questo sia perché nell’ottica europea il ruolo britannico in questo ambito è quasi subalterno alla politica statunitense, e ciò accentua per reazione il carattere francese, sia perché lo spirito idealista (che proprio in questi giorni vede Parigi in prima fila nel chiedere sanzioni all’Iran) appare a tratti agli antipodi rispetto alla scuola realista delle relazioni internazionali storicamente ereditata dal lavoro e dagli studi di Kissinger.

In conclusione grazie a questo video possiamo aggiungere una postilla al ragionamento teso a comprendere meglio la “diversità francese”: l’Ump, che governa il paese da anni, non solo tenta di creare un’ideologia nazionale francese (egemonica) che collochi al proprio interno i soggetti della classica dialettica politica (destra, sinistra, centro), ma è anche il partito che ha il compito di accentuare questo spirito particolarista non solo nella definizione politica in sé (“non sono un conservatore, sono un gollista”) nonché negli atti concreti che hanno fatto la storia della politica francese. Quindi: cambiamo il mondo, insieme. Forse rendendolo un po' più francofono e un po’ meno anglofono. Con questo programma anche quelli che forse dovrebbero essere un po più “rivoluzionari” di noi (i socialisti) appariranno come la forza della conservazione. E non è un caso che Giulio Tremonti negli ultimi tempi lodi il posto fisso lavorativo…

Una rivoluzione copernicana quindi. Un partito di destra moderata che vuole una rivoluzione.

Ciò che può apparire indecifrabile in realtà ci mostra una particolarità, una situazione, uno status che da soli possono realmente cambiare la visione le ideologie della politica mondiale.


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16 febbraio 2010

Visioni: Fino all'ultimo respiro (1960).


Regia: Jean-Luc Godard.
Interpreti: Jean-Paul Belmondo, Jean Seberg, Daniel Boulanger, Henri-Jacques Huet, Jean-Pierre Melville.

Prima visione dell’anno in casa, dopo due uscite cinematografiche in sala per il sottoscritto. Questa volta ci soffermiamo sulla cara vecchia “Nouvelle Vague” e sul film che ne rappresentò l’incipit ed il mescolamento.
Michel Poiccard (Jean-Paul Belmondo) è un ladruncolo da strapazzo, pur essendo obbiettivamente molto bravo. Non pare avere un reale scopo nella vita, e la cosa che gli riesce meglio è rubare le automobili altrui. Una delle cose che più lo aiuta è forse quella di non avere paura (anche perché non ha nulla perdere in quanto non possiede valori?). Un giorno, dopo aver rubato una macchina a Marsiglia, si dirige verso Parigi superando i limiti di velocità. La polizia se ne accorge e lo insegue. Michel riesce a scappare ma, per evitare l’arresto, uccide un poliziotto.
Michel quindi continua il suo viaggio verso Parigi. Ma questa volta è ricercato per omicidio.
Giunto nella capitale cerca di condurre una vita discreta senza dare troppo nell’occhio e cercando di “scroccare” soldi e ospitalità da amici e conoscenti. Egli attende soprattutto dei soldi che gli deve un “collega” italiano (lettore della Gazzetta dello Sport) per poi svignarsela a Roma per evitare l’arresto.
Ma Michel non è a Parigi solo per ricevere il denaro che gli spetta. Egli è infatti molto attratto, se non fortemente innamorato, della giovane Patricia (Jean Seberg) una studentessa americana che, per guadagnarsi da vivere, vende l’Herald Tribune ai Campi Elisi e incomincia a collaborare con un giornale.
I due hanno un rapporto particolare, se non controverso: Patricia il più delle volte tende ad allontanarsi o ad evitare Michel, che invece vorrebbe stare molto più spesso con lei.
Questa forte insistenza di lui, e questa certa esitazione di lei, li porta ad avere spesso curiosi scambi d’opinioni che per quanto banali trattano i temi più universali: dalla vita, all’amore, alla morte, fino agli usi ed ai costumi delle due società che loro malgrado i due rappresentano.
Patricia è soprattutto dubbiosa di Michel perché non conosce la sua vera attività. Ma in realtà si tratta pur sempre di una ragazza molto incerta, che non sa se la sua infelicità è dovuta dalla sua mancanza di libertà o se è proprio la mancanza di libertà sia dovuta alla sua incertezza e alla sua infelicità.
La polizia parigina però è sempre più sulle tracce di Michel e addirittura Patricia viene interrogata per sapere gli spostamenti del ladruncolo (venendo così a sapere la reale attività di Michel). Patricia quindi si trova coinvolta insieme a Michel in fughe, furti di automobili e riscossioni di denaro.
Patricia seguirà Michel fino all’ultimo respiro?
Il film è diretto da Godard. La sceneggiatura e il soggetto sono di Truffaut. La supervisione è di Chabrol. Un grande trio per un film rivoluzionario.
La pellicola ha realmente modificato la storia del cinema.
E questa mia affermazione nessuno potrà negarvela. Potreste incontrare persone che sostengono che “Fino all’ultimo respiro” ha cambiato il cinema in negativo. Ma non potrà mai dire che non ha cambiato nulla, che è stato irrilevante o che non ha causato conseguenze.
E ciò non solo perché si tratta di un film che fa da apripista verso una nuova corrente cinematografica (“I 400 colpi” sono dell’anno precedente). Ma perché la tecnica, di cui poi si fecero “promotori i “cineasti cinefili” francesi è radicalmente diversa da tutto ciò che prima esisteva.
Basterà una sola caratteristica per dare ampia giustificazione a questa riconosciuta affermazione: il montaggio.
In “Fino all’ultimo respiro” ci sono pochissime scene “conseguenti”. Nel senso che il montaggio è frenetico, si passa da scena a scena e anche quando Michel fa una domanda a Patricia tra la domanda e la risposta c’è un cambio di scena e di ambientazione, seppur minimale, quasi a voler rappresentare un arco di tempo predefinito tra un gesto (la domanda) e l’altro (la risposta).
Gli elementi rivoluzionari ovviamente sono anche nella sceneggiatura minimale (molto è lasciato all’interpretazione e il fatto che ci sia un scena di 20 minuti di dialogo in una camera da letto sui massimi sistemi degli uomini e delle donne e sulla funzione del marchese de La Fayette ben testimonia questa caratteristica) tanto che si passa secondo alcuni dai film degli sceneggiatori a quelli dei registi (sono un sostenitore di questa tesi: tanto che spesso provocatoriamente affermo che la cosa meno importante in un film è…la storia!).
Le inquadrature sono molto spesso a mano e le amate carrellate sono fatte, visti i pochi mezzi, mettendo la macchina da presa su biciclette.
L’interpretazione è molto importante nel film e si basa praticamente solo sui due protagonisti (Belmondo e la bravissimo e troppo presto scomparsa Seberg), tutti e due molto bravi nell’interpretare una coppia che si sente attratta ma che non sa cosa cerca, non sa cosa vuole e cerca di capirlo non con dialoghi e discorsi razionali sullo stato delle loro cose, ma con piccoli gesti e piccole affermazioni sui temi pseudo-filosofici più disparati.
Alcuni hanno individuato anche negli atteggiamenti dei personaggi un segnale rivoluzionario e specialmente nella figura di Michel che ha un portamento uguale a quello di Humphrey Bogart (citato e omaggiato) nei suoi celebri film. A dire il vero però la carica rivoluzionaria del film è così elevata che notarla dall’atteggiamento di Belmondo è come notare una pulce in un pagliaio (anche perché dal punto di vista emotivo è quasi più interessante la figura di Patricia, tutta dedita alla sua incertezza e forse vittima di ciò) mentre è comunque giusto ricordare come lo stesso film sia un omaggio al genere poliziesco americano di seconda mano oltreché al neo-realismo italiano a cui si ispiravano i redattori dei “Cahiers du cinéma
” divenuti poi maestri della “Nouvelle Vague”.
Da questo punto di vista appare alquanto illuminante visionare su Youtube il trailer del film in francese, che è composto da una serie di immagini che fa da elenco agli aspetti “classici” di una storia e di una narrazione e che però, col passare del tempo, diviene anche un elenco di citazioni cinematografiche e di veri e propri film del passato che hanno ispirato il regista quasi a voler prefigurare un grandioso “film dei film”.
Del resto, oltre al montaggio che una caratteristica prettamente cinematografica, un'altra caratteristica ben rappresenta il cambiamento: spesso i due protagonisti guardano ed ammiccano alla macchina da presa (sconvolgente da questo punto di vista la scena finale)…insomma: la rivoluzione è avvenuta!
Nonostante siano passati 50 anni e il film dimostri una certa carica innovativa a tratti solo “per i suoi tempi” non possiamo non parlare di una pellicola avvincente e sorprendente.
A parte tutte le riserve che si possono avere sull’atteggiamento, e perché non sulla cinematografia, del regista, non possiamo che ringraziarlo per poter attingere da questo film una rinnovata e smodata voglia di cinema.
Anche perché, questa fonte, è una fonte corale composta da maestri che hanno fondato e ideato una corrente cinematografica che ha reso il cinema una di quelle cose per cui vale la pena vivere.


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permalink | inviato da Livio Aznar il 16/2/2010 alle 0:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (1) | Versione per la stampa

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